Parlare della Calabria dopo il passaggio del Ciclone Harry non significa solo fare la conta dei danni, ma significa immergersi in un dolore antico, quasi genetico, di una terra che sembra condannata a un’eterna, estenuante ricostruzione. Harry è stato quello che i tecnici chiamano Medicane, un uragano mediterraneo, ma che per chi vive tra lo Ionio e le Serre è apparso come un mostro con l'occhio fisso sul Golfo di Taranto. Per 18 ore, questo “occhio” ha risucchiato l'umidità del mare per scaricarla con una violenza inaudita contro le pareti della Sila. [caption id="attachment_35966" align="alignnone" width="1170"] Onde altissime si abbattono sul lungomare di Catanzaro[/caption] I giorni terribili del ciclone Harry in Calabria I numeri parlano di 350 mm di pioggia in due giorni, ma la realtà parla di altro. Cominciamo dall’economia del sudore. Il 40% degli agrumeti nella Piana di Sibari sarebbe andato perduto. Non sono solo “settori merceologici”, ma sono le clementine e, più a Sud verso Reggio, i bergamotti che portano il nome di questa terra nel mondo, radici letteralmente scalzate dal fango. Poi c’è un isolamento fisico e psicologico. Quando il viadotto di una strada provinciale crolla, si recide il cordone ombelicale di 15 comuni interni o mantani. Quando la strada scompare, il paese smette di respirare e lo spopolamento accelera, diventando una fuga disperata. Poi c’è il mare che avanza. A Roccella e Cirò Marina, per esempio, il mare si è ripreso 20 metri di costa, portando via sabbia e la memoria delle estati, nonché la speranza di chi aveva investito in quelle spiagge. Una Via Crucis che attraversa i decenni Perché la Calabria soffre così? Non è solo sfortuna. La nostra è una “terra ballerina”, una stretta striscia di roccia instabile stretta tra due mari caldi. Il fenomeno dell'Effetto Stau, ovvero quel muro invisibile che le nostre montagne oppongono alle nuvole, costringendole a svuotarsi bruscamente, è una condanna geografica che conosciamo da sempre. La cronologia del disastro è una via crucis che attraversa i decenni. Nel 1951, il trauma di Africo, con interi versanti dell'Aspromonte che scivolarono via. Fu allora che nacquero le "Marine", paesi nuovi, doppi, brutti e senz'anima, costruiti sulla costa per ospitare chi fuggiva dalla montagna. Fu l'inizio dello sradicamento. Nel 2000, l'urlo di Soverato, con la tragedia del camping Le Giare ci ha ricordato, nel modo più atroce, che la natura non dimentica. Abbiamo costruito dove il fiume doveva correre, e il fiume, dopo anni di silenzio, si è ripreso il suo letto. Crotone, la città d'acqua, con le alluvioni del 1996 e del 2020 che hanno mostrato il volto di un’urbanistica miope, che ha sigillato il suolo con l’asfalto, trasformando le strade in trappole mortali. Restanza ma anche resistenza In questa regione, il paesaggio è un co-protagonista tragico. Vito Teti ha coniato il termine potente di “Restanza”, ovvero il diritto di restare, ma in Calabria è anche un atto di resistenza contro un territorio che sembra voler scacciare. Esiste una geografia di fantasmi. Il paese “di sopra”, quello vecchio, franato, magico e abbandonato, e il paese “di sotto”, moderno, spesso brutto, fatto di cemento armato e fretta. Questa scissione crea un cittadino sospeso, che vive nel nuovo ma sogna il vecchio, in una tensione costante tra il desiderio di fuggire da una terra che “tradisce” e l'impossibilità viscerale di staccarsene. La danza delle pietre Ma il vero peccato originale, a mio avviso, è stata la tracotanza (la hybris) di pensare di poter domare le fiumare. La cultura contadina arcaica sapeva che il fiume era un dio bizzarro, che andava lasciato libero. La modernità ha invece provato a “inscatolare” l'acqua in canali di cemento per far posto a palazzi e lungomari. Ogni colata di fango di Harry è, in fondo, la ribellione della natura a questa riduzione a “condotto fognario”. Abitare la Calabria significa accettare la danza delle pietre. È un esercizio quotidiano di equilibrio su un suolo che non è mai davvero fermo. Il bilancio del Ciclone Harry non si chiude con le cifre dei danni inviate a Roma per lo stato di emergenza, ma con una domanda: quanto siamo disposti a cambiare il nostro rapporto con questa terra? La Calabria non ha bisogno solo di massicciate e cemento, ma necessita di una manutenzione ordinaria del sentimento. Dobbiamo tornare a conoscere i nomi dei valloni, a capire la direzione dei venti e, soprattutto, a rispettare il vuoto che le fiumare pretendono. Solo così la ricostruzione non sarà l'ennesimo capitolo di una tregua armata, ma l'inizio di una pace duratura con la nostra stessa natura. Gianfranco Donadio