Casanova a Martirano, toccata e fuga di un seduttore pentito

Il più famoso seduttore della Storia da ragazzo voleva fare il prete. Lasciò Venezia per provarci in Calabria, ma scappò dopo 60 ore
16 Marzo 2026
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Un ritratto di Giacomo Casanova

“Il nome di Calabria in se stesso ha non poco di romantico. Nessun’altra provincia del Regno di Napoli stimola tale interesse o ispira tanto ancor prima di avervi messo piede.” [Edward Lear, 1847]

Di viaggiatori, affascinati dal suo paesaggio primordiale, suggestionati anche dalle storie reali o meno che avevano come fulcro lo spirito dei calabresi, ne sono passati di diversi in Calabria, specie dopo il terremoto del 1783 che sconquassò la regione, donandole un nuovo aspetto e rinnovando l’interesse degli osservatori esterni.
A partire dall’Ottocento, superata la prima fase in cui sull’onda del Flagello – una cannonata da oltre trentamila vittime – a raggiungere la sventurata punta estrema della Penisola erano perlopiù scienziati e studiosi, la Calabria cominciò a essere frequentata sempre di più, seppur in maniera comunque relativa e quasi sempre per fugaci soggiorni.

La Calabria e i viaggiatori del Grand Tour

Di fatti, la regione, scaglia di Meridione reputata selvaggia e marginale, se non già pericolosa, era di norma saltata durante gli itinerari del Grand Tour.
Snobbata da artisti, poeti, scrittori; insomma, tutta la schiera di viaggiatori che diede forma al fenomeno del Grand Tour, il viaggio di istruzione che i rampolli della aristocrazia europea svolgevano in particolar modo nelle città d’arte del Nord Italia, a Roma e nel Regno di Napoli e in quello di Sicilia – reami fusi nel 1816 nel Regno delle Due Sicilie –, tappe obbligate del Tour, di cui stava cominciando ad affiorare l’inestimabile patrimonio, quello risalente alle antiche civiltà che vi si installarono e prosperarono: quella magnogreca prima, quella romana poi.
Della fine degli anni quaranta del Settecento, di fatti, sono i primi straordinari ritrovamenti in Ercolano e Pompei, forzieri che custodivano la storia del Mediterraneo antico.

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Conosciamo tutti, magari per sommi capi, i passaggi nel Mezzogiorno dei Goethe, dei de Saint-Non, dei Dumas, dei Didier, dei Tommasini, dei Lear e poi dei Lenormant, dei Gissing, dei Douglas. Una sequela di nomi eccellenti che di certo ha ombrato quelli di tantissimi altri viaggiatori che hanno intrapreso gli stessi itinerari e, pur lasciando traccia scritta del loro Tour, sono stati inghiottiti dall’oblio della Storia.

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Lo scrittore e viaggiatore George Gissing

Prima la tonaca, poi le sottane

Il passaggio di un altro nome, altisonante, seppur non immediatamente accostabile al ruolo del viaggiatore, può essere preso in considerazione nell’analisi di come poteva apparire la Calabria, finibus terrae della Penisola italiana, agli occhi dei primi viaggiatori che vi transitarono nel Secolo dei Lumi.
Parliamo di Giacomo Casanova (1725-1798), il poeta, il saggista, il diplomatico, il filosofo, sebbene sia conosciuto soprattutto per un capitolo, forse di contorno pur assai gustoso, della sua esperienza terrena: la vita avventurosa e l’indole libertina che hanno fatto del suo cognome sinonimo di dongiovanni, donnaiolo, sciupafemmine.

La fama di seduttore, avventuriero e financo spia – ruolo che ricoprì nella parte conclusiva della sua movimentata esistenza per non perdere i suoi privilegi – era di là da venire, però, nell’anno di grazia 1741 quando Giacomo Girolamo Casanova fu avviato dalla madre, l’attrice Zanetta Farussi, alla carriera ecclesiastica.
Chiariamo subito quel che può apparire una grossa cantonata. Ebbene, prima di votarsi alla carriera di donnaiolo, il giovane Casanova, fresco di studi in Legge all’Università di Padova – senza conseguire la laurea, seppur l’argomento sia tuttora dibattuto – e di alcuni viaggi formativi a Corfù, isola della Serenissima Repubblica di Venezia, e Costantinopoli, aveva tentato di intraprendere la strada clericale – a quel tempo, via garantita per conquistare una posizione di potere –, seguendo i consigli materni.

