Il miraggio dei sondaggi e la politica a responsabilità limitata

I flussi dell'opinione pubblica influenzano le scelte politiche, pur rappresentando un istante effimero, una temporalità fuggente, per nulla utili alla costruzione di progettualità concrete
21 Aprile 2026
Sondaggi e politica a responsabilità limitata

Ai sondaggi viene attribuito il valore della comprensione dei fatti, come se l’”istantanea “ di una opinione pubblica bastasse a restituire la complessità di un intero processo sociale. In realtà è il sociologo francese Michel Wieviorka, nella prefazione al volume di Manuel Boucher La nébuleuse du pouvoir d’agir, a osservare come la sociologia, quando si misura con l’analisi della realtà, debba accettare una temporalità diversa da quella che domina la scena mediatica e il senso comune, perché la conoscenza richiede durata, immersione, lavoro sul campo, letture, riflessione e confronto.

Da questo punto di vista desta preoccupazione il fatto che sempre più spesso, per esempio, all’immediatezza dei sondaggi venga attribuito un valore sostitutivo di una comprensione più ampia, quasi che l’istantanea di un’opinione bastasse da sola a restituire il movimento complesso di un intero processo sociale.

Dalla sociologia alla politica

Se si sposta questa osservazione dal terreno della conoscenza sociologica a quello della decisione pubblica, emerge un problema ulteriore, forse ancora più insidioso, perché la politica contemporanea tende a lasciarsi modellare proprio da quella temporalità corta che Wieviorka considera incompatibile con una comprensione solida del sociale. Invece di misurarsi con processi lunghi, stratificati, contraddittori, essa si dispone sempre più spesso a decidere secondo una grammatica semplificata, immediata, binaria, che riduce la complessità a opzioni chiuse come sì o no, giusto o sbagliato, bello o brutto.

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È precisamente questa razionalità, tipica dei sistemi operativi, mutuata dall’informatica, che trasforma progressivamente l’azione politica in una pratica decisionale prêt à porter et plus prêt à oublier, pronta all’uso perché costruita per aderire all’istantaneità mediatica, e ancora più pronta a dimenticare perché ogni scelta, consumata nel tempo breve della sua esposizione pubblica, può essere sostituita rapidamente da quella successiva, senza una memoria effettiva delle sue premesse, dei suoi effetti e della responsabilità che dovrebbe accompagnarla.

Un pensiero politico rattrappito

Il punto, in realtà, riguarda molto più della velocità. Riguarda il formato stesso con cui il reale viene percepito e trattato. Quando l’orizzonte dell’azione pubblica si contrae fino a coincidere con quello dell’attenzione immediata, anche il pensiero politico tende a restringersi. La società smette di apparire come un intreccio di relazioni, memorie, conflitti, inerzie istituzionali, aspirazioni divergenti, e comincia a presentarsi come una superficie da governare mediante comandi rapidi, selezioni nette, alternative facili da comunicare.

In questo passaggio si afferma una razionalità operativa che filtra, ordina, espelle le sfumature e, proprio per questo, finisce per assomigliare più a un dispositivo di trattamento del sociale che a una pratica di mediazione storica e simbolica. L’efficacia comunicativa, allora, prende il posto della comprensione. L’impatto rimpiazza la profondità. La decisione si legittima per la sua prontezza molto più che per la sua capacità di interpretare il mondo su cui interviene.

Il desiderio di semplificare

La logica binaria possiede del resto una forza seduttiva evidente. In tempi incerti promette chiarezza, separa rapidamente ciò che appare confuso, abbrevia i tempi della lettura, offre orientamenti semplici dentro un ambiente saturo di informazioni, ansie, sollecitazioni e reazioni. Sembra dunque una risorsa preziosa. Tuttavia proprio questa apparente efficacia costituisce il centro del problema, perché una politica che decide secondo il codice del sì e del no, del conforme e del deviante, del lecito e dell’inaccettabile, guadagna in rapidità espositiva ma perde capacità interpretativa.

