Arrivo ad Aieta nel pomeriggio, salendo dalla costa come se stessi togliendo volume a una radio rimasta accesa troppo a lungo. La stanza che trovo è piccola, con muri spessi e un odore buono di pietra fresca. Appoggio la sacca sul letto, apro le imposte e il mare non si vede quasi più: resta infondo, come un pensiero che ha smesso di comandare. Aieta è fatta così, sicuramente non ti accoglie con spettacolo ma ti alleggerisce senza dirtelo.
Il viaggio, a un certo punto, ti chiede di lasciare a casa le intemperie, ovviamente non solo quelle meteorologiche, ma quelle mentali. Lasciare il brusio delle risposte automatiche, le relazioni che da settimane procedono per inerzia, i piccoli doveri che si sommano e ti danno l’illusione di essere vivo solo perché sei occupato. Salire in un borgo come Aieta serve a cambiare quota per comprendere cosa stavi portando addosso senza necessità.

Cammino tra le vie alte, dove ogni angolo sembra costruito per farti abbassare il passo. Qui la luce non arriva in pieno ma taglia le pareti, si ferma sulle soglie, entra a strappi. È un luogo che chiede misura, non ti distrae e non ti seduce in modo banale. Ti costringe a rimanere fermo, e rimane fermi, oggi, è forse il gesto più difficile.
“Paris, Texas” di Wim Wenders, con Harry Dean Stanton, è il film giusto per una puntata così perché parla di un uomo che riemerge da una specie di deserto interiore prima ancora che geografico. Travis non torna in scena come un eroe, ma come qualcuno che ha perso il linguaggio giusto per stare dentro la propria vita. Il film non ha fretta di guarirlo, e per questo è onesto. Sa che per tornare umani bisogna prima attraversare una zona muta.
Questa zona muta è il vero cuore del viaggio, essa non si nutre di panorami o destinazioni e nemmeno di album fotografici da fare vedere in futuro. Il cuore sta in quel momento in cui smetti di rispondere al mondo con la voce che ti sei abituato a usare. Quando il corpo comincia a togliere, quando il ritmo si abbassa e ti accorgi che alcune cose non vanno affrontate, ma lasciate scendere da sole, come la polvere dopo il passaggio di una macchina su una strada di campagna.

La modernità ci ha insegnato a ottimizzare quasi tutto, tranne il recupero di noi stessi. Sappiamo fare liste, misurare risultati, gestire urgenze, perfino organizzare il tempo libero come fosse una call; ma siamo diventati scarsi nel lasciare che una parte di noi si decanti. E allora l’estate, se serve a qualcosa, dovrebbe servire proprio a questo: non a moltiplicare gli stimoli, ma a togliere le intemperie che ci impediscono di sentire il nucleo delle cose.
La Calabria dei paesi alti ha una sapienza antica in questo. Non è un sapere teorizzato, è un ritmo. I muri spessi, le stanze fresche, le salite, le finestre piccole, il mare tenuto a distanza giusta. Tutto sembra dirti che per ritrovare chiarezza bisogna prima ridurre l’eccesso. Aieta, in questo senso, è quasi un dispositivo morale. Ti chiede di abbassare la velocità con cui ti racconti.
Rientro in camera che fuori il borgo è già più silenzioso. Sul comodino restano le chiavi, una bottiglia d’acqua, il taccuino ancora mezzo vuoto. È lì che “Paris, Texas” cambia temperatura. Non è più soltanto la storia di un uomo smarrito, si trasforma in un promemoria secco: nessun viaggio vale davvero se non ti permette di lasciare lungo la strada almeno una parte del rumore che ti ha fatto partire. Le intemperie non si formano soltanto intorno, ma a volte sono i detriti che continuiamo a chiamare identità pur di non ammettere che ci stanno appesantendo.

