Lo Stretto di Hormuz, centro del mondo in questi due mesi di follia: in una delle immagini della propaganda iraniana che si sono avvicendate sul maxischermo di Piazza Valiasr, cuore di Teheran, è raffigurato come un panno che imbavaglia la bocca di Trump, cucita da una serie di spilli. Se nell’anatomia del potere la bocca è l’organo della parola sovrana – ciò che il re pronuncia diventa legge -, cucirla è un atto di castrazione politica: non si colpisce il corpo, ma la capacità del nemico di parlare, di comandare, di esistere come potere.
Il messaggio è reso ancora più esplicito dalla scritta, non a caso in inglese, e dunque rivolta all’esterno, che recita “At The Breaking Point”: Trump è stato portato al limite, ricondotto al silenzio. Un’immagine che fa il paio con un’altra, quella del pugno che stringe lo Stretto — ancora lui, il détroit come corpo da dominare — traducendo una minaccia geopolitica in un gesto viscerale e primordiale, quasi pre-linguistico nella sua efficacia.

La guerra semiotica di Teheran costruita sulle immagini
Immagini che seguono la stessa logica narrativa di fondo, quella che Greimas avrebbe chiamato un programma narrativo: c’è un eroe — l’Iran, il popolo, la Resistenza — che lotta per riconquistare ciò che gli appartiene, la sovranità, la dignità, il controllo del proprio destino. E c’è un antagonista — Trump, l’Occidente, Israele — che sistematicamente viene rappresentato come più debole di quanto voglia sembrare: la bocca cucita, il pugno che stringe ma non spezza. La propaganda non descrive la realtà; costruisce una versione di essa in cui i ruoli sono già assegnati e l’esito è già scritto. Funziona non perché sia vera, ma perché è coerente.
Ma prima ancora che sul contenuto, vale la pena soffermarsi sul luogo, Piazza Valiasr, uno dei nodi più frequentati della capitale, e dunque non una scelta neutra. Uno spazio di passaggio obbligato dove il messaggio si impone a chi transita senza che questi abbia scelto di riceverlo; si potrebbe dire una forma di sequestro dello spazio pubblico, in cui la città stessa diventa superficie su cui il potere scrive se stesso. E la scrittura, qui, è volutamente colossale. Come insegnava McLuhan, il medium è il messaggio, e un’immagine alta dieci piani non comunica le stesse cose di una locandina, anche a parità di contenuto. La dismisura non è un dettaglio scenografico, è la sostanza stessa della comunicazione; lo spettatore che alza gli occhi verso l’immagine compie già, con il corpo, un gesto di soggezione prima ancora di aver letto un singolo segno.

I rendering fotorealistici del regime iraianiano
Quanto alla dimensione estetica, la svolta rispetto al passato è netta: i murales artigianali che avevano caratterizzato la comunicazione visiva della Repubblica Islamica nei suoi primi decenni hanno lasciato il posto a rendering fotorealistici di alta qualità, costruiti con una padronanza tecnica che strizza l’occhio alle produzioni pubblicitarie globali. È una scelta rivelatrice e in qualche modo paradossale: il regime ha assorbito – e piegato ai propri fini -, i codici visivi dell’occidente che dichiara di combattere.
Ma c’è qualcosa di più sottile, che Baudrillard avrebbe riconosciuto immediatamente: queste immagini non documentano la guerra, la sostituiscono. La rendono più nitida, più leggibile, più coerente di quanto la guerra vera — caotica, frammentaria, irrapresentabile — possa mai essere. Non è propaganda nel senso di menzogna: è qualcosa di più insidioso, una versione ottimizzata del reale in cui ogni elemento visivo è al posto giusto, ogni gesto è eloquente, ogni colore lavora per la tesi. La guerra come opera d’arte totale, avendo in questo qualcosa di wagneriano.
Teheran si beffa delle “sparate” di Trump
Al di là di ogni singola immagine c’è poi un ulteriore livello di comunicazione, considerato che la coesistenza di questi messaggi nello stesso spazio urbano, nel tempo, costruisce una isotopia, una coerenza tematica che si auto-rinforza a ogni nuova immagine. Non episodi isolati, ma un sistema: ogni pannello dialoga con i precedenti, sedimenta un ulteriore strato di senso, consolida un lessico visivo riconoscibile. La guerra semiotica della propaganda iraniana — orchestrata, sofisticata, consapevole delle proprie leve retoriche — finisce così per farsi implicitamente beffa delle sparate trumpiane quotidiane: rumorose, caotiche, prodotte nell’istante e consumate nell’istante. Da un lato la piazza permanente, dall’altro il tweet. E nella durata, come sapeva bene Braudel, si misura il potere vero.

