Ci sono luoghi che non cerchi davvero, ma che finiscono per trovarti. Passeggiando per la città, senza una meta precisa, mi sono imbattuta in quella che qui a Galway è considerata la libreria più amata dagli abitanti: Charlie Byrne’s Bookshop. Non era la prima volta che ne sentivo parlare, ma fermarmi lì, questa volta, ha avuto un sapore diverso. Ci sono arrivata con un pezzo della mia storia addosso.
Sulla giacca la spilla della biblioteca di Torano
Avevo con me la spilla del mio gruppo di lettura della biblioteca comunale, quella biblioteca che per un anno è stata anche il mio posto di lavoro, il mio spazio quotidiano, un piccolo mondo fatto di libri, persone e silenzi condivisi. Ho deciso di fare qualche foto: un gesto semplice, quasi istintivo, ma carico di significato. Come se stessi mettendo in dialogo due luoghi lontani, due esperienze che parlano la stessa lingua.
La storia di questa libreria è, in fondo, una storia di ostinazione gentile. Fondata alla fine degli anni ’80 da Charlie Byrne, nasce in modo quasi precario: un ragazzo arrivato in città nel 1988, che inizia vendendo libri in un mercato locale.

Oltre 100 mila libri
L’anno dopo apre il primo piccolo negozio su Dominick Street. Da lì, una crescita lenta, fatta di spostamenti e adattamenti, fino ad arrivare nel 1995 alla sede attuale, nel Cornstore Mall su Middle Street. Oggi, Charlie Byrne’s Bookshop è qualcosa di più di una semplice libreria: è un organismo vivo, in continuo movimento. Ospita oltre 100.000 titoli, tra libri nuovi e usati, rari e contemporanei, con una varietà che attraversa storia, arte, letteratura irlandese e cultura internazionale. Ciò che colpisce non è solo la quantità, ma il modo in cui questi libri convivono, si mescolano, si offrono al lettore senza gerarchie rigide.
Non è un caso che venga spesso descritta come una tappa imprescindibile per chi ama leggere. Nel tempo ha ricevuto riconoscimenti come una delle migliori librerie indipendenti d’Irlanda, ma la sua vera forza sta nelle persone. Questa libreria è anche un luogo di incontro. Presentazioni, letture, gruppi, conversazioni: uno spazio che tiene insieme studenti, artisti, lettori abituali e curiosi di passaggio. Un piccolo ecosistema culturale che respira insieme alla città, accanto alla vitalità di Shop Street e all’anima più notturna del Latin Quarter.

E proprio da qui il pensiero è tornato, in modo naturale, alla mia esperienza in Italia. Prima di arrivare qui, il territorio l’ho sempre vissuto. Non solo attraverso il servizio civile, ma anche con altre attività, piccoli tentativi di animazione territoriale, incontri, esperimenti. Un modo per non restare spettatrice dei luoghi in cui vivevo. Poi è arrivato l’anno in biblioteca. Una biblioteca comunale tutt’altro che perfetta, a tratti fragile, persino fatiscente. Eppure, proprio lì, insieme a Clelia, ex responsabile e oggi amica, e ai miei colleghi Rosa e Demis, è successo qualcosa di concreto.
I gruppi di lettura come comunità
Il gruppo di lettura esisteva già, ma noi lo abbiamo ampliato, accompagnato, reso più aperto. Abbiamo coinvolto persone diverse, costruito momenti di incontro, dato continuità a qualcosa che rischiava di restare solo un tentativo. Abbiamo lavorato con i bambini, organizzato laboratori su ambiente ed emozioni, ascoltato musica e raccontato storie, dato spazio a parole come empatia, coraggio, ascolto, disaccordo, non come concetti astratti ma come esperienze vissute. E in tutto questo, senza grandi dichiarazioni, abbiamo semplicemente fatto una cosa: esserci.
Ho capito che lavorare in un contesto locale significa stare dentro una complessità fatta di relazioni, di tempi lenti, di fiducia che si costruisce poco alla volta. Non esistono formule pronte né modelli da applicare. Ogni territorio ha bisogno di essere ascoltato prima ancora che “sviluppato”. I numeri, in piccolo, raccontano questo percorso: solo nell’ultimo mese la biblioteca ha raggiunto 393 prestiti e, da gennaio a maggio, ne ha totalizzati 874. Alla riapertura nel 2020 si partiva da appena 20 prestiti. È un cambiamento che, pur nelle sue dimensioni, dice molto. Non è stato un lavoro perfetto.

Le librerie non sono solo spazi fisici
Non è stato grande, è stato reale. E mentre ero lì, davanti a Charlie Byrne’s Bookshop, con quella spilla appuntata, ho sentito che queste due esperienze, così diverse per contesto e risorse, in realtà si parlano. Perché, alla fine, librerie e biblioteche non sono solo spazi fisici. Sono tentativi di creare legami, di tenere insieme persone, storie, possibilità. E continuo a cercare proprio questo, anche qui. Come scriveva Cesare Pavese, “l’unica gioia al mondo è cominciare”.
In fondo è quello che abbiamo fatto: cominciare, ogni volta, anche senza sapere bene dove saremmo arrivati. Le librerie, in questo senso, sono ponti. E a volte, senza accorgertene, ti ci ritrovi sopra.

