C’è un momento preciso, nella vita di un piccolo paese del vibonese come Monterosso Calabro, in cui la tutela di un edificio smette di essere una pratica burocratica e diventa una questione di dignità, direi quasi un atto di resistenza spirituale. Arroccato tra le pieghe di una Calabria che non si arrende, Monterosso non è solo un insieme di coordinate geografiche, ma un luogo vivente fatto di silenzi, di sguardi che si incrociano nei vicoli e di una memoria che si tramanda di padre in figlio.

Razionalismo anni ’50 a Monterosso Calabro
Da qualche tempo, però, quella memoria trema. La notizia che il vecchio municipio potrebbe cadere sotto i colpi di una ruspa ha acceso una scintilla che ha fatto il giro del mondo, rimbalzando tra chi è rimasto a presidiare queste strade e chi, pur vivendo lontano come gli emigrati, porta ancora nel cuore il profilo inconfondibile del proprio paese. Non stiamo parlando di salvare quattro mura qualsiasi, ma di proteggere un simbolo che ha saputo fondersi con la terra. Quel palazzo, come ci ricorda con voce ferma l’architetto Rosario Chimirri, non è nato dal nulla, ma è sbocciato e cresciuto sulle radici dell’antica chiesa madre, in un legame dove il sacro del passato ha dato forma alla vita civile del presente, conservandone i materiali e la sagoma, quasi a non voler disturbare lo spirito del luogo.
Vederlo oggi condannato a morte in favore di una ricostruzione neoclassica, che sa tanto di “falso storico” e di modernità fuori tempo massimo, fa male. E’ doloroso. E’ come voler cancellare le rughe dal volto di una persona cara per sostituirle con una maschera di silicone, in cui si perde verità e anima. Perché smantellare un raro esempio di razionalismo anni ’50, fatto di pietra vera e sudore artigiano, per imporre una piazza che nulla ha a che fare con il nostro DNA medievale, rischiando di ferire le case vicine e di sprecare risorse che appartengono a tutti noi?
Perché il nuovo a tutti i costi?
La vera bellezza non sta nel nuovo a tutti i costi, ma nella cura, e la proposta di trasformare il municipio in un centro per le arti, accanto alla nostra storica Filanda, è l’unica visione di futuro possibile per chi non vuole un paese trasformato in un guscio vuoto. Salvaguardare la linea dell’orizzonte paesano significa dire ai nostri figli che la loro storia ha un valore e che le pietre hanno una voce. Per questa e tante altre ragioni, oggi, ogni firma e ogni condivisione diventano un mattone a difesa della nostra identità. Non restiamo a guardare mentre la memoria viene ridotta in macerie. Partecipare alla mobilitazione, unirsi alla comunità digitale e firmare la petizione per fermare la demolizione del vecchio municipio di Monterosso significa, in fondo, difendere noi stessi e il diritto di chiamare ancora questo posto “casa”, “paese vivo”.
