Tra Catanzaro e Cosenza non si è corsa soltanto una tappa del Giro d’Italia; più di ogni altra cosa, si è assistito a un gigantesco esperimento sociale in cui decine di ciclisti professionisti hanno attraversato il cuore della regione nel tentativo di arrivare al traguardo schivando disperatamente gli assalti di quanti cercavano di nutrirli. Una Mission quasi Impossible.
Ma veniamo alla cronaca: emozionante la partenza da Catanzaro, ritardata, calorosa e leggermente disordinata, dunque perfetta. A bordo strada si respirava quell’atmosfera tipica delle grandi occasioni meridionali, gente affacciata ai balconi, sedie di plastica già sistemate dalle sette del mattino, e almeno n’ammuzza di persone convinte di conoscere “uno del Team UAE, ‘u cchiù forte!”.
Alle 15:35 il gruppo filava già compatto sotto il sole calabrese, avvolto da un persistente odore di salsiccia arrostita che da bordo strada sembrava inseguire la corsa chilometro dopo chilometro come una presenza mistica. Le prime vere difficoltà sono emerse quasi subito, non tanto per i corridori, quanto per i telecronisti arrivati dal Nord, costretti a pronunciare nomi di paesi con più consonanti che abitanti. Poi il primo episodio destinato a entrare nella memoria collettiva della tappa.
Nell’entroterra catanzarese una famiglia aveva allestito davanti casa una tavolata monumentale: parmigiana, salumi, olive schiacciate, pane caldo e vino rosso, con il chiarissimo intento di convincere il gruppo a fermarsi “solo cinque minuti”. Per alcuni lunghissimi istanti si è temuto realmente il cedimento della corsa, con un gregario francese che avrebbe rallentato voluttuosamente il gruppone davanti a un vassoio di melanzane ripiene prima di essere richiamato via radio dal direttore sportivo. A pericolo scampato, sui volti increduli della famiglia le telecamere impietose di Raisport coglievano in mondovisione tutto il dramma del Sud: l’impossibilità emotiva di vedere qualcuno andar via senza mangiare almeno ancuna cosa.
Poco dopo però, al chilometro 40, un corridore sloveno cedeva all’offerta di una delle chiummosfette (fette poco digeribili) di suppressata lacrimans lanciate come ristoro dai tifosi a bordo pista: secondo fonti ancora non confermate, l’atleta in questione avrebbe continuato a pedalare per diversi minuti fissando il vuoto e rivalutando profondamente le proprie convinzioni religiose.

Intanto lungo il percorso gruppi di nonne con scialle d’ordinanza 4stagioni osservavano il gruppo con l’espressione severa di chi considera il ciclismo professionistico una questione di emergenza nutrizionale. Così, una signora di ottantasette anni, vedendo sfilare il plotone in salita, nel farsi il segno della croce è stata udita esclamare “Poveri figli… datici almeno nu piattu di pasta”. Esortazione accompagnata da cenni annuenti delle comari d’intorno.
Verso Cosenza la corsa si è finalmente incendiata. Gli scatti si sono susseguiti violenti lungo strade che sembravano progettate apposta da un atleta mancato con vecchi rancori personali verso i quadricipiti; un colombiano in odor di peyote ha attaccato con tale ferocia da provocare il commento immediato di un anziano seduto fuori da un bar, “Pare ca fujìu senza pagare ‘u caffè”. Che tradotto nel linguaggio tecnico del ciclismo, equivale più o meno ad “accelerazione impressionante”.
Poi, il delirio. Dal nulla è comparso un uomo sulla quarantina, baffi notevoli, bicicletta del 1997 rattoppata col nastro isolante e una maglia artigianale di un misterioso “Team Statale Jonico”. L’individuo è riuscito a inserirsi nel gruppo pedalando accanto ai professionisti per quasi due chilometri mentre gridava “State tranquilli, tiro io!” Per alcuni istanti i corridori stranieri hanno creduto davvero fosse una squadra Professional invitata dagli organizzatori, ma i dubbi sono nati quando il sedicente atleta ha chiesto: “Ma dopo questa salita ci fermiamo n’attimo per un panino, no?”
L’intervento degli addetti alla sicurezza ha posto fine alla sua esperienza nel ciclismo internazionale, fra proteste molto dignitose e accuse generiche contro “questo sport ormai senz’anima”.
Nel frattempo, sulle salite verso Cosenza, l’asfalto raccontava un’altra storia. Le classiche scritte del Giro comparivano ovunque: “DAI POGAČAR”, “FORZA ROSA”, “SPINGI”. Ma assediato da uno strato di vernice più recente, come un reperto archeologico riemerso dal passato resisteva ancora una scritta gloriosa: “FORZA GIMONDI!”. Secondo alcuni abitanti sarebbe lì dagli anni Settanta, secondo altri “l’hanno solo ripassata un pò”.
Nel finale, mentre il gruppo lanciava la volata, un anziano si è alzato lentamente dalla propria sedia davanti al bar, e nel guardare la maglia rosa sfrecciare ha sentenziato: “Bravo… però Pantani era un’altra cosa.” Pare lo dica dal 1999, indipendentemente dallo sport in questione.
Ha vinto il più forte, naturalmente. Ma soprattutto ha vinto la Calabria, che anche stavolta è riuscita nell’impresa di trasformare una corsa ciclistica internazionale in una gigantesca festa di paese con ambizioni epiche.
Domani il Giro ripartirà.
Le sedie torneranno nei garage.
Le tavolate verranno sparecchiate.
Le nonne rientreranno in casa.
E almeno una cinquantina di persone continueranno a sostenere con assoluta convinzione che “se correvo io, in salita li staccavo tutti.” Che poi è il vero motore dello sport italiano.
