Il mirino si stringe, l’obiettivo mette a fuoco, il click scatta. Fuori campo restano i corpi, dentro il quadro entra soltanto l’angoscia.
In un documentario d’osservazione, l’inquadratura non è mai un atto neutrale.
La costruzione della realtà
Se stringi la camera sul volto spaventato di un commerciante e tagli via la sagoma di chi gli sta di fronte, hai già deciso da che parte sta la ragione. Se metti la telecamera ad altezza cinturone, le mani che tremano sulla fondina diventano l’unica realtà ammissibile. Il resto perde consistenza. Diventa uno sfondo sfocato, un rumore di fondo fastidioso.
È esattamente questo il meccanismo che governa la fabbrica della paura contemporanea. Una gigantesca operazione di regia a montaggio alternato, costruita per direzionare lo sguardo dove fa più comodo.
Prendiamo la cronaca recente.
Un uomo che ha già confidenza con le armi, uno a cui lo Stato ha tolto il porto d’armi perché ritenuto inaffidabile, spara alle spalle a due persone in fuga. Li uccide. Tre gradi di giudizio lo condannano, applicando leggi scritte e votate dagli stessi che oggi gridano allo scandalo.
Martiri ed eroi
Eppure, per una parte della politica e dei media, quell’uomo diventa automaticamente un martire. Un eroe tragico da difendere a oltranza, fino a pretendere per lui una grazia che scavalchi sentenze e codici. La sua colpa viene lavata nella vasca da bagno della legittima difesa emotiva.
Poi, nello stesso momento, gira l’inquadratura. Ci sono uomini, donne, bambini che scappano da guerre vere, da torture documentate, da prigioni in cui la dignità umana viene tritata ogni mattina. Gente che affronta il mare o le rotte di terra solo per evitare di prendersi, pure loro, una pallottola alle spalle.
La doppia narrazione
A questi corpi, la stessa regia non concede un millimetro di empatia. Zero. Per loro non c’è attenuante, non c’è contesto, non c’è pietà. Diventano una minaccia astratta, un’invasione strisciante, un bersaglio su cui scaricare la rabbia di una società stanca.
Qui entra in gioco la verticalizzazione del nemico.
Chi governa la narrazione sa benissimo che le paure reali delle persone — la precarietà, la solitudine, il declino economico, un futuro che sembra una trappola — sono mostri idrofili, difficili da domare e costosi da combattere. Risolverli richiede tempo, risorse, visione politica. Molto meglio fabbricare un nemico su misura. Un nemico proiettato verso l’alto o, più spesso, scaricato verso il basso. Un bersaglio visibile, nitido, orizzontale solo in apparenza ma costruito verticalmente come il Male Assoluto.
Il migrante diventa così il parafulmine perfetto.
La paura come strumento
Non ha voce per replicare, non ha salotti televisivi per spiegare le sue ragioni, non vota. È il soggetto ideale su cui esercitare la rassicurante cattiveria dei deboli.
La retorica della paura funziona come un grandangolo deformante.
Ingrandisce a dismisura il pericolo percepito per far scomparire i problemi veri. Ci convince che la minaccia principale alla nostra esistenza sia chi bussa alla porta dopo aver attraversato l’inferno, e non la progressiva erosione dei nostri diritti, della nostra sanità, del nostro welfare.
Ci fa credere che la giustizia sia un concetto elastico: rigida e spietata con gli ultimi, morbida e indulgente con chi possiamo riconoscere come “uno dei nostri”, anche quando infrange le leggi più elementari della convivenza civile.
Quando un paese smette di guardare la realtà per come è e comincia a vederla soltanto attraverso i filtri ideologici della propaganda, la democrazia perde aderenza con il terreno. Diventa una finzione cinematografica, un set in cui le regole valgono solo per le comparse e mai per i protagonisti.
Il racconto dei fatti
Nel documentarismo esiste una regola aurea: se la tua tesi precede i fatti, stai facendo propaganda, non cinema. Oggi, nel dibattito pubblico, la tesi è già scritta prima ancora che la realtà accada. E a forza di stringere il campo sul nostro ombelico terrorizzato, abbiamo smesso di vedere l’umano che ci sta attorno. La domanda, adesso, è capire quando la macchina da presa smetterà di registrare questo copione grottesco e cosa resterà di noi quando le luci del set si saranno finalmente spente.