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Il conflitto, che in democrazia dovrebbe essere riconosciuto, attraversato, strutturalmente previsto, viene tradotto in errore, in scarto, in disturbo da correggere. L’avversario tende a diventare un ostacolo logico prima ancora che un interlocutore politico. Le domande sociali vengono così classificate più che comprese, registrate più che elaborate, e la stessa decisione finisce per consumarsi nell’atto che la rende visibile.

Il rapporto tra politica e realtà

La politica dell’immediatezza si presenta come realista nel momento stesso in cui impoverisce il proprio rapporto con il reale. Vuole aderire all’attualità e finisce per subirne il ritmo. Vuole mostrarsi efficiente e si consegna a un adattamento continuo che dissolve il senso storico delle decisioni dando forma ad una sorta di processo decisionale a responsabilità limitata, che non va inteso soltanto in chiave morale, come se si trattasse semplicemente di imputare ai governanti una certa leggerezza soggettiva. La questione è più strutturale. Quando la decisione è costruita per vivere nel tempo corto dell’esposizione, la responsabilità tende ad assumere la forma dell’episodio.

Vale finché dura la visibilità del problema, finché l’attenzione collettiva lo sostiene, finché l’ambiente mediatico lo rende urgente. Poi si allenta, si sposta, evapora. Ogni presa di posizione deve poter essere rapidamente sostituita da un’altra, ogni agenda deve restare disponibile alla prossima emergenza, ogni dichiarazione deve mantenersi abbastanza flessibile da poter essere riadattata. In questo senso l’azione pubblica appare prêt à porter, perché confezionata per l’uso immediato, ma anche plus prêt à oublier, perché la sua stessa funzionalità dipende dalla possibilità di alleggerirsi del passato recente, di interrompere la catena delle conseguenze, di sottrarsi alla continuità della memoria pubblica.

Le promesse elettorali dimenticate

L’oblio, allora, smette di essere un accidente secondario. Diventa un elemento interno al funzionamento della decisione. Si dimenticano promesse formulate pochi mesi prima, cause profonde di un conflitto, effetti sociali prodotti da misure presentate come inevitabili, alleanze geopolitiche ed amicizie. Una politica organizzata secondo il modello binario ha bisogno di questa amnesia selettiva, perché senza di essa la linearità delle decisioni verrebbe continuamente smentita dalla resistenza del reale.

La memoria, infatti, complica. Introduce stratificazione, mette in rapporto il presente con ciò che lo precede, costringe a riconoscere continuità e rotture, impedisce di trattare ogni questione come se fosse assolutamente nuova. Proprio per questo, in una sfera pubblica dominata dall’istantaneità, la memoria diventa ingombrante, mentre la dimenticanza appare funzionale.

La deriva della politica

La politica, se vuole sottrarsi alla propria deriva adattiva, dovrebbe recuperare una durata capace di tenere insieme decisione e memoria, efficacia e riflessività, urgenza e profondità. Altrimenti il rischio è chiaro. Le democrazie finiscono per somigliare a sistemi che reagiscono più di quanto pensino, selezionano più di quanto comprendano, dimenticano più di quanto assumano. Ed è precisamente in questa torsione che la politica si trasforma, quasi impercettibilmente ma con effetti profondi, in una pratica pronta da indossare e ancora più pronta a essere archiviata, consumata, rimossa. Una politica, appunto, a responsabilità limitata.

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Walter Greco

Walter Greco

Walter Greco è professore associato di Sociologia Politica al DiSPES dell’Università della Calabria. Le sue ricerche indagano le trasformazioni sociali indotte dalla globalizzazione, i flussi migratori, le discriminazioni e le forme contemporanee di pregiudizio. È direttore scientifico del Laboratorio d’Ateneo "Capire", dove sviluppa progetti di ricerca e intervento sui cambiamenti sociali e sui processi di inclusione

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