CINEMATIKA Summer Edition | Il silenzio dopo il movimento

23 Agosto 2026

Arrivo a Santa Severina e il viaggio, per la prima volta dopo molti giorni, sembra fermarsi senza chiedere spiegazioni. Il borgo è alto, saldo, quasi raccolto dentro la sua stessa pietra. La stanza dove mi fermo ha poco di memorabile in senso alberghiero, ma la finestra basta: ha una vista larga, il senso di un margine che non ha bisogno di esibirsi. Dopo tante strade, tanti approdi e tanti cambi di luce, il silenzio non arriva come un vuoto che spaventa, ma come una competenza che il corpo ha finalmente imparato nel tempo.

Santa Severina è una tappa davvero giusta perché introduce il rallentamento senza creare teatralità. Non ho ancora raggiunto la quiete assoluta, sono di fronte la soglia della quiete. Cammino per queste vie quasi senza fretta, e comprendo senza affanno che il movimento, per avere un senso, deve concedersi a un certo punto un deposito, altrimenti diventa solo un accumulo. Le quattro volte, di Michelangelo Frammartino, lavora proprio su questa qualità del tempo, dove niente deve imporsi, perché tutto respira dentro un ciclo più grande e all’interno di questo turbinio torni a sentire l’imponenza della vita e della tua natura umana.

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Riparto verso la Sila, e lì il silenzio prende un’altra forma. Sale l’altitudine, cambia l’aria, il paesaggio si raffredda. Il lago, qualunque si scelga in questa traiettoria, fa il resto, costringendoti a un respiro più lungo. È una pausa che non ha nulla di spettacolare, eppure è preziosa. In un viaggio estivo pieno di coste e di luce aperta, il lago arriva come un punto in cui il pensiero smette finalmente di inseguirsi.

La nostra epoca teme il silenzio perché lo scambia per assenza di prestazione. Se tu non stai producendo, postando, rispondendo, reagendo, ti sembra di essere uscito dal mondo che conta; e invece il silenzio, quando è giusto, ti restituisce consapevolezza e spessore. Non devi avere il timore che possa portarti fuori dalla vita, esso ti rimette al centro e lo fa senza il rumore di fondo che spesso è inservibile. Le quattro volte lo sa benissimo, un film che osserva il Sud come luogo in cui il tempo ha ancora il diritto di non farsi schiacciare dall’urgenza e non pretende di trasformarlo in un repertorio folkloristico.

Scendendo poi verso Sibari al tramonto, la puntata cambia ancora una volta registro. Dopo la pietra alta di Santa Severina e il raffreddamento della Sila, arrivare al Parco Archeologico significa fare i conti con un silenzio storico. Le rovine non sono morte, parlano piano perché la durata che portano addosso è più lunga di noi. Cammino tra le tracce della città antica e sento che il viaggio, prima di finire, chiede questa ultima lezione: non tutto deve essere immediatamente attuale per essere vivo.

Sibari è un luogo perfetto per questo passaggio. Il tramonto appoggiato sulle rovine fa una cosa enorme che nessun ragionamento riuscirebbe a fare meglio: rimpicciolisce il presente senza umiliarlo. Ti fa capire che le nostre stanchezze, le nostre corse, le nostre urgenze esistono, certo, ma dentro una linea del tempo che non coincide con il ritmo dei nostri dispositivi. È una lezione molto sobria e necessaria.

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Mi viene da pensare che il silenzio dopo il movimento sia uno dei beni più rari della vita contemporanea. Non il silenzio imposto, non il silenzio come esclusione, ma il silenzio che segue a un attraversamento e lo rende finalmente leggibile. Quante cose facciamo e poi abbandoniamo senza mai concederci il tempo di capire cosa ci hanno fatto davvero? Questo viaggio estivo, se ha un senso, ce l’ha qui: nella possibilità di ascoltare l’eco invece di pretendere sempre un nuovo stimolo.

Quando lascio il parco, il giorno ha quasi finito la sua luce. Il mare vicino non si vede, ma si sente come una presenza bassa. Le quattro volte, a questo punto, non è più solo il film dei cicli, della materia, del Sud profondo. È il film di un’altra alfabetizzazione del tempo, perché ti insegna che il movimento ha bisogno di una camera di decantazione, dove il paesaggio ha diritto a non essere immediatamente commentato. Che il viaggio, se vuole trasformarti davvero, deve passare anche per un punto in cui smetti di parlare e finalmente lasci che qualcosa, dentro di te, si depositi per sempre.

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Pier Luigi Sposato

Pier Luigi Sposato

Pier Luigi Sposato è sceneggiatore, regista e produttore cinematografico calabrese, nato a Cosenza. La sua carriera è fondata su un approccio da artigiano dell’immagine: scrittura, regia e produzione avanzano insieme, con cura per atmosfera, dettagli visivi e ritmo narrativo. I viaggi della sua vita e l’incontro con persone e luoghi nutrono il suo cinema, sempre in equilibrio tra realtà e visione, tra radici e movimento. Tra i suoi lavori principali figurano “Il colore verde della vita”, candidato ai Premi David di Donatello, “Judas”, vincitore del Madrid International Film Festival e Il Cammino – Viaggio in Calabria, distribuito da Amazon Prime Video. È anche manager e fondatore della BIG DIGITAL EYE | Media House, realtà dedicata alla produzione e allo sviluppo di progetti audiovisivi. Nel suo percorso, la Calabria non è soltanto un’ambientazione: è una bussola emotiva. E ogni storia è un ritorno che somiglia, ostinatamente, a una nuova partenza.

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