Arrivo a Tropea in un’ora in cui il borgo sembra ancora trattenere il sonno, ma la luce ha già cominciato a far brillare i vicoli come se sapesse qualcosa in anticipo che io ignoro completamente. La stanza che trovo dà su una strada stretta, sotto passano valigie, motorini, voci che si chiamano per nome. Appoggio la sacca e scendo subito, senza mappa. È una scelta voluta. La mia curiosità non ha mai sopportato programmi troppo rigidi.
Tropea, se la prendi dalla parte sbagliata, rischia di diventare subito una cartolina. Se invece le entri dentro a piedi, lasciando che siano i vicoli a decidere per te, cambia tutto. Una scalinata apre su un balcone, una finestra lascia uscire odore di caffè, un arco nasconde un pezzo di mare, una piazzetta sembra messa lì solo per obbligarti a rallentare. Il borgo comincia a comportarsi come un film di Jacques Rivette: ti fa perdere il centro, e proprio per questo ti mette in uno stato di attenzione migliore.

Céline e Julie vanno in barca è uno dei film più liberi che il cinema europeo abbia prodotto, e la sua libertà non è mai sciatteria ma curiosità messa in movimento. Seguire una donna sconosciuta per la strada, sbagliare direzione, entrare in un’altra dimensione, lasciarsi portare da ciò che non avevi previsto. Tutto il film è un elogio della deviazione. Rivette sa che la curiosità non è capriccio, ma qualcosa di più sacro, come una forma di intelligenza del corpo.
Noi contemporanei siamo curiosi solo fino a quando la scoperta non ci mette davvero in crisi il percorso. Vogliamo il nuovo, ma deve essere compatibile. Cerchiamo l’imprevisto, ma l’importante è che abbia recensioni buone. Desideriamo perderci, ma con il navigatore sempre acceso. La vera curiosità, invece, comincia dove salta l’idea di controllo. A Tropea questa verità diventa strada: giri un angolo e non sai se troverai una piazza piena, un silenzio, il mare, una chiesa o un muro bianco che riflette tutta la luce addosso al viso.
La curiosità è una delle virtù meno celebrate del nostro tempo, eppure è una delle più necessarie. Non perché serva a diventare colti o sofisticati, ma perché ti impedisce di vivere dentro il già noto come se fosse sufficiente. Una società che perde curiosità diventa subito più rigida, impaurita, più crudele. Vale per le persone così come per i paesi o le comunità. Vale perfino per il modo in cui guardiamo un borgo. Se lo usi solo per confermare ciò che sapevi già, non stai viaggiando: stai soltanto verificando un’aspettativa; ed è molto triste.
A metà mattina mi fermo in una via laterale dove l’ombra dura pochi minuti alla volta. Da una casa esce una signora con le buste della spesa, da un’altra un bambino insegue un pallone senza nessuna ansia di panorama. È lì che Tropea smette di essere un luogo fotografato da altri e diventa una presenza reale. La curiosità migliore fa proprio questo: ti sposta dal monumento alla vita. Ti fa chiedere non “che posto è?”, ma “come si vive qui, come si cammina qui, che suono fa questo posto quando smette di mettersi in posa?”
Rivette avrebbe amato un borgo così, perché sa che la realtà è piena di porte laterali. Non tutte aprono su un mistero spettacolare. Molte aprono semplicemente su una qualità diversa dell’attenzione, ed è già abbastanza. Alimentare la propria curiosità significa anche non pretendere sempre una rivelazione, accontentarsi di una deviazione che migliora il modo in cui stai nel mondo.

Quando rientro in camera, con il sale ormai asciutto sulla pelle e le scarpe piene di piccoli percorsi inutilmente bellissimi, capisco che la curiosità non è solo un tema del viaggio: è il suo motore morale. Se perdi quella possibilità di meravigliarti, il resto si riduce a itinerario. Se la tieni viva, anche un vicolo minore di Tropea può diventare un passaggio decisivo. Non perché nasconda chissà quale segreto, ma perché per un istante ti ha restituito il gusto di non sapere già tutto.

