“La storia della mosca” è narrativa che si mescola al mondo

L'amore di due amanti, quello di una madre, l'abbraccio di due fratelli. Il libro di Marina Neri, presentato nella casa dove Pavese visse al confino
29 Agosto 2026
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Marina Neri

La prima cosa che mi ha incuriosito è stata l’espressione che tutti noi conosciamo bene, una frase che appartiene alla nostra lingua, al nostro dialetto calabrese: «Vulissi esseri musca – Volia i sugnu na musca» (vorrei essere una mosca) nelle molteplici declinatzioni locali. Quante volte lo abbiamo detto o sentito dire? Di solito lo pronunciamo con un sorriso, pensando alla curiosità spicciola, al desiderio un po’ frivolo di spiare cosa fanno gli altri quando non ci sono sguardi indiscreti. Ma tra le pagine di questo libro, Marina compie un’operazione straordinaria: prende questa suggestione popolare e la trasforma in una potentissima lente d’ingrandimento di sentimenti, sprazzi quotidiani e disagi sociali con una “leggerezza-pesante”.
Il desiderio dell’autrice di farsi mosca non nasce dal gossip, ma da un bisogno profondo: indagare e carpire le storie nascoste delle persone. E per fare questo, quale soggetto migliore della mosca? Parliamo di un insetto che la nostra società liquida come fastidioso, invadente, persino repellente per il suo legame biologico con gli escrementi e i rifiuti. Eppure, in questa apparente miseria risiede la sua genialità narrativa.

La mosca di Marina Neri è l’osservatore perfetto consapevole. Si posa sul rifiuto così come sul boccone succulento, godendo di entrambi senza soluzione di continuità, con un comportamento che definirei perfettamente equo. Frequenta le miserie umane e le bellezze con la stessa dignità. La mosca è un insetto strano, atipico, individuale quanto basta, libero nel suo scorazzare, indipendente dagli altri suoi simili, con i quali si ritrova solo in occasione di succulenti banchetti altrimenti è fortemente libero e indipendente. Non guarda il mondo dall’alto in basso, ma si mescola ad esso, diventando una profonda conoscitrice dei margini e degli scarti di una società che, purtroppo, spesso brutalizza ed estrania le vite delle persone, trascinandole in un’esistenza spersonalizzata.

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Ma c’è un passaggio, nella visione di Marina, che mi ha profondamente colpito e che vorrei condividere. Questa mosca riesce a carpire la vera essenza di ognuno di noi, nel bene e nel male, soprattutto quando siamo soli con noi stessi. Quando siamo sicuri che nessuno possa sentirci, e allora confessiamo i nostri desideri più inconfessabili, i nostri peccati, le nostre passioni represse; tutto ciò che abbiamo fatto, che avremmo voluto fare o che ci prepariamo a compiere.
In quel momento siamo vulnerabili. E la cosa affascinante è che l’essere umano, inconsapevole o forse segretamente consapevole della presenza di questa mosca “spiona”, è felice che lei sia lì. Perché la verità è che molti di noi bramano disperatamente qualcuno che ci ascolti. Qualcuno che ci senta, ma senza esprimere giudizi. La mosca non fa la morale, non punta il dito: è lì solo per renderci partecipi del nostro stesso sentire, accogliendo le nostre bellezze e le nostre bruttezze.

