Sono rimasto molto colpito da un articolo uscito di recente che mi sta facendo riflettere profondamente. Non tanto per le tesi in sé, ma per chi lo ha scritto e dove è stato pubblicato.
Parlo di un saggio firmato da Cai Fang — uno degli economisti più influenti della Cina moderna, ex membro della Banca Centrale e della CASS — apparso prima sullo Study Times e poi su Qiushi, la rivista teorica del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese. Sappiate che un testo quando arriva lì, non è un’opinione accademica ma la traccia di una nuova dottrina ufficiale. La tesi di Cai Fang è chirurgica: la Cina deve abbandonare la logica del salario minimo per transitare verso il salario vitale (living wage), affiancato da un reddito di base universale e da pensioni non contributive per gli anziani. La causa di questa proposta? Per colpa dello shock tecnologico dell’Intelligenza Artificiale.
Secondo i dati e le previsioni macroeconomiche analizzate da Cai Fang, l’IA non creerà solo disoccupazione temporanea, ma una vera e propria frattura strutturale. I grandi modelli linguistici (LLM) stanno già sostituendo le competenze dei colletti bianchi (impiegati e professionisti), e la seconda ondata (i robot guidati da agenti intelligenti) colpirà i colletti blu. Il problema economico del futuro non sarà la scarsità, ma la distribuzione: l’IA fa impennare la produttività, ma distrugge posti di lavoro a una velocità infinitamente superiore a quella con cui ne crea di nuovi. Se le competenze invecchiano troppo in fretta per essere salvate dal semplice “reskilling”, lo Stato deve sganciare il welfare dai contributi versati. Il principio cardine si sposta: non più “a ciascuno secondo il suo lavoro”, ma (citando Marx) “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
Mentre la Cina — che ha costruito il suo intero boom economico sull’archetipo della manodopera a basso costo e su salari minimi tenuti deliberatamente bassi per essere competitiva — teorizza lo sganciamento del reddito dal lavoro per sopravvivere all’era dell’IA, in Italia siamo ancora incagliati nel dibattito ideologico sulla pura introduzione di un salario minimo legale.
Il nostro Paese sconta un duplice ritardo: 1) una contrattazione collettiva che spesso non garantisce nemmeno la soglia della dignità; 2) un tessuto produttivo composto da micro-imprese che rischia di essere travolto dall’automazione senza avere le spalle coperte da un sistema di protezione sociale universale. Se il salario minimo si limita a chiedere “quanto posso pagare un lavoratore senza distruggere l’azienda?”, il salario vitale (calcolato su standard scientifici internazionali come la metodologia Anker) si chiede “quanto serve a una famiglia per vivere dignitosamente?”, calcolando cibo nutriente, casa, sanità, trasporti e imprevisti.
La Cina sta capendo che nell’era dell’IA la stabilità sociale si difende ridistribuendo i frutti della produttività tecnologica, non costringendo le persone a rincorrere competenze che scadranno dopo sei mesi. Forse è il caso che anche la politica economica europea, e italiana in particolare, smetta di guardare al lavoro con gli occhiali del Novecento e inizi a progettare un welfare tarato sulla realtà dell’automazione. La domanda diventata urgente riguarda quanto siamo pronti a slegare il concett di “dignità”, da quello di “impiego”?

