La memoria che non riconosce se stessa

Nei piccoli paesi calabresi che si spopolano e nelle menti che si spengono, la stessa malattia: la perdita dell'identità. A Cicala, un esperimento prova a curare entrambe le cose
19 Maggio 2026
La memoria smarrita dei luoghi

C’è un momento, nella progressione della demenza, in cui la persona smette di riconoscere la propria casa. Non la casa dove vive adesso, quella della struttura o della residenza assistita, ma l’altra: quella che ha lasciato, quella che porta dentro, quella che ha smesso di esistere nel mondo esterno molto prima di scomparire anche dalla sua mente.

La porta d’ingresso, l’odore della cucina, il gradino rotto che tutti sapevano dove fosse. Prima se ne va il nome della via. Poi il colore delle persiane. Poi il suono della voce di chi apriva. Alla fine resta solo una sensazione: qualcosa che somigliava a un luogo sicuro, ma di cui non si ricorda più la forma.

Chi lavora ogni giorno con le demenze conosce questo passaggio. Lo riconosce negli occhi. È uno sguardo che cerca qualcosa di preciso, con un’intensità quasi feroce, e non lo trova. Non è confusione: è ricerca. È l’ultimo atto di un’intelligenza che non si arrende alla propria dissoluzione.

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Ma se alzate lo sguardo dalla persona e lo posate sul paesaggio, vedrete la stessa cosa. Esattamente la stessa cosa.

Lo smarrimento dei ritmi della vita uccide lentamente le comunità

La Calabria che dimentica se stessa

Percorrete la strada che da Cosenza sale verso la Sila Piccola, attraverso una sequenza di borghi che un tempo erano organismi vivi, con le loro regole, i loro ritmi, le loro liturgie quotidiane: il barbiere che apriva alle sette, la fontana pubblica dove si parlava d’estate, la processione del santo patrono che durava tre giorni e teneva insieme perfino quelli che si odiavano.

Guardate adesso. Le persiane sono chiuse. Le fontane sono asciutte. Le chiese aprono una domenica al mese, se c’è il prete, se ne resta uno che copre cinque parrocchie con un’automobile che ha già centocinquantamila chilometri.

L’ISTAT ci dice che la Calabria ha perso oltre centomila residenti nell’ultimo decennio. Ma i numeri non dicono ciò che conta davvero: non è solo la popolazione che diminuisce, è il tessuto connettivo della memoria collettiva che si sfila. Quando l’ultimo che sapeva perché quella fontana si chiamava “a funtanella do re” muore senza averlo raccontato a nessuno, non muore soltanto un vecchio.

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Muore un archivio. Muore un pezzo di catasto dell’identità comune. E nessuna targa commemorativa potrà restituirlo.

Non è retorica. È la stessa dinamica che la neurologia descrive per l’Alzheimer: prima si perdono i dettagli (i nomi, le date, le sequenze), poi si perdono le categorie (i volti diventano intercambiabili, gli spazi si confondono), infine si perde la consapevolezza di aver perso qualcosa.

Il borgo che si spopola attraversa le stesse fasi. Prima chiude la scuola. Poi chiude il bar. Poi nessuno si ricorda più che lì c’era una scuola e un bar.

L’idea di “CasaPaese” a Cicala

CasaPaese: un villaggio dentro il villaggio

In questo scenario, che ha qualcosa di geologico (lento, inesorabile, apparentemente naturale), esiste un luogo dove qualcuno ha provato a invertire la direzione. Si chiama CasaPaese, si trova a Cicala, un comune di meno di mille abitanti arrampicato sulla Presila catanzarese, ed è un progetto della Fondazione Ra.Gi., guidata da Elena Sodano.

L’idea è semplice nella sua formulazione e radicale nelle sue implicazioni: invece di portare le persone con demenza in una struttura che simula la normalità, portare la normalità dentro la struttura. O meglio, non costruire affatto una struttura. Costruire un paese. CasaPaese non è un reparto con le pareti dipinte a sembrare case. È un pezzo di borgo reale: strade, una piazza, un bar, un negozio di alimentari, un salone del barbiere.

Gli ospiti non sono pazienti collocati in un ambiente terapeutico. Sono abitanti di un luogo che funziona con la logica del luogo, non della clinica.

C’è qualcosa di profondamente calabrese in questa intuizione, anche se il modello si ispira al villaggio olandese di Hogeweyk. Perché in Calabria il paese non è un aggregato urbanistico: è una forma di vita. È il sistema operativo dell’identità. Quando una persona con demenza viene strappata dal proprio paese e inserita in una RSA anonima, perde due volte: perde la memoria biologica (quella se ne va comunque) e perde l’ambiente che potrebbe supplirla. Perde l’odore del pane, il rumore della fontana, il ritmo della giornata scandito dalle campane. Perde il contesto, e senza contesto non c’è identità che regga, neppure quella residua.

CasaPaese prova a restituire quel contesto. Non lo cura: lo ricostruisce. E nel farlo, compie un gesto che va ben oltre la geriatria. Compie un gesto politico.

