C’è un momento preciso, nella liturgia laica dell’Independence Day, in cui il tempo profano della produzione si ferma per lasciare spazio alla rigenerazione del mito. Ogni quattro di luglio, gli Stati Uniti d’America mettono in scena la propria cosmogonia, attraverso le parate lungo le Main Streets, l’iper-totemismo della bandiera a stelle e strisce che colonizza i corpi e gli oggetti, la catarsi collettiva dei fuochi d’artificio e la commensalità rituale del backyard barbecue. È il rito di fondazione che si rinnova, l’illusione di un’uguaglianza orizzontale e senza tempo, condensata nella promessa della “ricerca della felicità”. Eppure, l’antropologia dei processi culturali ci insegna che ogni spazio sacro si regge su un tabù, ogni inclusione rituale richiede una rimozione speculare. Sotto la patina rassicurante della festa nazionale, si muove l’ombra di coloro che quel patto sociale lo hanno edificato con le braccia, pur rimanendone a lungo esclusi. Ed è qui che il rito americano si interseca, per vie sotterranee ma storicamente innegabili, con i sentieri polverosi della Calabria e del Mezzogiorno d’Italia.
Per comprendere questo legame, occorre smontare la retorica del “Melting Pot” e guardare alla realtà della grande emigrazione transoceanica a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Quando i primi grandi flussi di contadini e braccianti calabresi arrivarono a Ellis Island, non trovarono ad accoglierli la terra della libertà universale, ma una società rigidamente gerarchizzata. Agli occhi dell’establishment anglosassone e nativista, il meridionale d’Italia non era pienamente “bianco”. Nella complessa tassonomia razziale dell’America dell’epoca, i migranti provenienti da Reggio, Cosenza o Catanzaro venivano classificati spesso come in-between peoples – individui in una terra di mezzo antropologica, biologicamente e culturalmente distanti dall’ideale del cittadino repubblicano.
Il Quattro Luglio, in quegli anni di fine Ottocento e inizio Novecento, non apparteneva a loro. Mentre la nazione celebrava la propria indipendenza dal giogo coloniale britannico, nelle Little Italy di New York, di Philadelphia o nei distretti minerari della Pennsylvania, le comunità calabresi vivevano una condizione liminale. Lavoravano nelle grandi infrastrutture, scavavano le gallerie della metropolitana, posavano i binari delle ferrovie: partecipavano, di fatto, alla costruzione materiale della superpotenza americana, ma rimanevano confinati nei ghetti, esclusi dai diritti civili e politici. La loro “ricerca della felicità” era ridotta alla pura sussistenza e all’invio delle rimesse per sottrarre alla fame i paesi d’origine, dove la terra continuava a essere amara.
C’è una profonda verità storica nell’osservare come il Meridione abbia risposto a questa esclusione rituale attraverso una forma di resistenza culturale: la risignificazione dello spazio urbano. Non potendo identificarsi immediatamente nel totem della Dichiarazione del 1776, gli immigrati calabresi importarono i propri dispositivi mitopoietici e religiosi. Le feste patronali – come la venerazione della Madonna di Polsi, di San Rocco o di San Francesco di Paola – divennero i veri momenti di aggregazione e di riaffermazione identitaria nello spazio pubblico americano. Laddove lo Stato americano offriva una cittadinanza astratta e condizionata, la comunità paesana ricostruiva una solidarietà concreta attraverso le società di mutuo soccorso, nate spesso su base strettamente locale (i “paesani”).
Il punto di svolta, il reale elemento di collegamento e di paradosso antropologico, si consumò con il passaggio delle generazioni. Per essere accettati sotto l’ombrello protettivo del patriottismo americano, i figli dell’emigrazione meridionale dovettero compiere un rito di passaggio cruento: l’assimilazione attraverso il sacrificio. Fu il sangue versato nei conflitti mondiali, e in particolare nella Seconda Guerra Mondiale, a “sbiancare” definitivamente gli italo-americani, traghettandoli nella classe media e conferendo loro, finalmente, il diritto di cittadinanza rituale. Il Quattro Luglio cessò di essere la festa degli “altri” e divenne la propria.
Oggi, a distanza di un secolo, la storia sembra ripetersi in un gioco di specchi invertito. Nelle stesse ore in cui l’America celebra il suo 4 luglio, i discendenti di quella diaspora guardano alla ricorrenza con il benessere della piena integrazione. Ma l’antropologia non è una disciplina immobile. Se un tempo erano i braccianti calabresi a subire la marginalizzazione nelle città industriali del Nord del mondo, oggi sono altri corpi invisibili a sostenere l’economia americana (e quella europea). Pensiamo ai campesinos stagionali, privi di documenti, che raccolgono la frutta nella Central Valley californiana, o ai migranti che attraversano il Mediterraneo per approdare sulle coste di Lampedusa, la porta d’Europa.
Scrivere un’antropologia del Quattro Luglio significa, in definitiva, riconoscere che la “libertà” celebrata in questa data non è un dato di natura, ma un processo storico costantemente conteso. La memoria dell’emigrazione calabrese ci ricorda che dietro ogni parata, dietro ogni fuoco d’artificio che illumina il cielo di Washington o di New York, si cela il lavoro non riconosciuto di chi ha attraversato il mare. La vera grandezza di una democrazia non si misura dall’altezza dei suoi monumenti o dall’intensità dei suoi riti nazionalisti, ma dalla sua capacità di includere nel “Noi” collettivo coloro che, ancora oggi, si trovano nell’ombra della storia.
Jean-François Donadieu

