La guerra senza guerra contro Cuba: il Sud globale deve morire

La posta in gioco non è soltanto energetica: è simbolica. Questa stretta mira a spegnere un esempio. Dalla rivoluzione del 1959 in poi, l’isola ha rappresentato - nel bene e nel male, con luci e ombre che la storia non deve edulcorare - l’idea che un popolo del “Terzo mondo” potesse sottrarsi al destino della subordinazione
25 Febbraio 2026
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C’è un modo moderno di fare guerra senza chiamarla guerra: senza occupazioni, senza rovesci eclatanti con i carri armati, senza proclami. Quando interrompi i flussi in un’isola che dipende dalle importazioni di petrolio, impedendo ad altri di approvvigionarla — con buona pace delle libertà e del libero mercato — colpisci un governo rendendo impossibile la vita quotidiana di undici milioni di persone: la catena del freddo, gli ospedali, l’acqua, i trasporti, l’economia. Si rende visibile, senza filtri, il volto rapace di chi è abituato da sempre a considerare ciò che lo circonda come il proprio giardino di casa: dalla sorte inflitta ai popoli nativi di un tempo, alla riscoperta arroganza geopolitica di oggi.

Castro e Guevara marciano dopo la cacciata del dittatore Batista

Attacco all’isola

È quello che sta accadendo a Cuba, dove la crisi energetica — già grave da tempo — è precipitata in un salto di qualità dopo l’ordine esecutivo della Casa Bianca che apre alla possibilità di imporre tariffe contro qualunque Paese “fornisca direttamente o indirettamente” petrolio all’Avana. L’architettura della misura è pensata come deterrenza globale per cui basta far lievitare il costo politico ed economico dell’aiuto perché fornitori e intermediari si defilino, i carichi diventino incerti, le scorte si assottiglino. In questo modo l’intero sistema elettrico — già logorato da impianti vetusti, guasti e manutenzioni rinviate — perde resilienza. Nelle ultime settimane l’emergenza si è tradotta in razionamenti, sospensioni e riduzioni dei servizi; fino alle difficoltà di rifornimento del carburante per aerei, con ricadute dirette sui collegamenti e sul turismo, vero ossigeno per l’economia dell’isola.

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Oggi Cuba è sotto posta a un embargo militare ed economico che ha lo scopo di soffocarla

Un ideale anticoloniale

Non è solo Cuba: è ciò che Cuba ha significato. Se tutto questo riguardasse soltanto un Paese “che non funziona”, il mondo lo archivierebbe come l’ennesimo capitolo di una crisi periferica. Eppure, Cuba, per almeno tre generazioni nel mondo intero, è stata una promessa politica capace di superare i confini caraibici. Dalla rivoluzione del 1959 in poi, l’isola ha rappresentato — nel bene e nel male, con luci e ombre che la storia non deve edulcorare — l’idea che un popolo del “Terzo mondo” potesse sottrarsi al destino della subordinazione, mettere in discussione l’ordine imposto, rivendicare sovranità e dignità.

Fidel Castro e Che Guevara hanno incarnato, simbolicamente, una rottura, costruendo un ideale socialista caldo, anticoloniale, solare e popolare. Per molti movimenti e popoli oppressi, Cuba è stata una parola d’ordine: la prova che l’impero non era invincibile, che il Sud globale non doveva rassegnarsi a essere soltanto “periferia” o “cortile di casa”. Quell’eco è passata attraverso la diplomazia, la cultura, la propaganda, certo e anche attraverso forme concrete di internazionalismo — medico, educativo — che hanno reso l’isola un riferimento morale per chi si sentiva escluso dal banchetto del mondo.

Un simbolo da uccidere

Proprio per questo, oggi, la posta in gioco non è soltanto energetica: è simbolica. Questa stretta mira a spegnere un esempio, non solo un Paese. E Cuba — fragile, povera, accerchiata — pesa più delle ricchissime riserve di petrolio venezuelano che il nuovo sceriffo del mondo è andato a prendersi, affossando ogni residuo di ordine basato sul diritto internazionale.

L’ordine esecutivo del 29 gennaio 2026 aggiorna le vecchie sanzioni e introduce un meccanismo che punta a tagliare Cuba dai flussi energetici colpendo Paesi terzi. È una pressione che opera per costrizione: quando il carburante diventa raro, l’isola entra in una spirale fatta di blackout più lunghi, produzione che rallenta, servizi che collassano, turismo che si sgonfia, valuta estera che manca, mercato informale che divora salari e prezzi. La cronaca di questi giorni parla anche di sistemi di prenotazione per fare benzina e di attese di settimane o mesi: segni di un’economia che non riesce più a garantire nemmeno la circolazione ordinaria.

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Manifestazione del popolo cubano

Il nuovo ordine mondiale normalizzatore

In questo scenario, la “normalizzazione” non è un concetto neutro. Normalizzare Cuba significa farla somigliare a ciò che l’ordine regionale tollera: un Paese dipendente, povero, disciplinato o, comunque, non contagioso. Significa spegnere una memoria collettiva: quella di un’isola che, per decenni, ha detto “no” — e proprio per questo è stata punita con una politica di strangolamento economico che i cubani descrivono come “blocco”, e che oggi si manifesta con la crudezza di una vulnerabilità energetica trasformata in arma.

La “morte cubana” sarebbe una sciagura per il mondo libero. Se Cuba cedesse, il danno andrebbe oltre i suoi confini. Sarebbe un messaggio planetario per cui ogni deviazione diventerebbe punibile; ogni alternativa, spegnibile; ogni sogno, riducibile a mera chimera. Trasformerebbe la povertà in colpa, e non più in una condizione da riscattare; la non uniformità in marchio da cancellare. Sparirebbe un simbolo attraverso cui fondare una civiltà di libertà, tolleranza e convivenza; una esperienza che, a costo di immani sacrifici — ma pur sempre col sorriso — ha fatto di un’isola piccola e imperfetta il simbolo di un altrove politico e l’incubo per ogni sfruttatore.

Un mondo senza Cuba sarebbe un mondo meno giusto, meno bello, persino meno allegro.

 

Walter Greco

Walter Greco

Walter Greco è professore associato di Sociologia Politica al DiSPES dell’Università della Calabria. Le sue ricerche indagano le trasformazioni sociali indotte dalla globalizzazione, i flussi migratori, le discriminazioni e le forme contemporanee di pregiudizio. È direttore scientifico del Laboratorio d’Ateneo "Capire", dove sviluppa progetti di ricerca e intervento sui cambiamenti sociali e sui processi di inclusione

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