Youth gangs | La lettura non securitaria di Giusy Calabrò

Il libro della studiosa di Brancaleone ("La devianza minorile", Rubbettino 2025) contiene una prospettiva multidisciplinare, dove sociologia, criminologia, psicologia e pedagogia concorrono a descrivere la complessità di un fenomeno in crescita
28 Ottobre 2026
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Parlare di devianza minorile significa approcciare con uno dei temi attuali più delicati, argomenti che nel dibattito pubblico tendono ad essere confinati nella cronaca, limitandoli quali episodi di violenza o di richiesta di maggiore sicurezza. Ci si deve interrogare invece sui contesti nei quali la devianza prende forma e sulle ragioni per cui alcuni giovani individuano proprio nel gruppo deviante uno spazio di appartenenza. È da questa visione che ha preso avvio il dialogo con Giusy Calabrò, autrice del volume La devianza minorile. Il fenomeno youth gangs, pubblicato da Rubbettino nel 2025. L’incontro è diventato l’occasione per mettere in relazione l’esperienza concreta dell’autrice con una riflessione sociologica più ampia sulle trasformazioni della società contemporanea.

 

Giusy Calabrò tra scuola e ricerca sul campo

Calabrò è di Brancaleone, in provincia di Reggio Calabria, ma il suo percorso professionale si è sviluppato soprattutto a Verona, dove insegna negli istituti superiori e si occupa di adolescenza, educazione alla legalità, bullismo e cyberbullismo. Alla didattica ha affiancato attività nel campo della criminologia, della sicurezza e della prevenzione della criminalità minorile, collaborando con istituzioni, forze dell’ordine e realtà impegnate sul territorio. Questo intreccio tra scuola, ricerca e lavoro sul campo costituisce uno degli elementi più interessanti del suo profilo dando una specifica connotazione al proprio lavoro.

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Una prospettiva multidisciplinare

Il tema della devianza minorile e delle youth gangs viene affrontato attraverso una prospettiva multidisciplinare, dove sociologia, criminologia, psicologia e pedagogia concorrono a descrivere la complessità del fenomeno. Il libro analizza le bande giovanili, le modalità associative e le strategie di prevenzione e di intervento nel contesto italiano. Il punto di partenza di Calabrò è il rifiuto di ogni interpretazione semplificata, in quanto le youth gangs non nascono nel vuoto e non possono essere viste come realtà estranee al tessuto sociale nel quale si sviluppano. Contesti quali fragilità familiari, marginalità economica e culturale, difficoltà scolastiche, isolamento e assenza di prospettive possono contribuire a creare le condizioni nelle quali il gruppo diventa più forte delle altre agenzie educative. La gang offre al giovane spesso ciò che altrove manca: appartenenza, identità, protezione, riconoscimento, proponendo un ruolo, una gerarchia, un linguaggio e una forma di solidarietà interna.

Una lettura non securitaria

Il fatto che queste dinamiche possano sfociare nella violenza o nella criminalità non elimina la necessità di comprenderne la motivazione di chi vi aderisce. Comprendendo, ma non giustificando, si può cercare di intervenire prima che il gruppo deviante diventi l’unico luogo nel quale il giovane riesca a sentirsi visto. Il lavoro di Calabrò, in questo caso, si allontana da una lettura esclusivamente repressiva e securitaria, anzi la prospettiva proposta nel libro,va verso la prevenzione, rieducazione e recupero. Scuola, famiglia, istituzioni, servizi sociali e realtà associative devono cotituire una rete territoriale capace di intercettare il disagio e proporre opportunità concrete di recupero. La scuola, ad esempio, non dovrebbe essere il luogo nel quale si registrano solamente l’insuccesso o l’esclusione, ma uno spazio di orientamento, partecipazione e valorizzazione delle capacità individuali. Cosi come la famiglia deve assumersi una responsabilità educativa che non può essere sostituita interamente dalle istituzioni, perché è nella quotidianità familiare che il giovane impara il rapporto con le regole, con l’attesa, con il conflitto e con il limite.

Società, famiglia, contesto

La riflessione sulla devianza minorile conduce inevitabilmente a interrogarsi sulla società nella quale i giovani crescono, sui modelli culturali proposti e sulla fragilità dei legami educativi e comunitari. Il fenomeno delle bande giovanili non può essere separato dalle trasformazioni sociali che hanno investito la famiglia, la scuola, le istituzioni e il rapporto tra individuo e collettività, vivendo in un contesto nel quale il desiderio personale tende spesso a diventare criterio unico di legittimazione. L’imperativo del “tutto, subito e sempre” rende più difficile accettare la frustrazione, l’attesa e il limite, a cui va contrapposto, non l’autoritarismo, ma un’educazione autorevole non fondata sulla paura, ma sulla presenza, sulla coerenza e sulla capacità di stabilire regole comprensibili. Il “no” può avere una funzione formativa quando non è una semplice imposizione, ma l’espressione di un’assunzione di responsabilità, realizzando come la libertà individuale non sia separabile dal riconoscimento dell’altro.

