Le ormai note vicende che riguardano il prof di Fisica influencer, quello da milioni di followers su tutti i canali social, raccontano più di quello che appare. Assai oltre i destini che riguardano Schettini, più interessante è invece ciò che i recenti accadimenti svelano sulla scuola italiana, da parecchio tempo sedotta dalla tentazione di trovare facili vie per conquistare l’attenzione degli studenti: impoverimenti di contenuti, banalizzazione di cose complesse, scorciatoie fatte di riassunti e spesso lezioni in video, perché le immagini sono meno impegnative delle pagine dei libri. Per ultimo la scuola ha ceduto al canto delle Sirene dei social. Insomma qualunque cosa pur di studiare in modo nuovo e moderno. Solo che nuovo e moderno non sono certezza di efficacia.
Il mito prof ideale
Da questo punto di vista Schettini incarna il desiderio di avere un prof che non esiste, quello buono, simpatico, alla mano, molto moderno al punto da sembrare audace e perfino eretico, eppure rassicurante come ogni cosa ben collaudata, bizzarro ma convenzionale, un poco fuori dalle righe e al tempo stesso prevedibile. Insomma il docente ideale sarebbe il prof John Keating, quello di “Capitano, mio capitano” del film “L’attimo fuggente”, però addomesticato e molto social, in grado di portare socraticamente a sé i ragazzi, ma dato che viviamo in tempi di neoliberismo selvaggio, non insensibile alla tentazione di monetizzare tutto. Come per tutte le cose che non ci possono essere, alla fine se ne scopre il limite, che è quello della triste realtà della scuola italiana, sempre all’inseguimento di cose nuove, diremmo “moderne”, per sedurre gli studenti.

La fatica della valutazione e la leggerezza dei like
Il prof della “Fisica che ci piace” non poteva coniugare per sempre la seduzione degli esperimenti fatti sulla cattedra a favore di telefonino con la necessità di produrre valutazioni in grado di rappresentare conoscenze, competenze e capacità di muoversi disinvoltamente tra i saperi. Il nuovo che avanza, vestito di simpatia, si è scontrato con la durezza dei fatti che tenacemente resta, cioè una scuola che alla fine ti chiede una difficile opera di valutazione esercitata su persone la cui complessità umana non può essere ridotta a un numero in pagella, ma deve andare molto oltre.
Alla fine si deve mettere un voto, possibilmente non legato a un like, perché altrimenti gli studenti diventano pubblico e invece le aule di un liceo sono ancora uno dei pochi posti fuori dalle logiche mercantili, libere dal “like come Amen digitale”, come scrive Byung Chul Han, sono un fortino che non deve essere espugnato dal domino dell’era dei followers, delle immagini instagrammabili, delle visualizzazioni che si trasformano in denaro.

La contaminazione pericolosa
Il problema non è se Schettini abbia davvero subordinato il suo compito di docente al ruolo di influencer, se davvero abbia mercanteggiato voti per like (al momento non ci sono elementi che possano confermarlo). Il problema è la contaminazione tra le aule dei licei e i social, tra quegli spazi teoricamente destinati alla formazione di pensiero critico, divergente, autonomo e quei luoghi sociali digitali dentro cui si consuma la profilazione degli utenti, si proietta una vita finta costruita sull’apparenza, basata sul destino di ogni influencer di inseguire il proprio pubblico, non di renderlo consapevole. La colpa di Schettini è quella di aver fatto entrare nelle classi l’Algoritmo che spersonalizza, esercita sorveglianza sociale, discrimina.
La scuola è risonanza
E poco conta che i video fossero “scientifici”, perché ogni divulgazione corre sul filo rischioso della banalizzazione, della semplificazione della complessità, mentre il ruolo della scuola è quello di attrezzare gli studenti per affrontarla la complessità, senza scorciatoie inefficaci ma ammalianti.
La scuola dovrebbe essere ancora, come spiega Hartmut Rosa, nelle pagine del suo “Risonanza e vita buona” quel luogo sociale dove “al centro è la relazione, la classe crepita di un brusio dinamico di costruzione collaborativa e il docente è il primo diapason che fa vibrare gli studenti: insegnare a risuonare, risuonando”. E’ questa la scuola che ci piace e i like non c’entrano niente.

