Tra la via Emilia e il West o di quando la tigella incontra il ketchup

Di certi luoghi di passaggio avevamo bisogno, un autogrill, una stazione, una strada secondaria, una piazza vuota dopo mezzanotte. Poi il tempo passa, e accade quella cosa che Francesco Guccini racconta in Incontro, “la città già nostra e ora straniera”, mentre la nebbia diventa “ombra della gioventù”
9 Agosto 2026
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Lo abbiamo amato e continueremo ad amarlo per tante ragioni, Francesco Guccini, soprattutto per quel suo essere come avremmo voluto essere, e trovare le parole per esserlo. È il motivo per quale leggiamo certi libri o ascoltiamo certa musica, per ritrovarci nelle atmosfere che quelle parole riescono ad evocare in maniera così maledettamente affilata, e che aiutano a riconoscerci, sorcini di qualsiasi appartenenza.
Prendi quel titolo così sognante, Tra la Via Emilia e il West: per quanti di noi, adolescenti senza conforto social, la provincia è stata troppo asfissiante per contenere tutte le ostinate impazienze dell’età: il paese era piccolo, le strade come le facce, sempre le stesse, le domeniche interminabili, alla Venditti, e la sensazione che da qualche parte, oltre quell’orizzonte angusto, ci fosse una vita che ci aspettava. Più vicino e struggente dell’immaginazione, il nostro West di provincia iniziava lì, appena fuori dal paese.

Il reportage fotografico di Paolo Simonazzi

Sognavamo di andare via senza che importasse dove, purché fosse un altrove come quello che Guccini aveva già messo dentro Piccola città, “gli occhi guardavano voi, ma sognavan gli eroi”, fantasia dell’infanzia che si era già messa a correre “verso la prateria, fra la via Emilia e il West”. È difficile trovare una fotografia più fedele della nostra adolescenza, con la provincia sotto i piedi, e l’America negli occhi.

Ci ha provato Paolo Simonazzi, pubblicando nel 2007 un lungo reportage fotografico che attraversando il paesaggio alla ricerca delle tracce di un sogno rimasto a metà ha preso a prestito proprio quel titolo, Tra la via Emilia e il West. Metafora della voglia di un West domestico, la via Emilia, con il suo correre dritta nella pianura, fra paesi che sembrano trattenere il fiato, stazioni, distributori, campi, insegne, capannoni e bar da Luisona, dove il tempo ha imparato a passare senza fare rumore, nelle foto di Simonazzi diventa la nostra Route 66.

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E più che l’Emilia, nelle quasi 100 foto del libro è il modo in cui l’Emilia ha imparato a immaginare l’America ad essere fotografato, con le icone del mito americano che una volta trapiantate nella pianura – insegne, automobili, rodei e locali – finiscono per assumere una forma tutta padana alla Stalingrado Food. Ma ciò che rende emozionante il viaggio è riconoscere noi stessi in quei luoghi di allora, catapultati nell’età in cui avremmo voluto quei luoghi diversi, più grandi e più lontani. Più americani.

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Francesco Guccini

Da Guccini a Kerouac

Riconosciamo la voglia di partire che ci fremeva addosso ‘certe notti’, trascorse a girare senza meta, nelle macchine degli amici, le radio accese, le canzoni ascoltate fino a consumarle, il desiderio di sorprenderci a vedere cosa ci fosse dopo l’ultima casa, dopo l’ultimo lampione, dopo quel confine invisibile oltre il quale cominciava finalmente il mondo. Quando più che un luogo stavamo cercando un’altra versione di noi stessi.
C’è una ‘fotografia’ di Guccini, Autogrill, che è esattamente l’immagine di tutto questo, la ragazza dietro il bancone, il sole basso, la pompa di benzina, i camion che passano e, soprattutto, quei “sogni miei segreti” che se ne vanno via con loro. Una ragazza che ricorda così indelebilmente quella fotografata da Robert Frank dall’altra parte dell’oceano, “Quella ragazzina dell’ascensore che alza gli occhi al soffitto, sospirando in un ascensore pieno di demoni sfocati… come si chiama? Dove abita?” scisse di lei Kerouac.

Le strade di provincia, le estati interminabili, i bar e le automobili piene di fumo

Come l’altra di Miami, è una scena quasi cinematografica quella di Autogrill, ma è anche una scena che conosciamo intimamente, pur non avendola mai vissuta esattamente così. Perché da ragazzi, chissà perché, è proprio di quei luoghi di passaggio che avevamo bisogno, un autogrill, una stazione, una strada secondaria, una piazza vuota dopo mezzanotte. Poi il tempo passa, e accade quella cosa che Guccini racconta in Incontro, “la città già nostra e ora straniera”, mentre la nebbia diventa “ombra della gioventù”. Forse è questa la sensazione più forte che arriva dalle fotografie di Simonazzi: la città, il paese, la strada che una volta volevamo lasciare sono diventati improvvisamente stranieri. Non perché siano cambiati, ma perché anche noi siamo cambiati; torniamo a guardare quei luoghi e scopriamo che contengono una versione di noi che avevamo dimenticato.

