Morire di sfruttamento

La tragedia di Amendolara, dove quattro migranti sono stati crudelmente uccisi, ripropone il dramma mai sconfitto del caporalato
3 Giugno 2026
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La strage dei 4 braccianti agricoli afghani bruciati vivi il 1° giugno scorso sulla Statale 106, nella piana di Sibari, di cui sui social circolano le crudeli immagini, sta provocando un moto di indignazione, di unanime esecrazione, di repulsione nelle società civile, nelle istituzioni, nelle rappresentanze sociali più accorte e meno corporative.

L’antica piaga del caporalato

Tutti sconvolti, tutti attoniti e spero, quanto prima, protesi, ciascuno per le proprie responsabilità ed il proprio ruolo, non solo a capire come sia stato possibile, quali cause abbiano  determinato la tragedia, ma soprattutto  cosa fare e come farlo per evitarne il ripetersi, oltre le indagini e le azioni giudiziarie. Quello del caporalato, principalmente in agricoltura, è fenomeno antico, studiato, scandagliato, ricostruito nelle sue dinamiche, nei suoi intrecci non solo criminali, da tempo. Enti, sindacati, associazioni laiche e religiose. Ricercatori ed Università, uffici statistici, producono sul fenomeno quotidianamente scritti, elaborati, indagini, libri, progetti, azioni.

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Non è la conoscenza che manca, semmai la si volesse acquisire: penso, tra i tanti altri, al Dossier statistico Caritas / Migrantes pubblicato annualmente, dal 1991 in poi, per volere di Don Luigi Di Liegro; penso al Rapporto annuale sulle “agromafie e caporalato “promosso dall’Osservatorio Placido Rizzotto della FLAI-CGIL.

In Calabria sono migliaia i lavoratori stranieri sfruttati nel lavoro agricolo

L’assenza delle istituzioni

Quello che invece è finora mancato e continua a mancare, è una reale volontà politica dei Governi nazionali, delle Regioni, degli Enti Locali, degli apparati dello Stato, in primo luogo, e poi del mondo della rappresentanza sociale, degli interessi nelle filiere imprenditoriali, agricole, agro-alimentari ed agroindustriali, zootecniche, ed in tutti gli altri settori merceologici, a voler davvero debellare questo fenomeno.

Un fenomeno che non è più, da tempo, una “degenerazione estemporanea” ma un “sistema strutturale”, una “tendenza storica” dell’economia nazionale alimentata da norme sull’immigrazione (La Bossi – Fini,), l’erosione del diritto del lavoro, la destrutturazione del controllo sociale sul collocamento. Tutte scelte politiche che generano, in determinati livelli della filiera, l’insorgere oggettivamente di processi di vera e propria economia criminale e, per usare le parole di Mons. Savino arcivescovo di Cassano, “struttura di dominio” e considera la manodopera impiegata, soprattutto immigrata, pura merce, clandestini, schiavi senza diritti, scarti.

Dai ghetti ai campi

Tutti sappiamo che in determinate stagioni, in determinate aree dell’intero Paese, dal Nord al Sud alle isole, per le raccolte, la lavorazione e tante altre attività, vengono impiegate, quotidianamente migliaia e migliaia di lavoratori e lavoratrici immigrate. Tutti vediamo i ghetti, le condizioni di vita disumane a cui sono costretti. Tutti sappiamo che l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro è spesso, se non in maniera prevalente, mediata da organizzazioni, strutture, soggetti criminali (caporali), tant’è che a dieci anni dalla approvazione della legge n.199 del 2016, lo sfruttamento non solo non è stato sconfitto, ma nemmeno ridimensionato.

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Eppure, si tratta di una buona legge, che ha segnato un cambio radicale di approccio al fenomeno, estendendo la responsabilità penale non soltanto a coloro che reclutano e gestiscono illegalmente la manodopera ma anche agli imprenditori che impiegano lavoratori sfruttando il loro stato di bisogno. Vedremo se la sua applicazione produrrà degli effetti nel caso terribile dei 4 braccianti arsi vivi ad Amendolara. Ma non serve, anche se non è ancora sufficiente come i fatti dimostrano, la sola parte repressiva.

Serve il controllo pubblico e sociale sul collocamento, principalmente in agricoltura e deve esser spezzato il legame criminogeno tra caporali ed imprese, tra caporali e lavoratori, oggi protagonisti dell’intermediazione del lavoro. Serve che la rappresentanza delle aziende capiscano che nella catena del valore il rispetto del giusto salario, dei diritti contrattuali non sono orpelli, oneri da risparmiare, e chi attiva questo o ne resta indifferente, promuove concorrenza sleale alle imprese sane che operano nella legalità.

Una vecchia immagine della baraccopoli di San ferdinando, che accoglieva moltissimi migranti impegnati nei campi. Nel 2019 quel ghetto è stato smantellato

Attivare il ruolo delle realtà sociali

Così come va reso attivo il ruolo delle istituzioni locali sul versante dei servizi: trasporti, casa, cura, integrazione. E serve rendere partecipi, coinvolgere, rendere protagonisti di queste scelte politico-sociali, gli immigrati stessi, le loro associazioni, le loro comunità, altrimenti chiuse, ghettizzate, collocate ai margini di luoghi di per sé critici e spesso sollecitati alla guerra tra i poveri. Sono tanti i comuni virtuosi in Calabria, sul modello Riace, che praticano azioni di integrazione lodevole e potrebbero essere tanti di più se sostenuti.

Il tradimento della promessa della Costituzione

Quanto accaduto nella Sibaritide, può, anzi, deve essere assunto come un monito culturale, civile, politico, morale. Sarebbe importante a mio parere, per come richiesto dalla Flai e dalla CGIL Calabria, se il Presidente del Consiglio Regionale promuovesse una seduta straordinaria dello stesso aperto a tutta la rappresentanza istituzionale, sociale, datoriale, per discutere di quanto accaduto, per predisporre provvedimenti cogenti e programmatici, ricordando tutti, senza retorica nè ipocrisia, che la nostra è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Massimo Covello

sindacalista

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