Il mondo magico di Elsa Guggino

Elsa Guggino ha insegnato pure all'Unical, superando certe rigidità di Ernesto De Martino. Tra i cubi di Arcavacata ha lasciato una traccia importante col suo magistero antropologico. In Calabria ha trovato un punto di vista privilegiato di analisti e ricerca
1 Ottobre 2026
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Particolare di "Un pezzo di terra di cielo. L’esperienza magica della malattia in Sicilia", . scritto da Elsa Guggino (Sellerio, 1986)

Quando un’ipotesi scientifica abbandona l’astrazione delle aule e incontra la concretezza empirica del terreno, l’antropologia culturale cessa di essere pura teoria e si trasforma in epistemologia della presenza. La scomparsa di Elsa Guggino, che ci ha lasciato nel settembre del 2026 a 91 anni , impone una rilettura rigorosa del suo magistero. Occorre smarcarsi dalla narrazione della studiosa che si muove entro i confini dell’etnomusicologia siciliana per analizzare il valore metodologico delle sue ricerche, in particolare quell’asse euristico che ha legato l’Ateneo di Palermo ma anche alle aule dell’Università della Calabria, anche se per un breve periodo.

Il passaggio tra i Cubi dell’Unical

Nei primi anni Novanta, il passaggio di Elsa Guggino presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Unical ha rappresentato un momento strutturale per le discipline demoetnoantropologiche. Non si è trattato di una parentesi accademica o di un semplice trasferimento di cattedra. La Calabria non era per lei una terra d’approdo passiva, ma un secondo, decisivo laboratorio comparativo. In quel decennio la scuola etnologica italiana cercava di superare le rigidità del demartiniano ortodosso e i residui del positivismo demologico. La docenza di Guggino ad Arcavacata ha innestato nel dibattito un modello di indagine sul campo fondato sull’osservazione partecipante spinta fino al limite del rigore acustico e gestuale.

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L’antropologa siciliana Elsa Guggino

La magia popolare

Nelle aule del Polifunzionale, Elsa non trasmetteva nozioni statiche. Insegnava una postura epistemologica. Sostenere che la magia popolare non fosse un relitto arcaico ma un sistema di codificazione culturale significava ribaltare l’impostazione concettuale dominante. Nelle sue lezioni calabresi, la magia veniva analizzata attraverso la lente della semiosi corporale, un linguaggio strutturato con cui le comunità subalterne elaboravano la crisi della presenza. Il rito non appariva come risposta irrazionale, bensì come un dispositivo tecnico-simbolico dotato di una sua precisa coerenza funzionale.

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La Calabria come laboratorio privilegiato di ricerca

Per chi, come chi scrive, si occupa di documentarismo di osservazione, la lezione metodologica di Guggino è stata illuminante. L’atto di registrare un canto, un’orazione o una formula terapeutica non era mai inteso come neutra raccolta di dati. Il nastro magnetico costituiva un documento denso, in cui la frequenza sonora, l’esitazione della voce e la postura anatomica del narratore valevano quanto la trascrizione testuale. Negli anni calabresi, questa impostazione ha contribuito in qualche modo a formare studiosi e ricercatori, sollecitando un’attenzione quasi chirurgica all’uso dei supporti sonori nell’indagine etno-antropologica.

La Calabria offriva alla sua ricerca un terreno di riscontro immediato: dinamiche rituali parallele a quelle insulari, ma segnate da una differente stratificazione sociale e territoriale.
Le convergenze con la Sicilia erano evidenti, ma era nell’analisi della variazione morfologica del rito che la sua indagine rivelava una profonda acume teorico. Nelle conversazioni e nei confronti avuti con lei negli ultimi anni, il nodo epistemologico centrale è rimasto costante: il rischio metodologico di sovrapporre il modello teorico del ricercatore all’intenzionalità dell’informatore. Elsa richiamava con severità alla necessità dell’ascolto analitico. Metteva in guardia dalla tentazione di estrapolare il dato folclorico dal contesto socio-economico che lo aveva generato. Per la Guggino, l’indagine empirica richiedeva la riduzione al minimo dell’ingerenza interpretativa dell’osservatore, un principio che traslava direttamente nella prassi del documentarismo puro.

I suoi libri

Le sue pubblicazioni con l’editore Sellerio da “La magia in Sicilia” a “Il corpo è fatto di sillabe”, fino a “Fate, sibille e altre strane donne”, testimoniano una scelta stilistica coerente con la sua impostazione scientifica. La prosa, mai ceduta alla tentazione del gergo burocratico, manteneva la precisione della monografia e la lucidità della trascrizione etnografica. La formulazione di concetti complessi come la somatizzazione della parola magica o la dimensione performativa del canto di tradizione orale trovava in quei testi una sistemazione teorica destinata a rimanere nell’antropologia italiana.

Il Folkstudio a Palermo

La fondazione del Folkstudio a Palermo nel 1970 e le successive collaborazioni con l’Unesco per la catalogazione dei beni immateriali avevano già dimostrato la sua capacità di coniugare ricerca accademica e conservazione documentaria. Tuttavia, è stato proprio nell’insegnamento universitario e nell’attraversamento del territorio calabrese che il suo impianto teorico ha mostrato la sua massima plasticità. Lì la demoetnoantropologia si affrancava dalla mera catalogazione di usi e costumi per farsi antropologia del profondo, strumento critico capace di leggere le fratture della modernizzazione.
L’eredità scientifica di Elsa Guggino si misura sulla tenuta delle sue categorie analitiche. La scomparsa della studiosa non interrompe la validità del suo metodo, che impone un’onestà intellettuale spietata di fronte all’oggetto di studio. Resta l’insegnamento di una ricerca che non ha mai cercato scorciatoie teoriche, lasciando alla comunità scientifica il compito di continuare a osservare la realtà senza veli ideologici.

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Gianfranco Donadio

Gianfranco Donadio

Sono giornalista e documentarista. Ho studiato lettere moderne e sono cultore della materia in discipline demo-antropologiche. Sono, da anni, responsabile dei Laboratori di Antropologia visiva e di cinema documentario e sperimentale "Raoul Ruiz" del Dispes dell'Unical. Ho collaborato in équipes di ricerca sia in Italia che all'estero (Grecia, Francia e Spagna). Ho insegnato a contratto "Laboratorio di cinema e antropologia"

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