di Andrea Bevacqua
Ci sono isole che si difendono con la pazienza. Capo Verde è un grappolo di scogli nell’Atlantico, dove il vento detta il ritmo delle giornate e la geografia impone di andarsene per cercare fortuna. Su quelle isole il calcio non è un’industria, ma un modo per dire che si esiste, una zattera per non farsi sommergere dalla mappa.
Il calcio come forma di esistenza
Al centro di questa zattera c’è un uomo di quarant’anni che si chiama Josimar Dias, ma che tutti conoscono come Vozinha. Ha la faccia scavata di chi ha visto passare troppe stagioni e troppe traiettorie, la pelle indurita dal sale dell’oceano e la schiena dritta di chi non ha mai chiesto sconti. Nel calcio contemporaneo, dove a vent’anni sei già un veterano e a trenta ti preparano il viale del tramonto tra app e personal trainer, lui sta lì a dimostrare che il tempo può diventare un alleato, una stratificazione di partite che si fa saggezza.

Il mito di Zoff
La sua figura evoca inevitabilmente un precedente illustre e silenzioso: Dino Zoff nel 1982. C’è qualcosa di antico e immutabile in questa categoria di portieri che profumano di cuoio vecchio. A quell’età non si gioca più sui riflessi condizionati o sull’esibizione muscolare; si gioca per sottrazione. Zoff vinceva le partite governando l’area con il silenzio e la sobrietà friulana;
Muoversi in economia
Vozinha gioca usando la stessa economia di movimento, dove un passo a sinistra fatto in anticipo cancella la necessità di un volo disperato a beneficio dei fotografi. Non ha la reattività nervosa dei ragazzini cresciuti a diete ipocaloriche, ma possiede la dote di chi sa leggere le intenzioni del mondo prima ancora che il piede colpisca il pallone.

La potenza della calma
È la calma che si fa guantone. La partita contro la Spagna, alla fine, è stata solo il palcoscenico perfetto per questa filosofia. Mentre attorno a lui si consumava il solito, nevrotico assalto dei campioni d’Europa — fatto di passaggi infiniti e geometrie esasperate — Vozinha è rimasto fermo sulla linea bianca, indifferente alla frenesia. Ogni volta che la palla superava la difesa, lui era semplicemente lì, dove doveva essere. Sulla deviazione aerea di Oyarzabal ha sfiorato la sfera quanto bastava per mandarla sulla traversa; sul tentativo di Laporte ha scelto il tempo giusto per un colpo di reni essenziale, asciutto, privo di concessioni alla platea. Anche davanti alle finte elettriche del diciannovenne Lamine Yamal, Vozinha non ha tremato. Ha guardato il ragazzino correre e ha piazzato i suoi uomini con la stessa flemma con cui un vecchio capitano di porto consiglia di ammainare le vele prima della burrasca.
La squadra e il suo leader
Attorno a lui, i compagni hanno corso coprendo ogni centimetro di erba, trovando la propria quadratura nell’impassibilità del loro numero uno. Come l’Italia dell’ottantadue si compattava attorno alla sicurezza del suo capitano anziano, così Capo Verde ha retto l’urto grazie a questa dignità operaia che ha livellato il talento altrui.
Il fischio finale ha sancito uno zero a zero che per la Spagna è un dubbio e per l’isola è un pezzo di storia. Ma a fine gara, Vozinha ha salutato gli avversari con la stessa espressione tranquilla, quasi da impiegato del catasto, mantenuta durante i novanta minuti.

Il destino di chi difende
Nessun urlo, nessuna esultanza scomposta per i social network. La sua posa non è un manifesto ideologico, ma la cronaca di una vita spesa bene da parte di chi, a quarant’anni, sa perfettamente come si custodisce una porta e come si difende un’isola dal vento.

