CINEMATIKA Summer Edition | La fatica del viaggio

4 Agosto 2026
Un frame tratto da "Happy Together" di Wong Kar-Wai

Comincio dal Faro di Capo Spartivento, non dalla strada, non ancora ma dal faro. Perché ci sono momenti del viaggio in cui la fatica cambia natura soltanto quando una forma esterna le dà un orientamento. Arrivo lì di primo mattino, con il vento già teso e la luce ancora abbastanza bassa da non cancellare i contorni. La struttura bianca del faro tiene insieme due cose che sembrano opposte: un fine e un inizio, estremo e direzione; stanchezza e rotta.

La puntata sulla fatica del viaggio non poteva nascere altrove. Dalla costa ionica meridionale il mondo sembra aprirsi e però il corpo porta ancora tutta la strada fatta fin qui. Scendo dal piccolo punto alto del faro e riparto. La sacca pesa maggiormente rispetto a quando sono partito, non perché sia più piena, ma perché il viaggio fa questo: sposta il peso dalle cose ai pensieri. La strada verso Roccella o Monasterace è lunga il giusto per farti capire che la bellezza del paesaggio non ti assolve dalla stanchezza.

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Happy Together, di Wong Kar-wai, con Tony Leung Chiu-wai e Leslie Cheung, è un film che conosce bene questa qualità del movimento. Non il viaggio come liberazione istantanea, ma come come attrito, sfasamento, tentativo di ricominciare che inciampa continuamente nelle proprie crepe. Le persone si muovono, cambiano cielo, cambiano città, cambiano stanza, eppure il cuore continua a fare resistenza. È un film sull’impossibilità di saltare addosso a una nuova vita soltanto perché ci si è spostati abbastanza o forse troppo.

Il bello è che la strada ionica calabrese ti costringe a pensare la stessa cosa. Qui i panorami sono larghi, il mare non finisce, i paesi appaiono e scompaiono come se non volessero mai interrompere del tutto il tragitto. Ma il viaggio vero non è il paesaggio, è il corpo che continua, il caldo che sale, e poi la sete. Il bisogno di fermarsi e insieme quello di non perdere il ritmo. Il momento in cui ti accorgi che non stai più vivendo l’euforia della partenza, ma un’altra cosa, una resistenza profonda, quasi muta.

Viviamo in una cultura che vende il viaggio come consumo leggero. Muoversi viene raccontato come una sequenza di immagini vincenti, tavole imbandite, tramonti, libertà pronta. Quasi mai si dice che viaggiare stanca davvero, non solo fisicamente, ti stanca dover stare all’altezza di ciò che hai scelto, perché il tempo, lì fuori, misura la mancanza dei punti fissi, il fatto che ogni giorno richieda una piccola rinegoziazione del carattere. Eppure è proprio in quella fatica che si precisa qualcosa che mancava nel ragionamento e il dubbio lentamente viene sostituito dalla consapevolezza.

Il Faro di Capo Spartivento, aperto all’inizio della puntata, serve a questo: a mostrare che la fatica smette di essere puro logoramento quando compare una direzione precisa. Non sei ancora salvo, non sei arrivato, non hai ancora capito tutto. Però qualcosa si allinea, la luce non cambia il peso della sacca, ma cambia il modo in cui la sopporti. Questo fanno i veri punti di orientamento nella vita: non ti tolgono la prova, le danno una forma precisa.

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Lungo la strada, con il mare che corre di lato e i centri ionici che arrivano a pezzi, penso che il Sud abbia una competenza particolare sulla fatica del viaggio. Qui partire non è mai stato soltanto una scelta, ma una necessità, un lavoro, disciplina del corpo, nostalgia anticipata. Una strada come questa non parla solo di estate, parla di continuità e della capacità di andare avanti anche quando non sei più sostenuto dall’entusiasmo iniziale.

Poco dopo mi fermo in una piazzola che non ha nulla di memorabile se non il fatto di esistere al momento giusto. Bevo a una fontanella, guardo il mare e lascio che il vento asciughi il viso. Happy Together torna lì, preciso, sapendo che il viaggio non è la cancellazione delle crepe, ma il luogo in cui, forse per la prima volta, smetti di fingere che quelle crepe maledette non ci siano. La fatica, allora, non è più un incidente di percorso e si trasforma nel punto in cui il percorso comincia finalmente a somigliare alla verità.

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Pier Luigi Sposato

Pier Luigi Sposato

Pier Luigi Sposato è sceneggiatore, regista e produttore cinematografico calabrese, nato a Cosenza. La sua carriera è fondata su un approccio da artigiano dell’immagine: scrittura, regia e produzione avanzano insieme, con cura per atmosfera, dettagli visivi e ritmo narrativo. I viaggi della sua vita e l’incontro con persone e luoghi nutrono il suo cinema, sempre in equilibrio tra realtà e visione, tra radici e movimento. Tra i suoi lavori principali figurano “Il colore verde della vita”, candidato ai Premi David di Donatello, “Judas”, vincitore del Madrid International Film Festival e Il Cammino – Viaggio in Calabria, distribuito da Amazon Prime Video. È anche manager e fondatore della BIG DIGITAL EYE | Media House, realtà dedicata alla produzione e allo sviluppo di progetti audiovisivi. Nel suo percorso, la Calabria non è soltanto un’ambientazione: è una bussola emotiva. E ogni storia è un ritorno che somiglia, ostinatamente, a una nuova partenza.

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