Ciclosofia | «Ricoglitive» nei miei paesi di prossimità

Quelle parole su un muro di Mangone (Cs) sono un manifesto politico. Un invito, un appello, un grido a tornare. I nostri piccoli luoghi del cuore sono come certi negozi, sembrano offrire poco, ma quel poco è fondamentale per continuare a illudersi che la vita non si sia fermata
15 Ottobre 2026
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Una scritta che è un manifesto politico su un muro di Mangone (Cs)

A pochi chilometri a sud di Cosenza, superata la valle del fiume Crati, si incontra il valico di Pianolago, che apre le porte alla valle del fratello Savuto. In realtà, si tratta di un pianoro attraversato dall’Autostrada del Mediterraneo e delimitato, da un lato, dalla Catena Costiera Tirrenica e, dall’altro, dalle prime pendici della Sila. Su questi rilievi, a quote comprese tra i 500 e i 700 metri di altitudine, sorgono alcuni piccoli centri, abitati da poche centinaia di persone.  Io li chiamo i «paesi di prossimità». Come gli omonimi negozi, sembrano offrire poco, ma quel poco è fondamentale per continuare a illudersi che la vita non si sia fermata. Sono paesi vicini ai centri più grandi, poco abitati, ormai poco vissuti e poco frequentati. Eppure, sono essenziali per il bene dell’anima, tanto di chi vi risiede quanto di chi li visita. Uno dei più vicini al capoluogo provinciale è, per esempio, Lappano, un gioiellino che la modernità calabrese non è ancora riuscita a deturpare.

Santo Stefano di Rogliano

Oggi, però, mi allontano di un niente e vi porto con me, sulla mia bici, a pedalare lungo la «pedemontana», che si snoda come un serpente a sud di Cosenza, nell’area dei casali presilani: Donnici Superiore, Piane Crati, Cellara, Mangone e Santo Stefano di Rogliano. Paesi che, messi tutti insieme, non arrivano neppure a cinquemila abitanti. Non tutti sanno che l’espressione «Casali di Cosenza» indica quelle comunità rurali sorte sulle colline che fanno da corona al capoluogo cosentino. Una prima caratteristica accomuna questi paesi: non sono mai stati infeudati e, al pari di Cosenza, dipendevano direttamente dalla Corona del Regno di Napoli. Erano dunque liberi dal giogo di duchi e conti. Forse è anche per questo che vi si riconosce una sobria signorilità, da decenni assediata da un susseguirsi di nuove costruzioni.

Piccoli gioielli nascosti

Superato di slancio Donnici, al bivio di quello Superiore, un palazzotto padronale che mi si para davanti mi sorprende proprio per la sua capacità di resistere a questo stato di cose. L’altro aspetto che accomuna questi luoghi è che, in fondo, si assomigliano tutti. Non fraintendetemi: voglio dire che ciò che davvero li differenzia è soprattutto la conformazione del terreno sul quale sono sorti e dove, nel corso dei secoli, gli abitanti hanno edificato le loro case. A questo proposito, chi percorre queste contrade con occhi attenti sa bene che non deve aspettarsi grandi opere del passato. Non siamo certo nelle terre del Rinascimento toscano. Ma, se ci si «accontenta», si possono scorgere, tra le pieghe del brutto, piccoli tesori nascosti dietro stradoni, nuove abitazioni e aiuole cementificate: tutto ciò che contribuisce a rendere la Calabria famosa per il suo «non finito».

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Donnici superiore

Regola numero uno: niente vie principali

Per apprezzare questi paesi bisogna abbandonare le vie principali, ormai consegnate allo scorrimento veloce delle automobili. Occorre inoltrarsi nei vecchi centri, quelli rimasti ai margini delle «tangenziali», costruite per agevolare il traffico e circondate da edifici di ogni genere, anonimi e disaggreganti. Insomma, per essere un vero viaggiatore sui pedali bisogna lasciare, appena possibile, le strade principali. Intanto, mentre lascio Cosenza, stramaledico la prima salita. Il ciclista abituale sa che le asperità da superare non mancano mai, soprattutto in una regione come la Calabria, terra di montagne e di scarse pianure. Ma, in questo caso, ho un motivo personale per odiare la salita verso le colline presilane: mi ricorda le volte in cui, atteso con preoccupazione dai nonni, riportavo a Cellara dall’ospedale mio zio Fani, malato di tumore. In realtà, è l’intero percorso a essere colmo di ricordi, belli e brutti. Ogni curva, ogni paese, ogni scorcio sembra custodire una traccia del tempo trascorso, una memoria che riaffiora mentre pedalo.