La “demenza” come metafora

La doppia malattia

Perché la demenza, in Calabria, non è solo una malattia neurologica. È una metafora esatta di ciò che accade al territorio. I borghi dell’interno perdono memoria nello stesso modo in cui la perdono le persone colpite dall’Alzheimer: per strati successivi, ciascuno dei quali sembra tollerabile finché non ci si accorge che l’insieme è diventato irriconoscibile.

La Calabria ha circa 26.000 persone con demenza diagnosticata, secondo le stime dell’Osservatorio Demenze dell’Istituto Superiore di Sanità. Ma il numero reale è quasi certamente più alto, perché nelle aree interne (proprio quelle dove il tessuto sociale è più fragile) la diagnosi arriva tardi, o non arriva affatto.

Non per mancanza di medici soltanto, ma per qualcosa di più sottile: la vergogna. La demenza, nei piccoli centri, è ancora percepita come una forma di follia. Qualcosa da nascondere. Qualcosa di cui non parlare al bar, di cui non scrivere nell’annuncio funebre.

Questa vergogna è l’esatto equivalente della vergogna con cui il Meridione tratta il proprio spopolamento: un fenomeno che tutti vedono, di cui nessuno vuole parlare in termini reali, perché farlo significherebbe ammettere un fallimento che non è individuale ma collettivo. Che non riguarda chi parte, ma chi resta. Che non è una scelta, ma un destino che si poteva (forse) cambiare e che non si è cambiato.

La minaccia incombente dello spopolamento

Cosa resta, quando non resta niente

A Cicala, il paese intorno a CasaPaese continua a perdere abitanti. Il paradosso è visibile a occhio nudo: dentro il recinto del progetto, la vita è ricostruita con cura certosina (ogni dettaglio ha una funzione terapeutica, ogni colore una ragione, ogni suono una calibrazione). Fuori, il paese vero si svuota con la stessa inerzia che svuota tutti gli altri.

Ma forse il paradosso è meno paralizzante di quanto sembri. Forse è proprio nella tensione tra questi due movimenti, lo svuotamento e la ricostruzione, che si nasconde qualcosa di utile. CasaPaese non è un progetto di ripopolamento. Non salverà Cicala dalla crisi demografica. Ma fa qualcosa che nessun incentivo fiscale e nessun bando PNRR può fare: dimostra che il modello del paese (quello calabrese, con i suoi ritmi, i suoi gesti, le sue gerarchie invisibili, il suo modo di tenere insieme le persone attraverso la prossimità e non attraverso i servizi) ha un valore che va ben oltre la nostalgia.

Se quel modello funziona come terapia (e funziona: la letteratura scientifica sugli ambienti di vita protesici per le demenze è ormai consolidata), allora forse la domanda giusta non è perché i borghi si svuotano, ma perché abbiamo smesso di credere che fossero un modo valido di stare al mondo.

La memoria come gesto politico

Un’ultima cosa. C’è un momento, nel lavoro quotidiano con le persone affette da demenza, in cui accade qualcosa che nessun protocollo prevede e nessun manuale spiega. È il momento in cui una persona che non ricorda più il proprio nome, che non riconosce più i figli, che ha perso ogni coordinata temporale e spaziale, si siede davanti a un piatto di pasta e fagioli e sorride. Non un sorriso sociale, non un riflesso.

Un sorriso di riconoscimento. Il corpo ricorda ciò che la mente ha dimenticato. La mano ricorda il gesto di spezzare il pane. La lingua ricorda il sapore. Qualcosa, in quel piatto, ha attraversato tutte le barriere che la malattia ha costruito e ha raggiunto un nucleo che la malattia non è riuscita a toccare.

Quel nucleo è il paese. Non Cicala, non Cosenza, non un punto su una mappa. Il paese come struttura dell’anima, come grammatica profonda dell’essere al mondo. Quello che i calabresi chiamano “i paesi” con un possessivo implicito che non ha bisogno di essere pronunciato, perché è già chiaro: è il mio, è il tuo, è il nostro.

Questi luoghi si difendono salvando la memoria

Quel paese lì non si può difendere con gli incentivi. Si può difendere solo con la memoria. E la memoria, a differenza di ciò che il senso comune racconta, non è il passato. È l’unica forma di futuro che i luoghi come questi possono ancora permettersi.

Quando smettiamo di ricordare, smettiamo di esistere. Vale per le persone. Vale per i paesi. Vale per la Calabria.

Forse non serve accorgersene in tempo. Forse basta accorgersene adesso, e decidere che la prossima volta che torniamo al paese, prima di ripartire, chiederemo a qualcuno di raccontarci una cosa che solo lui ricorda.

E la scriveremo da qualche parte. Perché custodire la memoria di un luogo non è un mestiere per archivisti. È un gesto che possiamo fare tutti, finché qualcuno è ancora lì a ricordare.

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Tommaso Scicchitano

Tommaso Scicchitano

Scrittore calabrese, operatore sociale, esploratore di storie dimenticate. Sul suo blog tommasoautore.it intreccia analisi sociale, critica culturale e riflessioni sulla condizione meridionale.
Con "Sole nero su San Giovanni in Fiore" (Luigi Pellegrini Editore) ha restituito voce al massacro fascista del 1925, una pagina strappata dalla memoria collettiva della Calabria. In "Gravitazione Spirituale" esplora i confini tra spiritualità autentica e religiosità tossica.

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