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In vero, però, leggendo la Histoire de ma vie non dovrebbe sorprenderci questo suo iniziale tratto di vita. Nella monumentale opera, Casanova si presenta anzitutto come “cristiano e filosofo”, e non come maestro dell’ars amandi, brigante e avventuriero. I racconti minuziosi delle sue conquiste e alcove, di fatti, non sono mai fini a se stessi, ma funzionali alla creazione di un pensiero, di una riflessione più ricercata e alta.

Da Venezia alla Calabria: Casanova a Martirano

Era il 1744 quando Giacomo Casanova, appena diciannovenne, lungi dal conquistare i galloni dell’antonomastico seduttore, si ritrovava a lasciare la sua raffinata Venezia alla volta della povera Calabria, al seguito di monsignor Bernardino de Bernardis (anche riportato come de Bernardis-Ferrari, secondo l’usanza, in voga nella Napoli dipendente dalla Corona spagnola, di unire al cognome paterno quello materno), neo vescovo della diocesi di Martirano, piccolo centro montano nel cuore della Calabria.

Già roccaforte normanna, Martirano, comune che oggi conta poco più di ottocento abitanti, dal 1907 è chiamato anche Martirano Antico per distinguerlo dal nuovo centro, costruito circa sei chilometri più a Sudovest a seguito del devastante terremoto del 1905 e denominato Martirano Nuovo e successivamente – anche se, localmente, il nome originario continua a essere ampiamente usato –, Martirano Lombardo in segno di riconoscenza verso i generosi comitati lombardi, con in testa l’allora sindaco di Milano Ettore Ponti, che finanziarono la fondazione del nuovo abitato.

In posizione strategica lungo la antica via Popilia, la diocesi di Martirano deve la sua istituzione a Roberto il Guiscardo e rimase attiva dal 1058 fino al 1818 quando, già vacante dal principio dell’epoca napoleonica, una bolla papale di Pio VII la soppresse e aggregò alla diocesi di Nicastro. Il suo territorio comprendeva numerosi casali e località della Calabria centrale; fra queste Castagna, dove si ergeva la imponente Abbazia benedettina di Corazzo.
Il giovane Casanova raggiunse Sua Eccellenza de Bernardis in veste di segretario personale. Casanova arrivò nella sede vescovile di Martirano al termine di un viaggio durato circa ventiquattro ore, da Salerno a Cosenza, e da lì a Martirano. Al tempo del suo passaggio e fino all’Ottocento, Martirano compariva nei documenti anche come Martorano ed è infatti così che il gentiluomo vi si riferisce durante il suo breve soggiorno.

Sessanta ore posson bastare

Il primo contatto con la nuova realtà per Casanova – la vicenda viene ricordata nella raccolta Memorie di viaggiatori nel Lametino di Raffaele Gaetano – fu tutt’altro che felice. La dimora del vescovo gli si presentò fatiscente, scarsamente arredata e oltremodo scomoda. Il primo pasto che gli fu offerto, poi, gli risultò non soltanto misero ma pure stomachevole, di certo adeguato alla dieta povera del prelato, che apparteneva all’Ordine dei Minimi di San Francesco, ma non alle sue abitudini più raffinate.
Il pessimo impatto di Casanova con Martirano peggiorò quando il futuro amatore si recò alla cattedrale per assistere alla messa celebrata da monsignor de Bernardis. Un momento che convinse il veneziano ad abbandonare presto il centro della Valle del Savuto.

