L’inciampo del sacro | Cronache di una Calabria che sanguina ancora

Trent’anni a documentare la Settimana Santa di una regione che conserva la forza del rito e della Fede. Malgrado le le luci artificiali che appiattiscono le ombre, i turisti che inciampano nei penitenti per fare un selfie, la tecnologia che tenta di razionalizzare l’irrazionale
3 Aprile 2026
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Vattienti a Nocera Terinese (foto Alfonso Bombini 2024)

Il “cardo” picchia sulla carne e il suono non è quello di un colpo, ma di un sospiro umido. A Verbicaro il Giovedì Santo non profuma di incenso, ma sa di vino e ferro. Il “cardo”, è quel disco di sughero punteggiato di schegge di vetro che pare un reperto di tortura medievale, che trasforma le gambe dei penitenti in una mappa di fiumi rossi che colano fino alle caviglie, macchiando il selciato o l’asfalto. Non c’è nulla di asettico in questa emorragia rituale. Non c’è nulla di “turistico” nel senso becero del termine, nonostante gli smartphone sollevati come periscopi cerchino di catturare l’irricevibile. È un corpo a corpo con il sacro che non ammette mediazioni digitali.

Per trent’anni ho guardato la Calabria attraverso il mirino di una macchina da presa, cercando di capire dove finisse la fede e dove iniziasse l’ossessione. Ho visto i paesi arroccati trasformarsi in teatri di pietra, dove il tempo non scorre in avanti ma gira su se stesso, come il Caracolo di Caulonia. Lì, il Sabato Santo, la processione è un vortice. Una lumaca di uomini e statue che si avvita tra i vicoli. È un’ipnosi collettiva. Le corone di spine non sono accessori da set cinematografico; pesano, pungono, segnano la fronte di giovani che hanno braccia tatuate e sguardi che sembrano venire da un altro secolo. La continuità è ostinata, quasi feroce. Il bianco delle tuniche contro il nero dei mantelli crea un contrasto che nessuna correzione del colore in post-produzione potrà mai rendere davvero fedele alla realtà sensoriale di quel momento.

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Scendendo verso il Tirreno, ad Amantea, il dolore si fa spartito. Le “Varette” avanzano, ma è il canto a ferire. Non sono inni da parrocchia ripulita, sono lamenti che emergono dalle viscere, un latino masticato dal dialetto che diventa un ponte teso tra i secoli. Ho inquadrato mani callose che stringevano il legno delle statue con una forza che pareva voler frantumare il materiale. Ricordo una donna, gli occhi serrati come se il mondo esterno fosse un’interferenza inutile, che cantava la Passione non come un racconto, ma come una ferita aperta nel proprio petto. In quel momento, il documentarismo d’osservazione smette di essere tecnica e diventa partecipazione silenziosa. Non puoi restare neutrale davanti a un’emozione che ha la densità del piombo.

A Cassano Ionio il rito si fa ancora più scarno. I Disciplini camminano scalzi. Il volto è coperto da un cappuccio bianco, un anonimato che amplifica il rumore dei flagelli. Il ferro batte sul dorso, le donne cantano la colpa. C’è chi, tra i ricercatori, si ostina a cercare in questi gesti le tracce di culti mediterranei precristiani, divinità della terra che esigono sangue per risvegliarsi. Forse. Ma il punto non è l’archeologia, è il presente. È la necessità di un’espiazione che non trova pace nelle parole e deve per forza passare attraverso il muscolo, il nervo, la fatica. Il mio amico Leonardo Alario, che di queste pietre conosce ogni segreto, parla giustamente di radici medievali, di una purificazione che passa per l’imitazione del Cristo. Ma sotto il cappuccio, quando l’obiettivo riesce a catturare uno sguardo che riprende fiato, non vedi la sofferenza del martire da iconografia classica. Vedi la determinazione di chi sta compiendo un dovere civile, quasi fisico, verso la propria comunità.

Mesoraca aggiunge al mosaico una gravità diversa. “Lu Segnure è muertu”. Il lutto qui è tangibile, pesante come la bara di legno portata a spalla. L’asta pubblica per l’assegnazione della croce penitenziale è un paradosso formidabile: il prestigio sociale che si compra attraverso il sacrificio. È la Calabria autentica, quella che non si vergogna di mescolare il mercato al tempio. Mentre filmavo, il silenzio del corteo veniva squarciato solo dalle troccole, quegli strumenti di legno che sostituiscono le campane mute. Un suono secco, sgradevole, che scuote le ossa. Nel montaggio ho imparato a non tagliare quei respiri, a lasciare che il vento del Marchesato entrasse nell’audio. La morte, a Mesoraca, non è un concetto astratto. È un vicino di casa che è venuto a trovarti e a cui devi offrire il miglior pianto possibile.

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Vattienti a Nocera Terinese (foto Alfonso Bombini 2024)

Ma è a Nocera Terinese che il documentario diventa visione estrema. Cesare Vocaturo non c’è più da oltre un anno, ma il suo passo lento da “vattiente” anziano è rimasto impresso nella memoria della pellicola e della gente. Vedere un uomo che offre il proprio sangue davanti alle case degli amici non è uno spettacolo per stomaci deboli. È un atto di appartenenza brutale. Il “vattiente” corre, suda, sanguina, si inginocchia davanti all’Addolorata. È un corto circuito emotivo. Da una parte la statua bellissima e tragica, dall’altra l’uomo ridotto a carne che pulsa. Antonio, Emanuele, Franco, Angela: nomi che ricorrono, famiglie che si tramandano il diritto al dolore come se fosse un’eredità terriera.
Trent’anni di riprese mi hanno convinto che il rito non sta morendo, sta solo cambiando pelle.

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Certo, ci sono le luci artificiali che appiattiscono le ombre, ci sono i turisti che inciampano nei penitenti per fare un selfie, c’è la tecnologia che tenta di razionalizzare l’irrazionale. Ma finché ci sarà qualcuno che sente il bisogno di camminare scalzo sul basalto gelido o di fustigarsi per un voto che nessuno potrà mai spiegare a parole, la Settimana Santa calabrese resterà un enigma insoluto. Non è folklore. Non è una recita per nostalgici. È una resistenza carnale contro la smaterializzazione del mondo. Sotto il cielo di primavera, mentre il sangue si asciuga e le statue rientrano nelle nicchie, resta addosso l’odore acre della cera e del vino. Resta la sensazione che, nonostante tutto, il sacro sia ancora qui, nascosto tra una piega del mantello nero e un colpo di flagello, in attesa che qualcuno abbia ancora il coraggio di guardarlo dritto negli occhi. E di non abbassare la macchina da presa.

Gianfranco Donadio

Gianfranco Donadio

Sono giornalista e documentarista. Ho studiato lettere moderne e sono cultore della materia in discipline demo-antropologiche. Sono, da anni, responsabile dei Laboratori di Antropologia visiva e di cinema documentario e sperimentale "Raoul Ruiz" del Dispes dell'Unical. Ho collaborato in équipes di ricerca sia in Italia che all'estero (Grecia, Francia e Spagna). Ho insegnato a contratto "Laboratorio di cinema e antropologia"

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