Minervino non lo immagini così, è davvero così: accende il motore della sua macchina, trova la musica giusta e inizia il suo peregrinare su quattro ruote. Senza meta, senza google maps, percorrendo le spirali tra il mar Tirreno e i rilievi della sua amata catena costiera col prediletto Monte Cocuzzo. Basta leggere qualche suo libro per trovarne conferma. Perdersi in questa specie di trance d’asfalto senza bisogno di supplementi lisergici o alcolici è un dono prezioso, una fortuna d’altri tempi. C’è qualcosa di profetico in questo suo peregrinare, qualcosa di simile al nomadismo di Abramo, così tanto diverso dal nostro Ulisse destinato al ritorno, condannato alla circolarità del pensiero greco.
L’inquietudine di Minervino
L’antropologia in cammino di Mauro Francesco Minervino riappare nel suo ultimo libro (“Le strade, la vita. Storie, luoghi, antropologie”, edizioni Scholé), uno di quei testi in cui trovi il tuo modo di accompagnarlo in questo viaggio partito da lontano: dalle strade romane fino alle arterie contemporanee più battute, tra letteratura e cinema, viaggiatori e vagabondi.
Un elogio della geografia quando tanti vorrebbero metterla da parte o rinchiuderla in un luogo sempre più angusto, sempre più irrilevante; invece dovrebbe avere, senza reclamare, un posto di primo piano nei nostri studi e nei nostri cuori: se non altro per la capacità di insegnarci a osservare, educare lo sguardo all’altrove, al non visto, al non detto, al non udito. Esiste un mondo al di là della nostra visuale standardizzata, un’altra possibilità fuori dalle nostre foto instagrammabili, un altrove che l’antropologo e scrittore esplora sulla strada in questo suo barcollare tra mappa e territorio. È un inquieto, Minervino.

Strade perdute
Il libro è anche un inno alla fuga. Quella dello scrittore Pier Vittorio Tondelli in “Altri libertini” che con la sua combriccola si lascia alle spalle la provincia emiliana. In “Autobahn” (autostrada in tedesco) Tondelli corre per dimenticare e sradicare l’appiattimento che un libertario come lui non poteva sopportare. Immancabile anche in questo ultimo libro di Minervino il riferimento a On the Road di Jack Keruac, così come il barrio di Borges a Buenos Aires e il delirio distopico “Crash” (oddio, ho utilizzato “distopico”) di James Graham Ballard che poi diventerà il film omonimo di David Croneberg. Di macchine e motori si sente il rombo tra le pagine dell’antropologo di Paola pure quando Bruno Cortona (Vittorio Gasmann) spinge forte la Lancia Aurelia in quel ferragosto passato col giovane Roberto, timido studente di Giurisprudenza interpretato da Jean Luis Trintignant.
Sull’asfalto non muore solo un ragazzo, ma finisce l’Italia del Boom per entrare nel buio della lotta politica degli anni Settanta. Su quella curva e sotto quel dirupo c’è un tornante esistenziale e storico. Anche il sorriso del protagonista della pellicola non è più lo stesso, ha perso quella faccia da furbetto italiano anche se, come succede spesso, non sono mai i Cortona a lasciarci la pelle. Quelli la fanno franca. Muoiono sempre i Roberto di turno. Le pagine sul “Sorpasso” di Dino Risi sono tra le più belle del libro. Un libro che ha molte tracce e pochi blocchi monolitici, pochi ma buoni amici fidati. Marc Augé è uno di questi: inforca la sua bici e ci insegna, a sua volta, cosa ci siamo persi non salendo su quelle due ruote.