L’anomia di Émile Durkheim

Alain de Benoist e Costanzo Preve a tal riguardo hanno ben tracciato il rapporto negativo tra capitalismo avanzato, consumo e individualismo, cosi come le analisi di Zygmunt Bauman e Gilles Lipovetsky sulla fluidità dei legami e sulla centralità dell’individuo-consumatore. Risulta particolarmente calzante anche il pensiero di Sergio Cotta, utile a distinguere il desiderio — soggettivo e potenzialmente illimitato — dal diritto, che ha invece natura relazionale e si fonda sulla reciprocità. Diventa quindi evidente come il libro della Calabrò sia un punto di partenza privilegiato per una domanda più ampia: quali trasformazioni sociali possono contribuire a indebolire i riferimenti educativi e a rendere più fragile il senso di appartenenza alla comunità? La sociologia classica offre, ancora oggi, strumenti preziosi per l’analisi e la risposta, infatti uno dei padri fondatori della sociologia Émile Durkheim ha descritto attraverso il concetto di anomia la condizione nella quale le norme perdono forza e l’individuo si trova privo di riferimenti condivisi. Quando una società cambia rapidamente e le aspirazioni crescono più velocemente delle possibilità concrete, possono emergere disorientamento, frustrazione e conflitto.

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Individuo e società

A questo approccio macro-sociale l’altro gigante ed antagonista di Durkheim, Max Weber aggiunge l’attenzione al significato soggettivo dell’azione, quando un giovane aderisce a una gang non è soltanto il prodotto passivo di una struttura sociale, ma anche una scelta individuale che riconosce al gruppo deviante una fonte alternativa di identità, prestigio o protezione. Far dialogare Durkheim e Weber significa collegare la dimensione macro-sociale delle strutture con quella micro-sociale delle decisioni individuali, quindi è vero che le condizioni economiche, familiari e culturali influenzano le opportunità disponibili, ma ogni individuo elabora quelle condizioni e agisce sulla base del significato che attribuisce alla propria esperienza. È su questo passaggio che il confronto con Giusy Calabrò ha assunto un valore particolare, consentendo di osservare il fenomeno nella realtà dei territori, delle scuole e delle relazioni educative, mentre la prospettiva sociologica permette invece di collocare quelle esperienze dentro un quadro più vasto, nel quale diventano evidenti le trasformazioni dei valori, delle istituzioni e delle forme di socialità.

Un linguaggio comune fondato sulla responsabilità

Le due dimensioni non si escludono, ma si completano, perché se da una parte vi è la necessità di interventi concreti: reti territoriali, sostegno alle famiglie, prevenzione scolastica, recupero e accompagnamento educativo, dall’altra vi è l’esigenza di analizzare le condizioni culturali che rendono più difficile la trasmissione delle regole, della responsabilità e del senso del limite. La devianza minorile non può essere affrontata soltanto quando diventa emergenza, perchè spesso è troppo tardi, e il disagio ha già assunto una forma stabile, permettendo al gruppo di occupare lo spazio lasciato vuoto dalle altre istituzioni, bisogna prevenire, mettendo preventivamente in piedi occasioni di partecipazione, riconoscimento e crescita.

Il dialogo con Giusy Calabrò ha mostrato come un libro dedicato alle youth gangs possa diventare l’occasione per riflettere sulla società nel suo complesso, muovendosi tra la micro-storia dei quartieri e la macro-sociologia dei sistemi esiste un rapporto diretto, e comprendere ciò che accade nei gruppi giovanili significa interrogarsi sulla qualità dei legami familiari, scolastici e comunitari. La vera sfida non consiste soltanto nel contenere la devianza, ma nel ridurre le condizioni che la rendono possibile, un compito che riguarda le istituzioni, ma anche le famiglie, la scuola e l’intera comunità, ma richiede, prima ancora di nuove risposte punitive, la capacità di ricostruire un linguaggio comune fondato sulla responsabilità, sul rispetto e sulla reciprocità.

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Mimmo Tuscano

Mimmo Tuscano

Classe '68: l’anno delle rivoluzioni, e le premesse ci sono tutte. Mimmo Tuscano nasce analogico nel profondo Sud a Brancaleone (RC), impatta con la Generazione X e si ritrova immerso nel digitale senza aver mai chiesto il permesso. Licenza scientifica, laurea in Scienze Politiche e l'incurabile vizio di voler capire le cose prima di mandarle giù. Gli dicono che è un "bastian contrario"? Sbagliato: è solo allergico al pensiero unico. Dagli anni ’80 ammorba l'etere e le pagine stampate — radio locali, fanzine universitarie, giornali — parlando e scrivendo a flusso continuo. Per pagare le bollette fa l'imprenditore nel terziario, ma la vera professione resta l'indipendenza: dice ciò che vuole perché non deve dire grazie a nessuno. Colonna sonora di una vita vissuta ad alto volume? Esclusivamente il Rock, duro e puro. Un uomo libero, irriverente quanto basta e decisamente senza filtri

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