La rivincita dell’obbedienza

La cultura contemporanea pare abbia esiliato il concetto di obbedienza, relegandola a un senso di sottomissione. Il libro di Parisoli ne rivendica il valore dirompente
29 Luglio 2026
La rivincita dell'obbedienza

di Luigi Michele Perri

L’obbedienza è una parola ormai esiliata dal lessico contemporaneo. Porta con sé il sospetto della resa, dell’asservimento, della coscienza consegnata a un comando esterno. Proprio per questo Filosofia dell’obbedienza. La tradizione francescana di Luca Parisoli, docente di Storia della filosofia medievale all’Università della Calabria, pubblicato da Jaca Book, è un libro che arriva al centro di una questione culturale aperta. Parisoli affronta l’obbedienza sottraendola alla caricatura moderna della passività.

La riporta nel luogo in cui essa acquista profondità: il pensiero francescano medievale, con la sua riflessione sulla volontà, sulla condizione creaturale dell’uomo, sul bene, sulla povertà e sul rapporto tra libertà e limite.

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Il volume non ha nulla del testo edificante, nel senso che non appartiene alla letteratura devozionale, né alla riflessione genericamente religiosa. È, invece, una ricostruzione filosofica densa, nella quale l’obbedienza diventa una domanda sull’uomo
prima ancora che una virtù della vita consacrata.

Il punto decisivo è chiaro: l’uomo libero non è colui che rifiuta ogni vincolo, ma colui che sa riconoscere ciò a cui vale la pena aderire. La libertà, lasciata alla sola autosufficienza, rischia di trasformarsi in arbitrio, capriccio, dominio dell’io. L’obbedienza francescana, nella lettura proposta da Parisoli, educa la volontà, la preserva dalla dispersione, la orienta verso un bene che la precede e la trascende.

Il libro attraversa una tradizione alta, da Agostino d’Ippona a Bonaventura da Bagnoregio, da Giovanni Duns Scoto a Guglielmo di Ockham, mostrando come il Medioevo francescano sia stato un laboratorio sottile di antropologia morale. Qui l’obbedienza non cancella la coscienza: la obbliga a diventare adulta. Non chiede all’uomo di spegnersi: gli chiede di uscire dalla pretesa di essere misura assoluta di tutto.

Molto forte è il legame con la povertà francescana. Come la povertà libera dal possesso delle cose, così l’obbedienza libera dal possesso idolatrico di sé. Il frate non rinuncia alla libertà: rinuncia alla sua deformazione narcisistica. In questo passaggio il libro tocca una verità attualissima. La nostra epoca diffida delle regole visibili, mentre accetta obbedienze più sottili e pervasive: al consenso, all’immagine, al mercato, all’istinto, all’opinione dominante.

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Parisoli, dunque, restituisce all’obbedienza la sua statura originaria. Essa non è servilismo, non è automatismo, non è paura dell’autorità. È affidamento consapevole, disciplina interiore, capacità di ascolto, responsabilità del volere. Senza fiducia, l’obbedienza diventa esecuzione cieca; senza coscienza, scade in dipendenza; senza amore, si riduce ad adesione muta e deresponsabilizzata. La tradizione francescana tiene insieme questi poli e mostra che l’ordine non opprime la libertà quando la conduce verso la sua verità. La forza del volume sta anche nel suo coraggio intellettuale.

L’autore prende una parola compromessa, sospetta, quasi impronunciabile, e la rende di nuovo pensabile. Non la addolcisce, non la rende comoda. La mostra nella sua severità e nella sua grandezza. Obbedire, nel senso alto che il libro ricostruisce, significa accettare che la libertà abbia bisogno di forma, di orientamento, di una grammatica del limite.

Per questo Filosofia dell’obbedienza è un libro importante. Parla di francescanesimo medievale, ma interroga direttamente il presente. In un tempo che confonde spesso libertà e illimitatezza, Parisoli ricorda che la maturità dell’uomo comincia quando la volontà smette di adorare sé stessa e impara a riconoscere il bene. Una pedagogia nuova. Francescanamente rivoluzionaria.

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