“Sono geniale”. Lo guardo perplesso. Lui capisce che non capisco e mi dice: “Il mio nome è Geniale”. Seduto sulla panca davanti al ristorante “Al rifugio” l’uomo sembra aspettarmi. Gabriella intanto si ferma nel piccolo giardino sotto l’ombra di un ontano a cercare refrigerio dopo la lunga pedalata. I telai delle nostre bici ardono dal calore accumulato. Con 34° gradi, nonostante i 1200 metri sul livello del mare, non si scherza. Per fortuna ho scelto il luogo giusto per scappare dalla calura di Cosenza. Nè la massificata Camigliatello, nè la “perla” di Lorica ci hanno attirato questa volta. Lasciamo la Sila Grande cosentina e spostiamoci verso la Piccola: area lago del Passante, comune di Taverna. Caricate bici e bagagli in auto siamo partiti nel primo mattino per trascorrere un week-end nella natura e percorrere un tratto (“Piccolo”) della famosa – fuori regione, però – Ciclovia dei Parchi, che dal Pollino arriva fino all’Aspromonte.

Risalendo dallo svincolo autostradale di Altilia abbiamo raggiunto il grande altipiano calabrese in circa 40 minuti. A Bocca di Piazza abbiamo oltrepassato il grande stabilimento dell’acqua Fontenoce, immerso in centinaia di ettari di campi di patate innaffiati dai grandi diffusori che attingono alla vicine sorgenti del fiume Savuto. Il cielo ha assunto per il caldo afoso un colore biancastro che contrasta con il verde cupo delle foreste di conifere sui rilievi. Ci fermiamo a Bivio Spineto, crocevia sulla strada per il lago Ampollino, ad est, e Villaggio Mancuso, verso sud. Alle 9 del mattino già una notevole massa di persone si accalca al bar ristorante “Spineto” per caffè e colazioni.
Preparate le bici, e vestiti da bravi ciclisti con capi tecnici e caschi ci avviciniamo al locale affollato da famiglie, operai forestali, cercatori di funghi e qualche forestiero. I tavoli all’esterno sono un tripudio di caffè, cappuccini e dolci di ogni genere. Non mancano già a quell’ora coloro che mangiano i famosi panini del ristoro innaffiati da birra e vino. Dopo un buona crostata artigianale e un caffè, finalmente partiamo in direzione sud, verso Taverna e Catanzaro. Dopo i primi chilometri in salita l’idea di essere approdati in Sila ci sembra proprio quella giusta. Si pedala sotto un tetto di pini larici così fitti da impedire ai raggi del sole di scaldarci troppo. C’è un certo via vai di automobili, di certo famiglie in cerca di frescura, che infatti ritroviamo ai Villaggi di Racise e Mancuso.

Il termine “villaggio” in Sila è usato in modo improprio. Oggi indica un luogo turistico, una volta, prima del boom economico degli anni ’60, era fatto di casette di legno, rifugio di taglialegna e allevatori, nonché di madri e padri alla ricerca di aria buona per i loro figli malaticci. Tra i due villaggi è stata costruita anche una ciclabile. Sono pochi chilometri, purtroppo con uno sviluppo incompleto e contorto, che finiscono di botto all’ingresso di Villaggio Mancuso, la “Camigliatello” dei catanzaresi. Purtroppo anche qua, come nel villaggio dei cosentini, la bellezza del luogo è deturpata da un certo caos urbanistico fatto di assenza di marciapiedi, villette graziose, casette “canadesi” di legno multicolori e orridi appartamenti per turisti.
Lo straniero resta sicuramente stordito da questa commistione di bellezza estrema della natura silana e bruttezza dei manufatti. La solita Calabria, viene da pensare, disordine pubblico e gentilezza privata. Eh sì, perchè le persone che abbiamo incontrato in questo sabato di un luglio insolitamente (?) afoso sono tutte cortesi e accoglienti, ben disposte a scambiare parole e darti aiuto. Tuttavia nonostante le loro utili indicazioni non riusciamo a trovare alloggio per la notte: tutto esaurito. Comitive di siciliani hanno preso d’assalto i pochi alberghi di Mancuso. Allora decidiamo di ritornare a casa. Ripercorrendo la strada già fatta ci fermiamo al “Semaforo”, luogo di incroci di strade (dal lametino) e genti di ogni dove, che si ritrovano per ristorarsi nell’omonimo ipermoderno e omonimo (e anonimo) locale. Lo superiamo con una certa ansia per traffico di auto e persone fino a una stradina, a lato della “Autovia”, con indicazione di ristorante”Il Rifugio”. Wow, che pace. Questa sì che è Ciclovia. Chissà che…

“Se volete trovare alloggio e ristoro, perchè qua è tutto esaurito, provate all'”Agriturismo Valle del Salto, vi giro il telefono di Giuseppe”. Chissà chi sarà, penso, mentre ringrazio Geniale. Una curiosità mi sorge prima di salutarci: ” Come mai uno di Pentone, paese che non sapevo manco esistesse, porta il nome del santo di Aiello Calabro?” E qui il catanzarese a spiegarmi l’insolita devozione del padre per il Santo di epoca romana, la cui statua venne ritrovata secondo una leggenda sulla spiaggia di Amantea da una donna aiellese. La storia è ben diversa vorrei dirgli, quando una voce dall’interno lo chiama per il pranzo. Un saluto e via, verso il lago del Passante, dove a pochi chilometri c’è Giuseppe ad aspettarci.


Che bell’articolo, per un po’ mi sono sentita in quel fresco della Sila anche io!