A dieci anni dalla morte di Umberto Eco è già iniziato il bombardamento di meme con le sue frasi note al grande pubblico. Una fra tutte: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».
In realtà le cose sono più complesse di quanto sembrino. Il prof di Alessandria ha sempre guardato con interesse scientifico ai vari linguaggi, anche ai loro incroci con le tecnologie, seppure alla luce della necessità di tenere in piedi i pilasti di una memoria collettiva che non fosse sfuggente e destinata a eclissarsi.
Eco ha deciso, invece, in qualche modo di eclissarsi per molti anni. Nel testamento ha vietato che ci fossero commemorazioni “ufficiali”, conferenze, incontri su di lui per una decade. Termine scaduto. Già dal 18 febbraio scorso è, infatti, partita ECO ECO ECO. A World-Wide Talk for Umberto, maratona web globale. In tanti partecipano a questo larghissimo esperimento culturale tirando fuori interpretazioni, storie e considerazioni di uno dei più importanti intellettuali europei degli ultimi decenni. Un chiaro segno di quanto sia rimasta nell’immaginario collettivo una figura come Eco, difficilmente inquadrabile in una etichetta: fu scrittore, studioso, autore di rubriche fortunate e durature come La bustina di Minerva sull’Espresso dal 1985 al 2015, amante dei fumetti come Dylan Dog. In un episodio troviamo un suo cameo.
Siamo tutti Mike Bongiorno
In obbedienza alla sua missione di unire cultura “alta” e pop, Eco scrisse un saggio rimasto negli annali d’Italia: Fenomenologia di Mike Bongiorno, uscito in Diario Minimo nel 1961. Il noto presentatore all’inizio se l’è un po’ presa, ma non capita a tutti di diventare oggetto di uno studio accademico di tale importanza. Resta l’analisi lucida di una televisione in grado di livellare le differenze. Qualcuno ricorderà pure il celebre episodio de “La Ricotta” di Pasolini con protagonista Orson Welles che dice: «Tu sei un uomo medio». Gli italiani amano esserlo.
E Mike? «Non provoca -scrive Eco nel saggio – complessi di inferiorità, pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello». Il livellamento catodico come specchio di quello culturale continuerà il suo corso, senza intoppi, fino ai giorni nostri: dalle reti private fino ai reality.
Bagno semiotico
Siamo tutti immersi in un bagno semiotico. Eco ci insegna a fare i conti con una disciplina di confine. Ma cosa studia? Il segno (dal greco σημεῖον, semeion), qualcosa che rinvia a qualcos’altro. Non l’ha inventata Eco ma ne ha ripreso i flussi partendo da lontano: dal De Interpretazione di Aristotele fino ai lavori di Peirce, passando per Ferdinande De Saussurre. E poi Roland Barthes, altro grande pilastro. Autore di un manuale studiatissimo nelle università italiane (Trattato di semiotica generale, 1975), Eco ha ricondotto la semiosi al mentire, ricordandoci quanto il falso sia elemento costitutivo del linguaggio e del mondo. Anche grazie a lui in Italia sono proliferati molti corsi in Dams e Scienze della comunicazione; dove la semiotica era ed è chiave di lettura obbligatoria. Oggi ci accompagnano i suoi libri e i suoi concetti, le irrinunciabili e salutari camminate nei suoi boschi narrativi.

Il Medioevo
Prima di Eco, giganti come Jacques Le Goff, ci hanno spiegato che il Medioevo non fosse affatto un periodo buio. Il professore dell’Alma Mater ha saputo ribadire un concetto in un saggio dal titolo illuminante: “Dieci modi di sognare il medioevo”. Poche righe sintetizzano lo spirito di un era che «inventa tutte le cose con cui stiamo ancora facendo i conti, le banche e la cambiale, l’organizzazione del latifondo, la struttura dell’amministrazione e della politica comunale, le lotte di classe e il pauperismo, la diatriba tra Stato e Chiesa, l’università, il terrorismo mistico, il processo indiziario, l’ospedale e il vescovado, persino l’organizzazione turistica: sostituite le Maldive con Gerusalemme e avete tutto, compresa la guida Michelin». Nulla da aggiungere.
Il Nome della Rosa
Una serie di strane morti turbano la quiete di un’abbazia, un libro di Aristotele ha il potere di uccidere chiunque lo legga, un frate francescano chiamato a indagare e lottare contro una Chiesa che non può tollerare il pensiero fuori dai cardini e un giovane monaco diventato vecchio ripercorre quella terribile settimana. Gli ingredienti sono quelli di un giallo medievale, in realtà è un libro di rara bellezza.
Vince il premio Strega, tradotto in oltre 40 lingue, vende 50 milioni di copie. Diventa un film capace di avvicinarsi alla potenza delle pagine scritte da Eco. Lo dirige Jean Jaques Annaud, Sean Connery è Guglielmo da Baskerville, ma non è difficile rivederci Guglielmo d’Occam, francescano e filosofo in aperto conflitto con la Chiesa romana; mentre la serie con John Turturro ha un po’ deluso le aspettative. Il Nome della Rosa, però, continua ad affascinare lettori di ogni età. C’è pure chi ci ha visto un trattato di semiotica dentro: in parte è vero.
La biblioteca di Eco
La biblioteca di Umberto Eco contava “solo”, si fa per dire, 50mila volumi nella sua casa di Milano. Molte foto lo ritraggono tra quelle pareti come il protagonista di un racconto di Borges, ricordandoci: «Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è una immortalità all’indietro». E il professor Eco forse non sarà immortale, ma sarà davvero difficile dimenticarlo.

