CINEMATIKA Summer Edition | La nostalgia del presente

19 Agosto 2026

Riparto da Serra San Bruno al mattino, l’aria è ancora fresca e mi resta addosso per pochi minuti, lasciando poi lo spazio al sole cocente. La strada, scendendo, cambia lentamente carattere, dove il bosco si apre, il verde si allenta e la luce riprende possesso delle superfici. È uno di quei passaggi fondamentali che sento dentro, anche se non sono ancora in grado di esprimerlo, eppure la verità è che questo viaggio sta lentamente diventando memoria. Forse la nostalgia del presente nasce proprio qui, in un tragitto in cui il bello non è ancora finito ma ha già cominciato a creare quel senso di mancanza.

Arrivare verso Le Castella dopo i boschi delle Serre significa riemergere. Il mare torna largo, la fortezza appare come una figura familiare e insieme incredibile, la pietra sembra appoggiata sull’acqua con una naturalezza quasi offensiva. Mi fermo in una stanza semplice, giusto il tempo di lasciare la sacca e ripartire a piedi. Il paese è pieno della vita estiva che conosciamo: voci, tavoli, passi, ragazzi, famiglie, odore di fritto, luce ancora alta, eppure sotto questa superficie si sente già una leggera malinconia.

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Racconto d’estate, di Éric Rohmer, con Melvil Poupaud, è uno dei film che meglio comprendono questa sostanza particolare dell’estate: la sua leggerezza mai del tutto innocente. I giorni sembrano aprirsi alla festa, il desiderio si muove, gli incontri si moltiplicano, ma da qualche parte sappiamo che tutto questo ha una scadenza. Ed è proprio la scadenza a rendere l’estate così intensa. Non la vive più pienamente chi crede che duri per sempre, ma chi sente che sta passando proprio mentre brilla ancora.

A Le Castella questa sensazione è fortissima. Il mare davanti alla fortezza sembra eterno, ma la vita attorno dice il contrario, ogni cosa qui esiste anche perché è temporanea. Le voci di agosto, le serate, le luci, la densità dei corpi nello spazio, il senso che ogni momento potrebbe avere il suo doppio malinconico appena fuori campo. La nostalgia del presente non è tristezza, è una forma raffinata di lucidità. Ti aiuta a capire che una cosa è bella e nello stesso momento accettare che non puoi trattenerla.

La contemporaneità ci educa poco a questa lucidità. Vogliamo possedere, archiviare, prolungare, salvare, trasformare tutto in prova ciò che è accaduto. Perfino la felicità va immediatamente fotografata, resa disponibile, catalogata. Rohmer, invece, insegna una cosa diversa: la pienezza di certi momenti dipende anche dal fatto che non puoi fermarli senza rovinarli. L’estate vera non si raccoglie bene in un archivio, va depositata in un ricordo, in una luce, in un odore.

Camminando sul lungomare e poi verso la fortezza, penso che la Calabria abbia un rapporto naturale con questa nostalgia luminosa. Qui l’estate non è mai solo una stagione, ma un ritorno degli assenti, dove i paesi riaprono le porte, ricompaiono le famiglie e il tempo si intensifica. Ma proprio per questo porta dentro di sé una piccola ombra. Tutti sappiamo, anche senza dirlo, che questo pieno non durerà. E così le serate di agosto, in certi luoghi del Sud, diventano allo stesso tempo leggere e commoventi.

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Mi fermo a guardare il castello quando la luce comincia a piegarsi. L’acqua cambia colore, le voci si diradano appena, il giorno resta bellissimo ma meno sicuro di sé. È in quel punto preciso che Racconto d’estate smette di essere il film delle esitazioni sentimentali e diventa una meditazione molto più ampia sul tempo che scorre mentre ci sembra ancora disponibile. La nostalgia del presente è questa: non aspettare che una cosa sia finita per capirne il peso, cerca di sentirne il suo congedo già nella sua pienezza.

Rientro in camera con il rumore del paese ancora vivo, ma già un poco più distante. La sacca è lì, come tutte le sere, eppure tutto sembra leggermente diverso. Forse viaggiare serve anche a questo: ad allenare una sensibilità che la vita ordinaria atrofizza. La capacità di riconoscere il valore di un istante senza schiacciarlo subito nel possesso. A Le Castella l’ho sentito con chiarezza: il presente, quando è davvero vivo, ha già dentro di sé la sua nostalgia. Ed è proprio questa fragilità a renderlo indimenticabile.

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Pier Luigi Sposato

Pier Luigi Sposato

Pier Luigi Sposato è sceneggiatore, regista e produttore cinematografico calabrese, nato a Cosenza. La sua carriera è fondata su un approccio da artigiano dell’immagine: scrittura, regia e produzione avanzano insieme, con cura per atmosfera, dettagli visivi e ritmo narrativo. I viaggi della sua vita e l’incontro con persone e luoghi nutrono il suo cinema, sempre in equilibrio tra realtà e visione, tra radici e movimento. Tra i suoi lavori principali figurano “Il colore verde della vita”, candidato ai Premi David di Donatello, “Judas”, vincitore del Madrid International Film Festival e Il Cammino – Viaggio in Calabria, distribuito da Amazon Prime Video. È anche manager e fondatore della BIG DIGITAL EYE | Media House, realtà dedicata alla produzione e allo sviluppo di progetti audiovisivi. Nel suo percorso, la Calabria non è soltanto un’ambientazione: è una bussola emotiva. E ogni storia è un ritorno che somiglia, ostinatamente, a una nuova partenza.

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