“Fai anche tu la foto sul trattore!” Sembra l’invito a una gita fuori porta, una di quelle occasioni da non perdere per qualcosa da postare sui social. Solo che qui il trattore è il simbolo di una protesta piuttosto che un’attrazione turistica, e il cartello un dispositivo narrativo che racconta qualcosa del nostro tempo, l’aver imparato a considerare ogni esperienza incompleta se non lascia una traccia visibile, condivisibile, archiviabile, trasformando ogni evento in una fotografia. E se la scritta “Zio Carmine” restituisce al trattore una dimensione quasi domestica, da simbolo astratto ad attrezzo appartenente a qualcuno, dentro una storia quotidiana, quel cartello apre una questione che va oltre il prezzo del gasolio: la fotografia come forma di reclutamento, anziché semplice documentazione. Un reclutamento in ciabatte, per così dire, senza tessere da sottoscrivere né dichiarazioni di fedeltà.
Non ti si chiede di firmare un appello o una petizione, non c’è bisogno di convincerti di nulla: sali, sorridi, scatta. Un gesto innocuo, divertente, apparentemente complice, ma intanto sei entrato nella scena: da spettatore sei diventato protagonista, o almeno comparsa; da estraneo, qualcuno che quella protesta può raccontarla in prima persona. E una volta pubblicata, la tua fotografia farà il giro dei tuoi follower, portando la protesta dove forse un volantino, un comunicato o l’ennesimo appello alla solidarietà non sarebbero mai arrivati.
È una forma di coinvolgimento a bassissima soglia d’ingresso dal momento che fotografare una protesta, partecipando al suo racconto, non significa sostenerla: se il consenso è una faccenda impegnativa, un selfie non costa niente. Non importa tanto perché sei lì, quanto il fatto di poter dire di esserci stato; la protesta diventa un fondale, il trattore un’attrazione, e la fotografia il souvenir.
Naturalmente non sappiamo se dietro quel cartello ci sia una strategia o un’intuizione comunicativa, ma non è poi necessario attribuire intenzioni particolari a chi l’ha scritto per cogliere il cortocircuito. Siamo così abituati a fotografare tutto che anche la protesta può offrirsi come un’esperienza da consumare e condividere nella quale anche la rabbia rischia di finire in posa. Solo che, in questo caso, la fotografia non si limita a registrare ciò che accade: può contribuire a farlo accadere anche altrove, dentro il racconto collettivo. Con un’avvertenza: essere fotografati significa diventare più visibili, non necessariamente più ascoltati.
La protesta, formato souvenir
“Fai anche tu la foto sul trattore!”. Siamo così abituati a fotografare tutto che anche un presidio può offrirsi come un’esperienza da consumare e condividere nella quale anche la rabbia rischia di finire in posa
