Ken Loach, 90 anni il prossimo giugno, continua a fare film come un vecchio minatore che invece di andare in pensione, si presenta ancora al pub con la faccia di chi ha visto il neoliberismo vincere ai punti, epperò non ha alcuna intenzione di applaudire. “The Old Oak” è esattamente questo, un film che sembra semplice, quasi dimesso, e invece ti si piazza addosso con la testardaggine morale di qualcuno che non ha smesso di credere che guardare gli ultimi sia ancora un gesto politico. Roba quasi commovente, nel 2026, epoca in cui la gente filma i tramonti per fare engagement su Instagram, su quelle stesse spiagge dove qualche ora prima un senegalese di 23 anni muore sul lavoro (El Hadji Mamadou Diallo, 9 maggio 2026).
«Questa mi ha salvato la vita»
C’è una scena, però, che contiene il film intero: Yara stringe la sua macchina fotografica e dice a TJ Ballantyne: «Questa mi ha salvato la vita». Non è una battuta da festival, non ha il tono della frase pensata per finire sulle tote bag dei cinefili. È una confessione vera, stanca, quasi trattenuta. Yara ha visto cose che non riesce nemmeno a nominare – guerra, fuga, perdita -, ma attraverso l’obiettivo sceglie ancora di cercare speranza. Non perché sia ingenua, ma per sopravvivenza. Che è una differenza enorme, anche se il capitalismo emotivo contemporaneo prova continuamente a vendercele come sinonimi.
Il dolore documentato non arredamento morale
Loach ambienta il film in un ex villaggio minerario della contea di Durham, uno di quei posti lasciati a marcire dopo la distruzione sistematica della working class britannica seguita agli scioperi dell’84-85. Case vuote, pub mezzi morti, rabbia sedimentata nelle pareti, un paesaggio già devastato dentro il quale arrivano i rifugiati siriani. È qui che il film potrebbe facilmente diventare il solito dramma sociale prefabbricato, quello dove i personaggi sembrano esistere solo per insegnarti qualcosa durante la stagione dei premi. E invece no. Loach evita quasi sempre la pornografia della sofferenza, non gli interessa trasformare il dolore in arredamento morale per spettatori progressisti che poi tornano a casa a ordinare sushi tramite app sfruttando altri disperati.
Una giovane fotografa siriana
TJ Ballantyne, interpretato da un Dave Turner con la faccia perfetta di chi ha perso quasi tutto, ma continua comunque ad aprire il pub la mattina, incontra Yara, giovane fotografa siriana. Insieme provano a ricostruire qualcosa: una mensa comunitaria, delle proiezioni, uno spazio condiviso. Non salvano il mondo, nessuno canta “Imagine” tenendosi per mano, ma tentano almeno di impedire che il mondo finisca di disintegrarsi del tutto. Già tantissimo, considerando il materiale umano a disposizione.

Ed è qui che entra in gioco la fotografia, non come semplice oggetto di scena intellettuale, ma come struttura morale del film. Le immagini in bianco e nero dei titoli iniziali richiamano direttamente il documentarismo sociale britannico: Bert Hardy, Picture Post, i fotografi che andavano nei quartieri operai non per estrarre “contenuti”, ma per restituire dignità a persone normalmente invisibili. Loach quella tradizione non la cita: ci vive dentro da sessant’anni.
Il riferimento più forte, però, è probabilmente Dorothea Lange. La sua Migrant Mother non mostrava solo la povertà: mostrava esseri umani dentro la povertà. Ed è la stessa tensione che attraversa lo sguardo di Yara: quando fotografa l’arrivo dei rifugiati, o la violenza degli abitanti del villaggio non sta trasformando il trauma in spettacolo. Sta dicendo “questo è successo, queste persone esistono, guardatele!”, che oggi è quasi un atto rivoluzionario, visto che metà del discorso pubblico consiste nel fingere che certi esseri umani siano statistiche fastidiose da spostare fuori campo.
Il film dialoga continuamente anche con Susan Sontag e con la domanda che perseguita tutta la fotografia documentaria: cosa facciamo davvero con le immagini della sofferenza, ci rendono più consapevoli, o solo più anestetizzati? Yara non usa la fotografia per consumare il dolore, ma per orientarlo; sceglie cosa guardare, che è già una posizione politica.

Ma dentro The Old Oak si sentono anche altri echi: di Ai Weiwei, Zanele Muholi, Jim Goldberg, Wolfgang Tillmans, più di altri. Tutti artisti diversissimi, ma legati da un’idea comune: fotografare significa decidere chi merita visibilità, chi resta dentro l’immagine e chi viene cancellato. Yara fotografa i rifugiati non da osservatrice esterna, ma da persona coinvolta, vulnerabile, immersa nello stesso trauma. Non ruba immagini: costruisce memoria. Che è molto diverso da quel turismo emotivo contemporaneo dove la gente visita il dolore altrui come se fosse una mostra immersiva sponsorizzata da Netflix.
Ken Loach: fotografia e fragilità
La cosa più intensa di The Old Oak è forse proprio questa sua ostinazione quasi fuori tempo massimo. Loach e Paul Laverty eliminano tutto il superfluo per arrivare a un’idea semplicissima: la solidarietà non nasce dalla purezza morale, ma dalla condivisione della fragilità. E la fotografia diventa il mezzo attraverso cui quella fragilità può finalmente essere vista, nominata, ricordata.
Perché alla fine il gesto di Yara è radicale proprio nella sua semplicità: guardare un mondo che prova continuamente a disumanizzare le persone e decidere comunque di vedere esseri umani. Una cosa apparentemente minima. Come tenere aperto un vecchio pub o condividere un pasto. Come fare un film umanista nel XXI secolo senza cinismo postmoderno, mentre il resto del cinema spesso sembra occupato a produrre due cose: franchise da milioni di dollari, o drammi indipendenti dove tutti parlano come una newsletter depressa.

