Arrivo a Praia a Mare con il mare ancora pieno negli occhi di San Nicola Arcella. La stazione è piccola, concreta, senza nessuna voglia di fare scena. Sul marciapiede c’è quel tipo di luce che appartiene solo alle partenze vere, non drammatica o romantica, semplicemente netta. Appoggio la sacca accanto a una panchina di ferro, bevo un caffè troppo veloce e ascolto il rumore dei binari che taglia il mattino. È in momenti così che un viaggio smette di essere un’idea e comincia a diventare un gesto. Il bello delle partenze non è quasi mai l’eroismo ma la loro modestia. Nessuna orchestra, nessuna frase definitiva, nessuna rivelazione improvvisa. Parti perché a un certo punto restare comincia a costare più del movimento. Parti perché la stessa finestra, la stessa scrivania, lo stesso tragitto, anche quando non hanno nulla di sbagliato, iniziano a darti addosso una patina che non ti appartiene più.
La partenza, prima di tutto, è una sottrazione. Praia a Mare è il luogo giusto per capirlo. Da una parte c’è il mare aperto, dall’altra la stazione, i binari, la meccanica semplice delle coincidenze. Sotto il sole, tutto sembra già avere una direzione. Cammino verso Fiuzzi, dove la costa ha ancora qualcosa di familiare che però lascia intuire che la familiarità sta per trasformarsi in distanza. Tiro la sacca sulla spalla, la strada costiera davanti a me si allunga, l’odore del sale entra e esce con il vento. Non è ancora il viaggio pieno ma inizio a sentire il suo respiro iniziale. Qui “Alice nelle città” di Wim Wenders entra con una precisione quasi imbarazzante. Questo film non parla della partenza come di una liberazione spettacolare, ma come stato di sospensione. Parti senza sapere davvero che forma prenderà il movimento. Prendi su quelle quattro cose essenziali e parti senza fiatare. E in quel gesto molto semplice, molto umano, ti rendi conto che il controllo non è sempre una virtù. A volte è soltanto la forma elegante della paura.

Wenders filma il mondo come se fosse sempre sul punto di ricominciare. Le stazioni, i motel, i margini, le sale d’attesa, i vetri: tutto in “Alice nelle città” sembra dire che il viaggio non è un percorso lineare ma una disponibilità. Anche il protagonista, interpretato da Rüdiger Vogler, non ha l’aria di chi domina la rotta, ma di chi si lascia lentamente sospingere, e proprio per questo comincia a vedere meglio. Mi viene da pensare che oggi partiamo troppo poco nel modo giusto, ci spostiamo moltissimo, siamo pieni di mobilità ma poveri di distacco. Andiamo ovunque con il telefono acceso, il lavoro addosso, l’ansia di documentare, la smania di far sapere che stiamo vivendo qualcosa. La partenza, invece, avrebbe bisogno di un piccolo strappo di silenzio, di un minuto in cui nessuno sa ancora dove sei, di una soglia che non sia subito resa esplicita ed esibita pubblicamente.
La Calabria, da questo punto di vista, ha una forza tutta sua. Qui il viaggio non è mai stato un capriccio, tutt’al più è stato bisogno, lavoro, fuga, ritorno, desiderio, scommessa, ferita. Le stazioni minori del Sud portano addosso una memoria significativa, poco urlante ma che resta dentro per sempre. Basta osservare con attenzione chi è in procinto di partire per comprendere che i luoghi di partenza sono anche luoghi di deposito: ci restano addosso valigie, saluti, attese, promesse dette male. In un giornale online si tende a cercare il titolo forte, ma il viaggio vero comincia quasi sempre all’interno di una scena piccola, quasi insignificante. Risalgo verso la stazione quando il sole ha già cambiato tono. Il mare, da qui, non è più solo un paesaggio, è la prima cosa che stai lasciando ed è anche la prima cosa che ti rimarrà segnata nell’anima.

Ripensando ad “Alice nelle città” capisco che non si tratta di un film sull’erranza ma di una lezione molto semplice: partire non significa sapere già dove troverai qualcosa, ma significa accettare che soltanto muovendoti capirai di cosa avevi bisogno davvero. La partenza, in fondo, non è coraggio puro, la definirei più che altro una forma di onestà. Il corpo capisce prima della testa quando un tratto di vita è finito. E la stazione, il mare, il binario, la sacca lasciata un secondo a terra, servono solo a rendere visibile quello che dentro stava già lavorando al cambiamento. Tutto il resto viene dopo: gli incontri, la fatica, i paesaggi, i cambi di luce. Ma il viaggio nasce qui, in questo punto elementare in cui smetti di spiegarti e cominci a camminare.

