Libere di essere quello che vogliamo essere

Le parole del ministro Antonio Tajani mostrano come il patriarcato manifesto o latente continui a fluttuare nello spazio pubblico, nel linguaggio e nelle istituzioni
22 Settembre 2026
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Manifestazione in difesa dei diritti delle donne (foto Alfonso Bombini)

Voglio una donna donna con la gonna ripeteva il ritornello di un famoso brano di Roberto Vecchioni che raccontava la “frustrazione” di un uomo che rifiutava l’idea di una donna lontana dai cliché tanto cari al machismo d’altri tempi.
Ruoli e stereotipi quantomai attuali alla luce delle dichiarazioni del ministro degli Esteri, Antonio Tajani che, in un recente intervento pubblico, ha candidamente ammesso di preferire un tipo di donna «meno appariscente ma più affidabile».  A distanza di qualche ora sono arrivate le scuse del segretario nazionale di Forza Italia.
La donna ancora una volta rappresentata come merce o se preferite oggetto di scelta da parte di qualcuno, ancora una volta bersaglio di giudizi basati sull’aspetto, sul modo di vestire, sull’apparenza; giudizi che pesano come un macigno quando è in gioco un diritto faticosamente conquistato dopo anni di invisibilità ed insignificanza storica cui le donne, loro malgrado, sono state relegate.
Eh già caro ministro lei che rappresenta questo governo dovrebbe sapere che coltivare lo stereotipo in un mondo ricco di pregiudiziali e pregiudizi è estremamente pericoloso perché suggerisce alle giovani generazioni che esiste un modo di vestire, un comportamento, un’intenzione di per sé sbagliata capace di alimentare uno stigma e modelli precostituiti che con fatica immane le donne hanno cercato di demolire.
Il diritto di avere diritti non è un’automatismo quando si parla del genere femminile ma è frutto di battaglie e lotte dolorose che sono servite alle donne per rivendicare con forza il proprio posto nel mondo senza giudizi, senza autorizzazioni, senza padroni.
Non possiamo accettare che si torni indietro , che qualcuno possa misurare la lunghezza delle nostre gonne ed in base a quella considerarci più o meno affidabili ovvero degne di considerazione.
Siamo noi a scegliere, siamo padrone del nostro corpo, dei nostri pensieri del nostro futuro. E non possiamo tollerare questa deriva culturale che riproduce modelli arcaici improntati al concetto del “dover essere” meglio se seria, casta, pudica, mai fuori posto, magari servizievole e compiacente. Non possiamo banalizzare o peggio ancora derubricare certe dichiarazioni ad una “boutade” quando si tratta di rappresentanti istituzionali.
Non possiamo accettare che le donne vengano incasellate in ruoli decisi a tavolino, raccontate attraverso luoghi comuni, condannate ad una diseguaglianza che non hanno scelto ma che è l’immagine più vivida di una cultura patriarcale fastidiosa e radicata che innerva, in maniera capillare, la nostra società.
Lo dobbiamo alle generazioni future, alle nostre figlie ed ai nostri figli, perché la libertà e l’emancipazione femminile non sono postulati privi di senso, ma richiedono impegno quotidiano e consapevolezza di quanto è costato e di quanto sarà necessario consolidare la cultura dell’uguaglianza e del rispetto.
Insieme alla sacrosanta libertà di essere quello che vogliamo essere. Con i nostri desideri, i nostri obiettivi, le nostre scelte.
Libere, forti e consapevoli.

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Paola Palermo

Paola Palermo

Sono un avvocata e attivista del gruppo What Women Want. Mamma di Martina e già componente del comitato Pari Opportunità del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Cosenza

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