Terra di olio e di vino

A Donnici Superiore, per esempio, si arriva soltanto abbandonando la provinciale: sono appena trecento metri, ma bastano per compiere un salto nel passato. A chiunque vi giunga, il paese restituisce l’impressione di essere tornati agli anni Settanta. Per me, poi, tutto è rimasto fermo ai tempi di don Giovanni Petrone, ritiratosi a vita privata nel suo paesello d’origine. A lui mio zio doveva la vocazione sacerdotale, nata quando il sacerdote donnicese era parroco di Grimaldi. Mi inoltro nel paese seguendo lo stretto corso principale, fiancheggiato da due file ininterrotte di case, per la maggior parte ben conservate. Sulla destra si aprono alcuni vicoli, dai quali si intravedono i colli ammantati di ulivi e vigne: questa è terra di olio e di vino. Pedalo quasi alla cieca, lasciandomi guidare dalla strada, finché non raggiungo un edificio sacro: la chiesa dell’Annunziata. Alcune signore sono indaffarate con sedie, panche e suppellettili di ogni genere. Stanno facendo le pulizie, sotto lo sguardo stanco del parroco, seduto a tergersi il sudore. Mi fermo soltanto il tempo necessario per riprendere fiato e salutare quelle gentildonne, mentre nell’aria di questo inizio d’ottobre si diffonde il profumo del primo mosto. È un odore che inebria e accompagna la ripartenza, quasi fosse un invito a proseguire lentamente, assaporando ogni cosa.

Tra Figline, Cellara e Mangone

Riprendo la provinciale in direzione di Piane Crati. Per raggiungerla bisogna lasciare sulla destra l’orrida «tangenziale», che impedisce di godere dell’atmosfera malinconica di un tempo che fu. Naturalmente, qui come nel vicino paese di Figline, così come a Cellara e a Mangone, ciò che merita attenzione, oltre all’atmosfera nostalgica, sono le chiese. Chi, se non gli stessi figlinesi, ha mai avuto occasione di ammirare la grande chiesa di San Giovanni Battista? Non mancano, tuttavia, gli orrori e gli errori. Come nel paese di mio zio, dove, proprio accanto alla chiesa di San Sebastiano, è stato costruito un brutto edificio comunale. Proprio accanto: una vicinanza che non può non colpire, per il contrasto tra la dignità dell’edificio sacro e la pochezza di quello che gli è stato messo a lato. A colpire, poi, è sempre la pressoché totale assenza di persone per strada. Sarà forse perché è mattina, in un giorno feriale? Può darsi. Eppure, il silenzio che avvolge questi luoghi sembra raccontare qualcosa di più profondo, qualcosa che ha a che fare con lo svuotamento dei paesi e con la progressiva scomparsa della vita quotidiana.

“Ricoglitive”

A Mangone, comunque, hanno pensato di risolvere la questione con un murales che urla al cielo — e a chi, se no? — una parola sola: «Ricoglitive». Eppure, sarebbe bello, oltre che giusto, se tutti tornassero a casa. I luoghi sono straordinari e il paesaggio, in questo tiepido giorno d’autunno, è bellissimo. Lungo la strada, gli ultimi lembi di verde dei castagni accompagnano il mio passaggio, mentre la luce della stagione rende più dolci i contorni delle colline. Mi concedo una sosta e mi ristoro con un panino da «Zi Teresina», prima di affrontare la bella discesa verso Santo Stefano. Arrivo così nel paese di Santa Liberata. Salgo fino al santuario e, da lassù, mi fermo a contemplare la bellezza del creato. Davanti a me si spalancano le valli del Crati e del Savuto, sorvegliate dal Monte Cocuzzo, che si staglia solitario all’orizzonte, contro un cielo color cobalto.

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Pierluigi Pedretti

Pierluigi Pedretti

Pierluigi Pedretti, grimaldese con ascendenze trentine, vive attualmente a Cosenza. Scrive da molti anni di cultura su blog e riviste. Ha collaborato con giornali regionali ( La provincia cosentina, Il quotidiano del sud, Calabria ora), e nazionali (Liberazione e La Rinascita). Ha pubblicato alcuni libri di carattere storico e antropologico come "Un demone in bicicletta" (2018) e "Roma sul Savuto" (2022). Nel 2025 ha dato alle stampe il suo primo romanzo "Ester e il sovversivo" (Edizioni Efesto). Insieme all'associazione "Seminaria culture" cura incontri con scrittori e poeti prevalentemente su temi sociali e civili. Oltre alla scrittura nutre due grandi passioni: la natura e il ciclismo.

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