«Lo sputo tiene insieme tutto quello che ho scritto», dice Erri De Luca concludendo una poesia pubblicata nel suo Opera sull’acqua, edito da Einaudi. Oggi quello sputo pare essersi seccato di colpo. In realtà la sua criticatissima posizione sulla guerra israelo palestinese non è del tutto sorprendente, se solo si avesse avuto la pazienza di averlo seguito in altre precedenti dichiarazioni. L’ultima però è come se avesse rotto un argine fatto di una sorta di mitizzazione che oggi rende incredula la grandissima parte dei suoi lettori.
A lui mi accomuna – non mi lega e badate bene che c’è differenza – prima una condivisa militanza dentro i movimenti negli anni più difficili e successivamente la passione per la montagna, che lui declina arrampicando e io camminando e andando per grotte.
Pagine in cui trovarsi
Diversi anni fa, quando la rabbia delle lotte si era spenta da un pezzo, ebbi un motivo per cercarlo. Il mio liceo aveva organizzato una specie di spettacolo di fine anno, nel corso del quale alcune studentesse avrebbero letto dei suoi versi. Con notevole difficoltà mi procurai un numero di telefono e lo chiamai, spiegandogli di cosa si trattasse e invitandolo. Lui mi fece parlare, per chiudere poi la conversazione con un «Non ci pensare nemmeno».
Ci rimasi male, ma questo non mi impedì di leggere e godermi molti suoi lavori. Il suo modo di raccontare la solitudine, la gioia fugace, l’asprezza della lotta politica, l’amore, mi piacevano e continuano a piacermi. Il già citato Opera sull’acqua, Sulle tracce di Nives, Solo andata, poi Aceto arcobaleno, Il contrario di uno, E disse, In alto a sinistra, restano le pagine nelle quali mi è piaciuto perdermi e ritrovarmi.

Nella recente e ormai notissima intervista De Luca ha negato che in Palestina si stia consumando un genocidio e io non riesco a capire come un uomo che ha guidato i camion che portavano soccorsi alla popolazione della Bosnia durante quella guerra dimenticata, che ha trovato parole fulminanti per raccontare gli ultimi della terra, la loro disperazione, le colpe dell’occidente opulento, la solitudine di chi è rimasto indietro e che da autodidatta ha imparato l’ebraico antico e affrontato l’interpretazione delle sacre scritture, resti cieco davanti a quello che con tutta evidenza a me pare lo sterminio di un popolo.
In quella conversazione con una testata israeliana filo governativa – e i posti dove diciamo le cose danno maggior senso alle cose stesse – lo scrittore mi pare commetta più di una distorsione semantica.
La parola impronunciabile
Per esempio con una acrobazia linguistica afferma che «i soldati israeliani hanno spostato la popolazione». Solo che “spostato” distrae dall’altra parola impronunciabile, che è Deportazione, perché questa conduce il pensiero ai vagoni merce i cui binari si fermavano davanti al cancello dei lager nazisti.
L’origine della tragedia
Anche quando sostiene che si è sionisti se si condivide la necessità che il popolo ebraico abbia una sua terra, propone un equivoco. Non credo ci sia qualcuno che pensi agli ebrei condannati a una eterna diaspora, ma la sua affermazione sembra dimenticare l’origine del male che sta alla base di tutta questa tragedia che dura dal 1948.
Quella terra era già abitata, c’erano persone, esistenze, speranze, progetti di vita, case. C’erano, adesso non più. La nascita dello Stato di Israele si è configurato come una sorta di operazione di neocolonialismo, l’occupazione di uno spazio geografico durante una guerra latente tra sfere d’influenza, favorita dall’utilitarismo statunitense e da un ben fondato senso di colpa dell’Europa.

Del resto quello che sta accadendo adesso non è quanto di più somigliante a una operazione coloniale? Il colonialismo classico si basava essenzialmente sullo sfruttamento delle popolazioni del luogo, mentre quello praticato dai coloni israeliani è invece una specie di sostituzione etnica, costruita sullo “spostamento” direbbe De Luca, delle persone oppure sull’annientamento. Questa tendenza ha un nome, si chiama Settler colonialism e si basa appunto sulle dinamiche che si stanno tragicamente consumando in Palestina: spostamento o eliminazione dei vecchi residenti sulla base di una presunta superiorità etnica la cui radice sarebbe nell’essere il popolo eletto. Come potrebbe Erri De Luca fare acrobazie su questa realtà?
l’intellettuale a processo
E a proposito di parola, c’è poi una questione che attiene alla spesso all’idea di egemonia culturale. De Luca questo lo sa bene, la sua “parola contraria”, per citare l’intervento che lo scrittore ha tenuto durante il processo che lo vide coinvolto a seguito delle lotte No Tav, ha un peso determinante. Le parole hanno un senso, sempre, pronunciate da chi esercita inevitabilmente un potere d’influenza anche di più e i giornalisti del Foglio ne sono consapevoli, visto che con efficacia hanno inzuppato il pane nel succulento miele delle sue affermazioni.

Tutta la questione ha poi assunto forme anche grottesche, con propositi annunciati sui social di bruciare i suoi libri. I libri andavano a fuoco sotto il Nazismo, oppure in certe pellicole come Fahrenheit 451. Meglio che restino sulle mensole. Del resto una pena già c’è: dopo quelle parole i libri di Erri De Luca hanno perso un poco della loro anima e quando i libri perdono l’anima, resta solo la carta.

