Con la conferenza stampa del 20 aprile, la South smette di essere intuizione e prende forma pubblica: calendario, luoghi, retrospettive, ospiti e una geografia precisa da seguire giorno dopo giorno. La conferenza stampa ha un compito preciso: togliere all’attesa la sua vaghezza. Nel Salonedegli Specchi della Provincia di Cosenza, la South Italy Fashion Week ha compiuto quest passaggio senza diluire troppo il proprio disegno. Da oggi il festival non è più soltanto una direzione di marcia, ma una sequenza di date, luoghi, presenze, retrospettive, attività.
È un cambiamento sostanziale per il racconto, perché consente finalmente di verificare se la promessa degli incontri preparatori abbia una struttura all’altezza. Il programma presentato è nitido. Dal 27 al 30 aprile il Castello Svevo diventa centro simbolico e operativo della prima fase: quattro giornate in cui la moda viene attraversata come memoria, linguaggio, archivio e ricerca. I nomi annunciati – Antonio Marras, Marco Rambaldi, Elsa Schiaparelli, insieme a Maison Margiela, Issey Miyake, Yohji Yamamoto e Rei Kawakubo – non vengono messi in campo come collana di prestigio, ma come un sistema di rimandi. È questo, almeno nelle intenzioni dichiarate, a rendere le retrospettive qualcosa di più di una semplice mostra di riferimenti. Il secondo dato concreto è la diffusione del festival nella città.

Il 1 maggio The Factory Club accoglierà un passaggio centrato su cibo, imprese, agricoltura e scambio culturale; il 2 maggio la giornata si dividerà tra Aeterna Fashion Film Festival, nella sala cinema dell’Università della Calabria, e lo showroom all’interno di MOEMA Academy, promosso da Confartigianato Imprese e aziende provenienti da tutta Italia; il 3 maggio la settimana si chiuderà con Hanami Fashion Show al Castello Svevo. La mappa, finalmente, esiste e costringe a prendere sul serio l’idea di un festival che vuole legare formazione, produzione, immagine e sviluppo economico del territorio. Conta anche il tono dell’annuncio. Nella conferenza non prevale l’effetto vetrina ma una certa concentrazione. Giada Falcone torna sul tema della costruzione nel tempo;
Pier Luigi Sposato sottolinea la volontà di tenere insieme dimensione culturale e attrattività pubblica; il decennale viene raccontato non come punto d’arrivo, ma come soglia di verifica. È un buon segnale, perché abbassa la temperatura della retorica e alza quella della responsabilità. Uscendo dal Salone degli Specchi resta in mano un fatto essenziale: da oggi la South può essere valutata su ciò che ha scelto di esporre. La promessa ha preso calendario. Da questo momento in poi il compito del reportage non è più soltanto ascoltare l’idea del festival. È seguirne l’esecuzione, giorno per giorno, finché il fiore non sarà costretto a mostrare se tiene davvero il proprio stelo.
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