Riportiamo le parole di Giacomo Casanova estratte dalle sue Memorie:

“L’indomani il vescovo celebrò la messa pontificale, e così io ebbi modo di vedere tutto il clero, tutti gli uomini e tutte le donne che riempivano la sua cattedrale, e questo spettacolo mi risolse ad allontanarmi da quel triste paese. Erano un branco d’animali scandalizzati da tutta la mia persona. Quanto erano brutte le donne! Che aria stupida e rozza avevano gli uomini! Tornato al vescovado, dissi al buon prelato che non mi sentivo la vocazione di morire martire, nel giro di pochi mesi, in quella città”.

Giacomo Casanova non è per niente delicato con la popolazione locale. A sua discolpa, da giudici postumi e quindi parziali, possiamo accettare l’idea che poteva ben considerarsi un martirio per un signorino di buona educazione, gusti eleganti e incline ai piaceri della vita ritrovarsi in un paese periferico, lontano dai grandi centri di irradiazione di idee, conoscenza e discussione, privo non diciamo di una corte di nobili eruditi o di un cenacolo di intellettuali, ma anche di una biblioteca o di uno straccio di libraio che potessero assicurargli perlomeno qualche buona lettura.

Facendogli capire quanto fosse impossibile per lui sopravvivere in una comunità incolta, disinteressata al mondo al di là delle proprie campagne, in mezzo a un popolo non di elevata sensibilità culturale, per utilizzare un eufemismo, Casanova convinse il vescovo a lasciarlo partire. L’episcopo si impietosì al punto cda impegnarsi con alcune sue conoscenze per spesare il viaggio del giovane che così abbandonò per sempre Martirano, appena sessanta ore dopo il suo approdo.

Casanova: dalla fuga da Martirano al mito

Da quel 1744 la vita di Giacomo Casanova proseguì per altri sentieri, alla ricerca dell’occasione giusta per costruire una vita inimitabile. E se è vero com’è vero che la fortuna aiuta sempre gli audaci, l’episodio che Casanova tanto anelava arrivò poco dopo il suo addio a Martirano, nella primavera del 1746.
Una fortunata sera, durante una cerimonia di nozze a Palazzo Soranzo, nel sestiere di San Polo oggi famoso per i suoi caratteristici bàcari, un malore colse un notabile veneziano e senatore della Serenissima, tal Matteo Bragadin, . Il giovane Casanova si fiondò sull’uomo, gli prestò immediato soccorso e lo assistette finché questi non riacquisì le forze.

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Venezia, Ca’ Bragadin Carabba

Il Bragadin si convinse che se avesse ancora la possibilità di ammirare un’alba non fosse per altro che per il provvidenziale intervento del giovanotto. E così, sentendosi in debito eterno, assunse la decisione di prendersi cura per tutto il resto della sua esistenza di Casanova, concedendogli un compenso fisso e finanziando i suoi viaggi e le sue avventure presso le corti del bel mondo europeo. Le fortunate origini di un mito.
Un mito che ha oscurato molteplici aspetti della poliedrica figura di Giacomo Casanova, inclusi gli anni della giovinezza, di una vita che, concedendoci una divagazione ucronica, e neppure tanto originale, avrebbe potuto prendere tutt’altra piega. Magari, chissà, anche con gli stessi risultati straordinari.

E ci torna in mente una scena de Il camorrista di Tornatore, quella in cui il Professore di Vesuviano (Ben Gazzara), al parossismo della tronfiezza, compiaciuto del tripudio di applausi che lo accoglie al ritorno in carcere, esclama: “Se facevo la carriera del prete sicuro diventavo papa”.

Antonio Pagliuso

Antonio Pagliuso

Lametino, è tra i fondatori della rivista culturale "Glicine" di cui è caporedattore, direttore artistico della rassegna culturale "Al Vaglio" e membro della giuria letteraria del Premio Muricello. Ha scritto per alcune testate e riviste di divulgazione culturale ed è stato redattore dell'ufficio stampa di varie manifestazioni (Festival Internazionale del Giornalismo, Trame Festival, Ormeggi Festival e Sciabaca).
Ha scritto due romanzi: "Gli occhi neri che non guardo più" (Talos Edizioni, 2017) e "L'arazzo algerino" (Dialoghi, 2022).

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