Strage di Cutro: appunti per testimoniare l’assenza

Il ritmo del film è quello di un respiro affannato. Si avverte la fatica di stare lì, su quella sabbia che scotta di un freddo metafisico. È un cinema che toglie strati di retorica per arrivare all’osso della questione: cosa resta in quei luoghi quando le telecamere se ne vanno?
26 Febbraio 2026
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Il legno azzurro della Summer Love non è più una barca. È una scheggia conficcata nella gola di una spiaggia che non ha mai chiesto di diventare un cimitero. Si muove sotto i colpi di una risacca stanca, un relitto che mastica sabbia e sputa ricordi indigeribili. Guardare quelle assi divelte, oggi (a distanza di tre anni da quella tragedia), non significa fare cronaca. Significa misurare il peso del nostro fallimento visivo. Perché il problema non è mai stato cosa abbiamo visto in quei giorni di febbraio del 2023 a Steccato di Cutro, ma come abbiamo permesso che lo sguardo diventasse una forma di violenza ulteriore, un voyeurismo da telegiornale che scivola via insieme alla pubblicità dei biscotti. Daniele Dottorini e io, con gli Appunti per un film su Cutro, abbiamo cercato di fare l’unica operazione onesta possibile. Abbiamo fatto un passo indietro, anche con la posizione del “punto macchina” si dice in gergo cinematografico. Abbiamo scelto il frammento invece del monumento. La balbuzie invece del proclama.

Strage di Cutro, gli “Appunti” opera volutamente opera aperta

Non chiamatelo documentario. È un corpo a corpo con l’invisibile. Dottorini, che le immagini le seziona da una vita con la precisione di un chirurgo della visione, sa perfettamente che davanti a una tragedia di questa portata il cinema ha un solo dovere: l’autopsia del proprio limite. Gli “Appunti” non sono un’opera incompiuta per pigrizia, ma per necessità etica. Sono un cantiere aperto perché non esiste una parola finale, non esiste un montaggio capace di rimettere insieme i pezzi di una vita che affonda a pochi metri dalla riva. La cinepresa qui non invade. Resta in ascolto. Inquadra il vuoto, non per estetizzarlo, ma per abitarlo. C’è una differenza brutale tra riprendere il dolore e testimoniare l’assenza. Dottorini e io abbiamo scelto la seconda via, quella più impervia, dove l’occhio si fa umile e accetta di non poter capire tutto.

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Il ritmo del film è quello di un respiro affannato. Si avverte la fatica di stare lì, su quella sabbia che scotta di un freddo metafisico. Le immagini non cercano il patetismo facile, la lacrima estratta con il forcipe della colonna sonora strappalacrime. Al contrario, lavorano per sottrazione. È un cinema che si scortica, che toglie strati di retorica per arrivare all’osso della questione: cosa resta in quei luoghi quando le telecamere se ne vanno? Restano le scarpe spaiate. Forse resta l’odore di gasolio che impregna il sale.

Resta il silenzio osceno di un’Europa che guarda il mare come se fosse un confine di vetro e non una distesa di carne e speranze naufragate. La forza di questo lavoro mai del tutto completato risiede – a nostro avviso – proprio nella sua natura diaristica, quasi clandestina. Non c’è la prosopopea degli autori che “raccontano la realtà”. C’è un uomo con una macchina da presa che inciampa nei detriti e si chiede se ha ancora senso filmare.

Strage di Cutro, le reliquie laiche negli Appunti

E’ un paradosso vivente. Da un lato la bellezza abbacinante della costa ionica, quel blu che sembra dipinto da un dio distratto, e dall’altro l’orrore di uno scheletro di legno che porta ancora i segni di chi ci si è aggrappato con le unghie. Dottorini e io, abbiamo evitano la trappola del “bel fotogramma”. Ogni inquadratura punge. È un cinema di osservazione che non osserva l’altro, ma osserva noi stessi mentre guardiamo l’altro. È uno specchio sporco di fango. In questo senso, il lavoro si inserisce nel solco del documentarismo antropologico, quello che non cataloga le culture ma le ferite comuni. Non ci sono interviste rassicuranti, non ci sono esperti in studio che spiegano i flussi migratori con grafici colorati. C’è solo la materia. Legno, ferro, plastica, stoffa. Oggetti che hanno perso la loro funzione e sono diventati reliquie laiche di un rito funebre collettivo che non abbiamo saputo celebrare.

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Il viaggio non finisce con i titoli di coda

La scelta di definire questi materiali come “appunti” è una dichiarazione di guerra alla narrazione chiusa, a quella smania di dare un senso a ciò che senso non ne ha. Un film “finito” su Cutro sarebbe un’impostura. Sarebbe un modo per archiviare la pratica, per mettere un punto e andare a capo. Ma la ferita di Steccato è ancora aperta, pulsa, spurga domande a cui nessuno vuole rispondere. Come autori lo sappiamo. Usiamo la macchina da presa come un bastone da cieco, tastando il terreno, cercando una verità che non sia quella dei tribunali o dei talk show, ma quella, più profonda e terribile, dell’umano che scompare nell’indifferenza.
C’è una rabbia sorda che attraversa ogni frame, una frustrazione che non esplode mai in urlo ma si sedimenta nella durata delle inquadrature.

Lasciare la camera accesa su un dettaglio per dieci, venti secondi in più del necessario non è un vezzo stilistico, ma è un atto di resistenza contro la velocità della nostra attenzione, contro l’oblio programmato che trasforma ogni tragedia in un post da scorrere col pollice. Ci costringono a stare lì. A guardare quel legno azzurro finché non ci fa male agli occhi. Finché non capiamo che quella barca non è affondata solo davanti alla Calabria, ma dentro ognuno di noi, in quel punto preciso dove l’empatia cede il passo alla stanchezza.

Il viaggio non finisce con i titoli di coda. Non può finire. Resta quel senso di incompiutezza che è l’unica forma di rispetto possibile verso chi non ha avuto voce. Dottorini e io riconsegnamo una responsabilità pesante, quella di non smettere di prendere appunti, di non chiudere il quaderno, di continuare a fissare l’orizzonte anche quando il mare sembra calmo e la sabbia ha coperto le tracce. Perché la risacca, prima o poi, restituirà qualcos’altro. E noi dovremo decidere se continuare a chiamarli detriti o iniziare, finalmente, a chiamarli fratelli.

Gianfranco Donadio

Gianfranco Donadio

Sono giornalista e documentarista. Ho studiato lettere moderne e sono cultore della materia in discipline demo-antropologiche. Sono, da anni, responsabile dei Laboratori di Antropologia visiva e di cinema documentario e sperimentale "Raoul Ruiz" del Dispes dell'Unical. Ho collaborato in équipes di ricerca sia in Italia che all'estero (Grecia, Francia e Spagna). Ho insegnato a contratto "Laboratorio di cinema e antropologia"

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