I nostri miti, scrive Guccini in Incontro, sono ormai morti, e una delle malinconie più misteriose dell’età adulta è scoprire che il mondo che desideravamo non è necessariamente il luogo in cui avremmo trovato la felicità. E che forse quella felicità, senza che ce ne accorgessimo, stava proprio nelle cose da cui volevamo scappare. Le strade di provincia, le estati interminabili, i bar e le automobili piene di fumo, le feste, gli amici, le ragazze che ci sembravano irraggiungibili, le notti in cui bastava stare insieme e ascoltare una canzone per sentirsi, per qualche minuto, padroni del mondo. Ecco perché a riascoltarla oggi la Canzone delle osterie di fuori porta fa così male; “Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta”, ma la gente che le frequentava è ormai altrove (l’altrove!), invecchiata, sposata, diventata adulta.

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È la stessa strada, forse, ma non siamo più gli stessi. E allora la fotografia, come sempre, diventa una macchina del tempo che per un istante ti riporta a quel ragazzo che guarda una strada e pensa che tutto possa ancora accadere. È proprio quel momento, del desiderio dell’America, dell’attesa del viaggio che Simonazzi sembra fotografare, e in questo senso il suo West è profondamente nostro.

La Route 66 senza deserti

Una Route 66 senza deserti, di nebbia e campi, di insegne al neon e case basse, di balere e distributori, di periferie e strade che sembrano non portare da nessuna parte, una strada dove il mito americano è arrivato deformato, reinventato, qualche volta persino ingenuo o buffo, ma proprio per questo autentico, perché diventato parte del nostro paesaggio e della nostra memoria.
Guardando oggi queste foto ci accorgiamo che quella frontiera in cui il paese finiva e immaginavamo cominciasse il mondo non esiste più, e forse non è mai esistita. La via Emilia continua a esserci con i suoi campi, le strade, le insegne, i distributori, le case, le automobili; quello che non c’è più siamo i noi di allora, ecco perché certe fotografie non si limitano a mostrarci un paesaggi, ma ci restituiscono una perdita.

Una perdita dolce, senza tragedia, fatta semplicemente di tempo. Ecco allora quello che Guccini sa fare come nessun altro, trasformando una strada in una canzone che si fa luogo della memoria; poi Simonazzi, che prende quel luogo e ce lo restituisce con la luce incerta delle cose che abbiamo amato mentre le stavamo vivendo, senza sapere che un giorno ci sarebbero mancate.

I ragazzi che volevano andare via

Fra la via Emilia e il West non ci siamo che noi, i ragazzi che volevano andare via, quelli che sono partiti davvero, quelli che sono tornati, e quelli che, da qualche parte, continuano ancora a viaggiare. Forse il West era soltanto la libertà che immaginavamo, la possibilità di essere qualcun altro, o forse la convinzione, vitale e irripetibile, che bastasse percorrerla per cambiare il destino. Poi abbiamo scoperto che qualche volta le strade riportano indietro, e che il viaggio più lungo è quello che facciamo per tornare a riconoscere il luogo da cui eravamo partiti. La via Emilia, oggi, è ancora lì. E noi la guardiamo con gli occhi di allora e con quelli di adesso. Per un istante, soltanto per un istante, i due si sovrappongono e il West ricompare. Non oltre l’orizzonte, ma dentro una fotografia.

PS: Paolo Simonazzi prende a prestito il titolo di una canzone di Guccini, e io prendo a prestito il titolo della curatela di Angela Madesani al libro di Paolo Simonazzi

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Attilio Lauria

Attilio Lauria

Sono nato a Napoli una notte di Natale del secolo scorso, per il resto, ‘morbillo, tristezza e nessun'altra malattia’. Carriera da lungodegente fuoricorso cum laurea in economia e commercio, giornalista pubblicista, e ciutìa per la fotografia. Vicepresidente per un pò di anni della FIAF, la Federazione Italiana delle Associazioni Fotografiche, qualche direzione artistica, curatele, e frequentazioni varie di vernissage; attualmente sono editor di alcuni magazine di cultura fotografica, Gente di Fotografia, Il Fotografo, Cities, Fotoit e Riflessioni. Potreste incontrarmi in giro per festival a tenere talk e fare il lettore.
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