Il rumore del motore della Fiat 127 in prima marcia, sulla salita che porta ai boschi di Lorica o giù verso le scogliere di Amantea o di Guardia Piemontese, aveva sempre la stessa nota di fatica. Era la mattina del quindici agosto. L’odore di benzina incombusta si mischiava a quello del sugo della carne preparato all’alba, sigillato nei recipienti di vetro e incastrato nel bagagliaio tra tre angurie giganti e le sedie pieghevoli di tela verde.
Non c’era nessuna poesia in quel viaggio, solo un’urgenza quasi fisica. Bisognava occupare lo spazio il prima possibile. Bisognava arrivare prima degli altri per piantare l’ombrellone di tela pesante o per stendere le coperte di lana sui rami di pino prima che il posto migliore sotto l’ombra venisse preso.
Chi è cresciuto da queste parti lo sa. Il Ferragosto degli anni Ottanta e Novanta non assomigliava alle cartoline patinate di oggi. Era un fatto carnale, una prova di resistenza familiare. A mezzogiorno preciso, sotto un sole che pareva voler spaccare le pietre, si aprivano i tavolini di formica. Le madri distribuivano la pasta al forno ripassata al tegame, densa di provola e polpettine grandi come nocciole, mentre i padri immergevano le bottiglie di gassosa e di vino locale nella corrente della fiumara o nei secchi riempiti d’acqua di fontana.
Si mangiava fino allo sfinimento. Non per ingordigia, ma perché la festa doveva servire a fare scorta, a riempire un vuoto invisibile. Era l’eredità diretta di generazioni che avevano conosciuto la miseria vera e che il quindici agosto compivano, senza sapone di retorica, il proprio rito personale di abbondanza.
Poi arrivava il primo pomeriggio. Quello era il momento della verità. La radio a transistor, incastrata tra una bottiglia di liquore alla liquirizia e un mazzo di carte napoletane, gracchiava le canzoni di Umberto Tozzi o le notizie del gazzettino regionale. Gli uomini crollavano in un sonno pesante, con il cappello di paglia sulla faccia per ripararsi dalle mosche. I ragazzi scappavano verso l’acqua o si nascondevano tra i cespugli di lentisco a fumare le prime sigarette rubate dai pacchetti dei padri.
Ma proprio lì, attorno alle quattro del pomeriggio, succedeva qualcosa che rompeva l’incantesimo. Bastava poco. Un soffio d’aria leggero, un’ombra che si allungava improvvisamente oltre il muretto di contenimento della strada, la sabbia che sotto i piedi non scottava più come un’ora prima. “Austu è capu di ‘mmernu”, diceva la nonna senza nemmeno alzare gli occhi dalla calza che riprendeva a ferri dopo il pranzo.
Lo diceva come si dice una cosa ovvia, tipo che la pioggia bagna o che la notte fa buio. Non c’era malinconia nel suo tono, solo una constatazione tecnica. Per i contadini di prima, l’estate vera finiva lì. La mietitura era fatta, il grano era nei sacchi, la terra aveva dato quello che doveva dare. Tutto quello che veniva dopo il quindici agosto non era più crescita, era consumo. Era l’inizio della parabola discendente.
Le giornate accorciavano con un taglio netto, quasi cattivo. La sera, la pelle bruciata dal sole chiedeva la maglia di lana leggera che le madri tiravano fuori dalle borse con un gesto automatico, sempre lo stesso da generazioni.
Negli ultimi decenni ci siamo sforzati di coprire questa cesura netta.
Abbiamo messo le luci al neon sui lungomare, abbiamo allungato le sagre fino a settembre, abbiamo riempito le piazze di musica sparata a mille watt per far finta che il tempo non stesse passando. Abbiamo preteso che il quindici agosto fosse solo il culmine di un’estate infinita, un villaggio turistico a cielo aperto. Ma la macchina del tempo contadino gira ancora con le sue regole spietate.
Lo vedi nei gesti di chi torna. Gli emigrati arrivati da Torino, da Milano o dalla Germania con le auto cariche di regali ripartono poco dopo. Il sedici agosto la strada statale cambia di nuovo pelle. Le macchine non puntano più verso il mare, ma verso i caselli autostradali.
Sui portapacchi ricompaiono le valigie legate con la corda, i pacchi di cartone pieni di barattoli di pomodoro fatti in casa, le soppressate avvolte nell’alluminio. Il “capo dell’inverno” è questo svuotamento improvviso, questo ritorno al silenzio dei paesi che per dieci giorni avevano finto di essere di nuovo vivi e popolati.
Restano le spiagge ricoperte di braci spente dei falò della notte prima, i piatti di plastica incastrati tra le tese delle ginestre, i tavoli di legno dei campeggi abbandonati. L’inverno al sud non ha bisogno della neve per cominciare. Comincia con quel primo vento di rottura che la sera del quindici agosto fa tremare le foglie dei fichi e costringe ad allacciarsi la camicia. Ci raccontiamo che è ancora estate, ma i fari delle auto che risalgono verso nord sulla Statale hanno già il colore del ritorno.


