Nessun dolore | Amelio: il film è un atto d’amore, non un manifesto politico

Il librario di strada, la prof universitaria e l'imprevedibile che sconvolge la vita del protagonista. Una storia di accoglienza che parte da un fatto tragico. L'ultima pellicola del regista calabrese non è una predica ma interroga a suo modo le nostre coscienze
29 Settembre 2026
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Gianni Amelio a Cosenza per la presentazione del suo ultimo film "Nessun dolore" (Foto Alfonso Bombini)

«Questa storia deve ancora accadere», annuncia la prima sequenza di Nessun dolore, ultimo film di Gianni Amelio. È in quell’ancora si gioca la forza dell’imprevedibile nelle nostre vite. Davide, interpretato da Alessandro Borghi, è un libraio di strada, uno di quei resistenti tra poesia e sopravvivenza. Un po’ “de sinistra” con occhialini e giacca di velluto d’ordinanza. Lo spartiacque per lui arriva sul marciapiede di una Roma che non nasconde le contraddizioni del nostro contemporaneo: una folta schiera di dannati si muove in cerca di calore, cibo e un tetto dove poter dormire. Vengono da lontano, come tanti personaggi del regista calabrese di San Pietro Magisano. E poco importa se arrivano dal Sud Italia o se lasciano l’Africa in cerca di un po’ di fortuna.

Come le due anime maghrebine che si muovono in questa città dolente: un padre giovanissimo e un figlio. Affamati e disorientati, ma le peripezie gli hanno insegnato come cavarsela raschiando il barile anche quando il barile non c’è. Il papà ha quell’astuzia di strada utile a riconoscere un uomo buono, uno di quelli che può prendersi cura del figlio, che va interpellato nella sua coscienza. Dice al ragazzino di seguire Davide e di non lasciarlo mai. Così succede. Ma Davide non può e non vuole tenerlo con sé e lo invita a lasciarlo in pace. Il bambino si allontana camminando all’indietro e lo guarda negli occhi. Poi l’arrivo di una moto, lo schianto, le sirene dell’ambulanza, il dolore improvviso di Davide che si precipita in ospedale. Niente da fare: morirà il giorno dopo.


Da lì inizia la sua seconda vita, perché si sente responsabile della morte del ragazzo. Ospita a casa una ragazza nordafricana incinta vista in ospedale. Poco prima era stata sbattuta fuori dalla sala d’attesa dove lei cercava un posto caldo dove passare la notte.  Il giorno dopo si ritrova in casa una famiglia intera, poi il numero cresce a dismisura e quelle mura diventano un centro d’accoglienza. Ma Davide non sa dire no. Al punto di finire in galera per aver dato un tetto a chi non l’aveva.
Ma questo film «non è una predica, né un manifesto politico», solo «un atto d’amore» ha sottolineato Gianni Amelio prima della proiezione al cinema Tieri di Cosenza nell’evento organizzato da Giuseppe Citrigno, presidente Anec Calabria e amministratore di CGC Sale cinematografiche. Perché al di là della «umanità buona» per l’integrazione e «l’inserimento degli stranieri è necessaria la politica».

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E per quanto possa avere del miracoloso il suo gesto in una società ripiegata sempre di più sull’odio dello straniero, il protagonista della pellicola è sopraffatto dagli eventi. Non può essere il solo a portare sulle spalle un fardello così grande. Ma può aprire una breccia. La stessa aperta negli occhi di Elsa, una professoressa di Letteratura all’Università che ogni tanto passa a trovarlo, lascia qualche testo, sorride, parla. Anche lei, interpretata da Valeria Golino, ha capito che c’è qualcosa in Davide, un’umanità diversa, insolita. Un legame che nasce su quei libri, altro filo conduttore di un film che si nutre di parole. E su testi come Furore di John Steinbeck e Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse. Ma non sarà la letteratura a salvare quella schiera dei dannati in fila per un vita migliore. E nemmeno noi.

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