Quando arrivo a Stilo, la pietra è così calda che sembra trattenere ancora il sole, ma già comincia a cederlo lentamente all’ombra. La Cattolica è piccola, quasi raccolta in se stessa e ti costringe a ridurre il tono. Entro dentro, la osservo in religioso silenzio, poi esco fuori e resto un po’ fermo senza forzare nessun concetto in particolare. Non sempre l’emozione arriva come un colpo di scena, alcune volte è tardiva, proprio come un abbassamento di voce, e interiormente non senti il bisogno di parlarne subito.
Questo paese ha una qualità rara: non ti impressiona soltanto, ti mette in ascolto con frequenze mai ascoltate prima, il pensiero rallenta, inizi a sentirti leggero. Le pietre, la verticalità del paese, il rapporto tra il borgo e il monte, tutto sembra suggerire che il viaggio, a questo punto, non abbia più bisogno di mostrarti quanto ti ha smosso, vuole soltanto indicarti il grado di vulnerabilità che hai raggiunto. L’emozione che disarma nasce proprio lì, quando non puoi più fingerti impermeabile alla luce, alla fatica, alla storia, al paesaggio.

Riparto verso Serra San Bruno attraversando la foresta delle Serre, ed è il tragitto a cambiare davvero la puntata. Gli alberi stringono la strada, gli arbusti disegnano bordi irregolari, il sole filtra in tagli netti che per un istante fanno dei quadri e subito dopo li cancellano. Qui il paesaggio non è soltanto bello ma attivo. Ti cambia la respirazione, ti toglie la voglia di parlare troppo e per fortuna ti costringe a guardare fuori il mondo come se ogni dettaglio fosse sul punto di trasformarsi in presenza.
Tropical Malady, di Apichatpong Weerasethakul, è il film giusto per questa zona intermedia tra pietra e foresta, tra forma e mistero. È un’opera che capisce come il desiderio, il paesaggio, la paura e l’incanto non siano blocchi separati ma parti dello stesso attraversamento. A un certo punto il bosco smette di essere sfondo e diventa una soglia. Il mondo non si spiega più, ti circonda. E se resisti alla tentazione di tradurlo subito, ti cambia per sempre.
La nostra epoca ha un rapporto difficile con il disarmo. Ci piace la forza, la battuta pronta, la performance impeccabile, il cinismo considerato maturità. L’emozione, invece, viene tollerata solo quando è ben confezionata. Tropical Malady ricorda il contrario: che esistono emozioni che non servono a esibirsi, ma a perdere una corazza. E, qualche volta, è l’unico modo serio per ricominciare a percepire la vita invece di amministrarla.
Nella foresta delle Serre questa lezione entra nel corpo. La strada curva, il verde chiude, la luce si fa intermittente; non succede niente di clamoroso, e proprio per questo succede molto. Mi torna in mente quante volte confondiamo il vivere con il produrre risultati, perfino in vacanza, perfino nei viaggi, perfino davanti ai paesaggi. E quante poche volte ci concediamo di essere semplicemente toccati da qualcosa che non possiamo usare subito.
Anche la Calabria, se la si percorre davvero, non è soltanto una costa e promozione da depliant. Possiede zone dove il paesaggio ti disarma perché non si lascia ridurre a slogan. Stilo e le Serre lavorano in questa direzione, dove la bellezza non chiede applausi ma solo disponibilità. Una sacralità che non ha bisogno di enfasi religiosa per farsi sentire. Un tratto di Sud che non urla la propria identità, lasciandola libera di filtrare come il sole tra gli alberi.

Quando arrivo verso Serra San Bruno ho la sensazione precisa che il viaggio sia entrato in un tratto molto diverso rispetto a prima. Non si tratta più solo di movimento e nemmeno di ritorno, siamo a metà strada in una specie di sospensione fertile. È lì che Tropical Malady smette di essere un film lontano da noi e diventa una chiave concreta, sottolineando che l’emozione più importante non è quella che ti travolge o che fa scena, ma quella che ti toglie per un attimo la protezione, e in quel vuoto brevissimo ti restituisce una forma più vera di attenzione, riportando all’aria aperta l’essere umano tenuto nel cassetto.

