CINEMATIKA Summer Edition | Guardare davvero

5 Luglio 2026
Immagine tratta dal film Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders

Arrivo a Scilla quando l’aria comincia a cambiare consistenza e la Costa Viola smette di sembrare soltanto una promessa turistica. La stanza è affacciata di lato, non direttamente sul mare, e proprio per questo mi piace subito. Ho sempre pensato che la maniera migliore per meritarsi il mare fosse andandogli incontri lentamente. Esco con passo lento e scendo verso Chianalea. Le case sembrano aggrappate all’acqua, i passaggi sono stretti, i tavoli già apparecchiati parlano piano con il pomeriggio. Qui lo sguardo non può correre, deve imparare a rallentare.

Guardare davvero è una delle azioni che facciamo meno, pur avendo occhi ovunque. Scattiamo, filmiamo, inoltriamo, archiviamo; eppure vedere non coincide con registrare.    A Chianalea questa differenza diventa fisica. Devi osservare dove metti i piedi, come la luce batte sulle facciate, come il mare si infila tra una casa e l’altra, come una voce cambia timbro quando rimbalza su una parete di pietra invece che disperdersi in una piazza grande. Ogni dettaglio non richiede una distrazione sofisticata ma maggiore attenzione.

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Il cielo sopra Berlino, di Wim Wenders, con Bruno Ganz, è un film costruito proprio su questa disciplina dello sguardo. Gli angeli guardano gli esseri umani senza possederli, senza colonizzarli, senza trasformarli subito in narrazione. Custodiscono la fragilità delle persone, i pensieri bassi, gli imbarazzi, anche le fatiche. È uno dei pochi film che restituisca al guardare una dimensione morale. Vedere qualcuno non come funzione, non come un target da agguantare, non come ruolo ma vederlo come una creatura esposta.

Chianalea aiuta moltissimo a capire questa lezione. Qui le persone non sfilano, semplicemente convivono. L’uomo che sistema le sedie, la ragazza che apre una persiana, il pescatore che aggiusta una lenza senza teatralità, il bambino che si ferma un secondo troppo lungo a guardare un gabbiano. Sono scene minime, ma è in quelle scene che si gioca il modo in cui stai al mondo. Un luogo del Sud, quando è ancora vivo, ti ricorda che osservare non deve servire a consumare l’altro, bensì a fargli spazio dentro di te.

Viviamo, invece, in un tempo in cui lo sguardo è diventato estrattivo. Guardiamo per catturare, usare, dare un giudizio rapido, per decidere se una cosa merita il nostro secondo successivo. Anche la cultura rischia continuamente questa deriva, sempre più costretti a prendere una persona, un luogo, una comunità e trasformarli in una immagine spendibile. Il viaggio on the road che sto provando a fare avrà senso solo se resisterà a questa tentazione, se i luoghi calabresi non diventeranno mero sfondo ma profondi interlocutori.

Nello Stretto questa resistenza è più facile perché il paesaggio ti ridimensiona subito. Il mare qui non è quieto, è molto vigile. Le montagne guardano dall’altra parte e tutto è armonizzato in una tensione che unisce il verticale all’orizzontale. Guardare davvero, allora, significa anche non cercare subito il simbolo. Spesso basta stare davanti a un pezzo d’acqua e capire che non sei obbligato a tradurlo subito in una o un concetto assoluto.

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Mi siedo su un muretto basso da cui la vista si apre appena, non troppo, e lascio passare un po’ di tempo. Le voci dei turisti sono poche, i residenti si chiamano tra una porta e l’altra, il mare fa il resto. In questo punto preciso Il cielo sopra Berlino smette di essere il film degli angeli per trasformarsi nel manifesto dell’attenzione. Guardare qualcuno davvero, o un  luogo, è forse il contrario della modernità isterica, perché non si pretende nulla in cambio.

Risalgo verso la stanza che è quasi sera. Scilla dietro le spalle ha già preso un colore più duro, più blu, più interiore. Capisco allora che il viaggio, se vuole essere serio, non deve soltanto farti muovere, deve correggere il tuo sguardo. Restituirti la capacità di vedere senza divorare, di osservare senza ridurre, di stare davanti al mondo senza trasformarlo immediatamente in un contenuto. È una disciplina difficile ma pur, da qualche parte bisogna ricominciare.

Guarda IL CAMMINO – Viaggio in Calabria

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Pier Luigi Sposato

Pier Luigi Sposato

Pier Luigi Sposato è sceneggiatore, regista e produttore cinematografico calabrese, nato a Cosenza. La sua carriera è fondata su un approccio da artigiano dell’immagine: scrittura, regia e produzione avanzano insieme, con cura per atmosfera, dettagli visivi e ritmo narrativo. I viaggi della sua vita e l’incontro con persone e luoghi nutrono il suo cinema, sempre in equilibrio tra realtà e visione, tra radici e movimento. Tra i suoi lavori principali figurano “Il colore verde della vita”, candidato ai Premi David di Donatello, “Judas”, vincitore del Madrid International Film Festival e Il Cammino – Viaggio in Calabria, distribuito da Amazon Prime Video. È anche manager e fondatore della BIG DIGITAL EYE | Media House, realtà dedicata alla produzione e allo sviluppo di progetti audiovisivi. Nel suo percorso, la Calabria non è soltanto un’ambientazione: è una bussola emotiva. E ogni storia è un ritorno che somiglia, ostinatamente, a una nuova partenza.

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