La presentazione del libro a Brancaleone

Le storie di questo libro sono un veicolo per mettere a nudo sentimenti personali, ma anche i sistemi socio-economici in cui siamo immersi, i quali inevitabilmente si scontrano con i valori dell’autrice. Ma badate bene: da queste pagine non esce una lezione moralistica o una serie di imperativi. Marina non sale in cattedra. Ci mostra, invece, che esiste una via diversa, un’alternativa possibile ai problemi della nostra società e della vita. Basta avere il coraggio e la libertà interiore di volerla vedere.
In fondo, il messaggio più grande che mi ha sussurrato “Le storie della mosca” è quello di profonda speranza, ben rappresentato dal volo libero e anarchico di questo insetto. Ci ricorda che siamo padroni del nostro destino. Non nel senso che possiamo cambiarlo a nostro piacimento – perché la vita è fatta anche di fattori esterni che non controlliamo – ma abbiamo sicuramente il dovere e il diritto di lottare per cambiarlo. E lottando, possiamo cambiare anche ciò che ci circonda. Il primo passo, però, è sempre lo stesso: riconoscere la realtà delle cose, guardarla in faccia per quella che è, esattamente come fa la mosca.
Mi piace pensare che scrivere è per se, mentre leggere è per gli altri, scrivere è catartico, ma senza pudore è anche narcisismo, a volte per i pochi che hanno l’innato talento è “donare”, mentre chi legge vuole comunque abbeverarsi ad una fontana che disseti l’anima, perché le parole sono parole il resto lo fa la potenza del cuore e la razionalità degli schemi mentali.

Tra i racconti ci sono alcuni che mi hanno toccato profondamente, mi hanno emozionato nell’immediato e mi hanno donato nuovamente quel brivido di ricordare ciò che si prova nel “risentire” un sentimento, nella sua semplice e pura potenza immortale.
L’amore di due amanti che dura nel tempo a prescindere da dove ti porta la vita (un amore che rimane chiuso ma non finisce, è li sempre presente, un amore che dura a prescindere!)
La promessa: “…aveva chiuso dentro quelle mura il segreto di un amore mai nato per durare. Prima di morire, però, aveva voluto onorare una promessa che anni prima aveva fatto a quel suo dispettoso cuore e a lui: − se dovessi sapere quando morirò, verrò a cercarti e vorrò fare l’amore con te. Non m’importa dell’egoismo di cui mi taccerai. Voglio morire sapendomi amata.”
L’amore di una madre e di una donna libera che supera la morte e rimane eterno nei figli (madre che non si annulla nell’amore per i figli ma anzi ne trae conferma della propria forza)
I due fratelli: “Sfiniti si erano abbracciati. Erano ciò che rimaneva di lei, il prolungamento della sua vita. ……Aveva reciso il rapporto quando li aveva reputati maturi per comprendere, per accettare. Non aveva voluto essere una donna a metà. E li aveva amati per come sapeva amare, con l’istinto e con passione, con ardore e con vigore non rinnegando mai, però, chi fosse e cosa volesse.”

La Dimora del Confino di Cesare Pavese ha ospitato la presentazione del libro, un momento speciale reso possibile grazie alla disponibilità del proprietario,  Antonino Tringali, che ha aperto le porte del luogo simbolo del soggiorno obbligato dello scrittore piemontese a Brancaleone. L’evento, organizzato dal prof Franco Amodei insieme all’associazione Brancaleone Cultura e a Mega Galmata Simposio di Scultura, mi ha visto tra i relatori con Vincenzo De Angelis, Fortunato Martino, Carmelo Giuseppe Nucera.

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Mimmo Tuscano

Mimmo Tuscano

Classe '68: l’anno delle rivoluzioni, e le premesse ci sono tutte. Mimmo Tuscano nasce analogico nel profondo Sud a Brancaleone (RC), impatta con la Generazione X e si ritrova immerso nel digitale senza aver mai chiesto il permesso. Licenza scientifica, laurea in Scienze Politiche e l'incurabile vizio di voler capire le cose prima di mandarle giù. Gli dicono che è un "bastian contrario"? Sbagliato: è solo allergico al pensiero unico. Dagli anni ’80 ammorba l'etere e le pagine stampate — radio locali, fanzine universitarie, giornali — parlando e scrivendo a flusso continuo. Per pagare le bollette fa l'imprenditore nel terziario, ma la vera professione resta l'indipendenza: dice ciò che vuole perché non deve dire grazie a nessuno. Colonna sonora di una vita vissuta ad alto volume? Esclusivamente il Rock, duro e puro. Un uomo libero, irriverente quanto basta e decisamente senza filtri

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