Il buio è arrivato all’improvviso, un taglio netto che ha spento i server, ammutolito i laboratori e probabilmente, anche se per poco, lasciato migliaia di studenti a fissare schermi neri. Non è stato un guasto, ma il morso rapido di una cesoia idraulica. All’Università della Calabria, il furto di rame non ha sottratto solo metallo, ma ha sequestrato il tempo di chi ricerca, ha momentaneamente mutilato il diritto allo studio. Mentre i ladri si dileguavano con i cavi ancora caldi, un intero campus scopriva la fragilità della propria spina dorsale. Benvenuti nell’era dell’oro rosso, dove il progresso tecnologico viene cannibalizzato dai suoi stessi scarti.
L’inciampo del futuro
Siamo di fronte a un paradosso grottesco. Corriamo verso il futuro, sogniamo l’elettrificazione totale, la fine del carbonio, la purezza del silicio, eppure restiamo ostaggio di una materia arcaica, rossastra e pesante. Il rame è il sistema nervoso della modernità. Senza di lui, la transizione ecologica è un castello di carte. Ogni pannello solare, ogni pala eolica, ogni maledetta colonnina di ricarica che spunta nei nostri parcheggi è una promessa di pulizia che attira, come un magnete, la sporcizia del crimine. Il mercato non perdona. Con le quotazioni di borsa che ballano intorno ai diecimila euro per tonnellata, un cavo elettrico non è più un componente industriale. È un assegno in bianco depositato sul fondo di un tombino.

Una profanazione
Eppure, c’è una ferocia antica nel gesto di chi scava la terra per strapparne i nervi di metallo. Non è solo un reato, è un rito di smembramento. Se ragioniamo sul furto di rame con attenzione, ci accorgiamo che l’assalto all’Università della Calabria è stato una profanazione. In un campus che dovrebbe rappresentare l’apice della stratificazione intellettuale, il “ladro d’oro” interviene come una specie di predatore dell’età del bronzo che opera nel cuore della modernità. È lo scontro tra due ere. La civiltà dei flussi immateriali e quella della materia nuda, pesante, tattile.
Il rame, visto in questa prospettiva, non è un semplice conduttore. È il totem della nostra tribù globale. Se per millenni abbiamo estratto il metallo dalle viscere delle montagne, oggi la criminalità pratica una sorta di “estrattivismo urbano”. La città, con le sue arterie ferroviarie e i suoi centri di sapere, è diventata la nuova miniera. Il ladro non cerca più la vena di quarzo, cerca il cavo di messa a terra. È, a mio avviso, una regressione funzionale: distruggiamo il valore d’uso di un’infrastruttura complessa – la capacità di far correre dati, treni, scoperte – per recuperare il puro valore di scambio della materia grezza. È il trionfo dell’atomo sul bit.
Furti e riti tribali
La violenza subita recentemente dall’Ateneo calabrese rivela la gerarchia invisibile di questo mercato. C’è qualcosa di profondamente tribale nel modo in cui la refurtiva viene trattata. Una volta reciso, il cavo subisce una metamorfosi catartica attraverso il fuoco. Bruciare la guaina non serve solo a ripulire il metallo per la vendita; è un atto di de-identificazione. In quei roghi tossici che appestano le terre di nessuno, il rame perde la sua storia, il suo “nome”. Cessa di essere il supporto di una lezione di fisica, una scoperta di scienze naturali o del segnale di un binario e torna a essere sostanza informe, pronta per essere nuovamente sacrificata sull’altare della domanda globale.
Qui emerge il lato oscuro della nostra ecologia simbolica. Vogliamo un mondo senza fumo, silenzioso, elettrificato, ma questo desiderio genera una fame di rame che alimenta una catena del valore brutale. Per ogni auto elettrica che sfreccia silenziosa in una capitale europea, c’è una comunità, magari nel profondo Sud o in un villaggio dell’India, che subisce l’asportazione di un pezzo della propria modernità. È un parassitismo evolutivo. Il crimine si nutre dei progressi della specie. Chi ha tagliato i cavi ad Arcavacata ha agito come un necrofago che si nutre dei tendini di un organismo ancora vivo, lasciandolo paralizzato.

La vulnerabilità culturale
In questo scenario, la nostra vulnerabilità è culturale prima che tecnologica. Ci siamo illusi che la complessità ci proteggesse, che il digitale fosse etereo, intoccabile. Invece, la “verità” dell’oro rosso ci ricorda che siamo ancora incatenati alla terra. Ogni volta che un server si spegne perché qualcuno ha venduto i suoi cavi a peso, subiamo il trauma della scoperta che il futuro può essere fermato da una mano sporca di grasso e da una lama d’acciaio.
Lo scontro è tra chi vede nel cavo un legame sociale e chi vi vede solo un bottino. Fino a quando il valore della materia supererà nella percezione collettiva il valore della funzione che essa svolge, continueremo a essere una civiltà che si mangia le budella per sfamarsi. L’Università della Calabria tornerà a “regime”, i cavi verranno sostituiti, ma il morso del predatore resta lì, a ricordarci che sotto la vernice della nostra tecnologia pulita scorre ancora il sangue scuro e pesante di un metallo che non smette di chiamare i suoi cercatori. E il buio, in fondo, è sempre a un solo taglio di distanza.

