Il custode dei boschi antichi

La biodiversità è il capolavoro architettonico di un lunghissimo processo evolutivo. Ogni specie occupa un ruolo preciso e insostituibile all'interno del proprio ecosistema e questo delicato patrimonio deve essere conosciuto e protetto.
4 Luglio 2026
Il custode dei boschi antichi (L'adulto di Osmoderma italicum)

di Antonio Mazzei – Luciana De Rose

SIMU Sistema Museale Universitario – Università della Calabria

 

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La biodiversità non è un insieme casuale di esseri viventi, ma il capolavoro architettonico di un lunghissimo processo evolutivo. Ogni specie, animale o vegetale, è stata plasmata dalla selezione naturale per occupare un ruolo preciso e insostituibile all’interno del proprio ecosistema. È proprio questo profondo legame genetico ed ecologico che impedisce agli animali di “traslocare” o cambiare habitat a proprio piacimento quando il loro ambiente viene alterato.

Esistono specie le cui esigenze sono così straordinariamente specifiche da renderle indissolubilmente legate a ecosistemi rari e inviolati: è il caso delle foreste vetuste ben conservate, veri e propri scrigni biologici che in Italia sono ormai ridotti a pochissimi lembi isolati sul territorio nazionale. Nel cuore di questi santuari verdi, e in particolare nell’Alta Valle del Savuto e nella Presila del Reventino, vive un autentico monumento della natura, uno dei tesori più preziosi del nostro patrimonio biologico: l’Osmoderma italicum.

Il valore dell’endemismo: una specie unica (e in pericolo)

Per lungo tempo, questo straordinario insetto è stato considerato parte della specie Osmoderma eremita, diffusa in modo puntiforme in varie zone d’Europa meridionale. Tuttavia, nel 2000, una svolta scientifica fondamentale impressa dall’entomologo Ignazio Sparacio ha ridefinito la mappa della biodiversità italiana, individuando e descrivendo l’Osmoderma italicum come specie a sé stante ed esclusiva (endemica) dell’Italia meridionale.

Questa distinzione tassonomica cambia radicalmente le prospettive di conservazione: l’Osmoderma italicum non è “solo” uno dei coleotteri più rari d’Europa, ma è una specie unica al mondo, con un areale ristrettissimo e frammentato, il che la rende infinitamente più fragile e preziosa. Non a caso, la specie è oggi inserita come In Pericolo” (Endangered) nella Lista Rossa dell’IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura).

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Particolare del celebre mosaico romano dell’Asàrotos òikos (“la stanza non spazzata”).

La conferma della scienza: lo studio dell’Unical e della “Sapienza”

A confermare scientificamente l’estrema rarità e la delicata distribuzione di questo coleottero è un autorevole e recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale The European Zoological Journal. La ricerca è stata condotta dal gruppo di ricerca del Museo di Zoologia del SIMU (Sistema Museale Universitario) dell’Università della Calabria, in stretta collaborazione con il Dipartimento di Biologia e Biotecnologie “Charles Darwin” dell’Università Sapienza di Roma, e porta la firma dell’entomologo Antonio Mazzei insieme ai colleghi Mancini, Audisio, Biscaccianti e Bonacci.

Questo lavoro scientifico, che ha aggiornato la distribuzione geografica della specie raccogliendo i dati storici e moderni dal 1911 al 2024, evidenzia una realtà cruciale: sebbene l’Osmoderma italicum mostri una certa tolleranza altitudinale (essendo stato rinvenuto dai 50 fino agli oltre 2000 metri di quota), le sue popolazioni sono isolate e fortemente frammentate. Lo studio ha inoltre evidenziato un dato tanto affascinante quanto allarmante: l’altitudine media dei ritrovamenti si sta progressivamente innalzando nel tempo. Un chiaro segnale di come i cambiamenti climatici e l’impatto antropico stiano spingendo questa specie verso le vette montane, riducendo ulteriormente il suo spazio vitale.

Un microhabitat per un gigante in pericolo

La sopravvivenza dell’Osmoderma italicum è subordinata a un microhabitat infinitesimale, che si forma esclusivamente nelle cavità basali di grossi alberi secolari e monumentali ricchi di legno marcescente (la cosiddetta “rosura”). Questo insetto saproxilibobionte non si accontenta di un bosco qualsiasi: ha bisogno di castagni, faggi, querce e tigli che abbiano secoli di vita, elementi che purtroppo rappresentano una strettissima minoranza nei nostri complessi forestali.

È all’interno di queste “grotte di legno” che la larva compie il suo ciclo vitale, impiegando dai tre ai quattro anni solo per svilupparsi. Una volta raggiunta la maturità, gli adulti – splendidi coleotteri nero-bronzati lunghi fino a 3 centimetri – mostrano una fedeltà assoluta al proprio albero natale, tendendo a non abbandonarlo quasi mai e rilasciando un feromone maschile unico, dal persistente profumo di pesca matura o cuoio conciato.

Alta Valle del Savuto: la svolta parte dalla sensibilità dei cittadini

La vera chiave per la salvaguardia di questo ecosistema non risiede solo nei laboratori o nei dibattiti accademici, ma nella straordinaria risposta e nella crescente sensibilizzazione della comunità locale. I cittadini del territorio di Marzi, Carpanzano e dell’intera Alta Valle del Savuto hanno compreso l’immenso valore biologico che custodiscono sotto i propri occhi. Questa consapevolezza diffusa si sposa perfettamente con i moderni modelli di conservazione, dove la partecipazione attiva della popolazione (citizen science) diventa un pilastro fondamentale per monitorare e mappare specie così elusive.

Il territorio del Savuto – come confermato dalle stazioni di campionamento e dai monitoraggi effettuati dai ricercatori dell’Unical – ospita ancora patriarchi vegetali e castagneti monumentali che fungono da veri e propri “hotel biologici” insostituibili per la specie. La sensibilità dimostrata dai residenti nel riconoscere l’importanza di questi giganti secolari è il primo, vero scudo protettivo per l’insetto.

Proteggere questi alberi monumentali, evitare la rimozione indiscriminata del legno morto e tutelare la connettività ecologica dei boschi non significa soltanto proteggere un coleottero. Significa applicare concretamente sul campo le raccomandazioni del team di ricerca Unical-Roma: attuare una gestione forestale sostenibile per salvare un endemismo unico al mondo e difendere l’integrità dei nostri ecosistemi. L’Osmoderma italicum è la sentinella esclusiva dei nostri boschi antichi: finché i cittadini continueranno a custodire questi ambienti e il suo profumo di pesca continuerà a diffondersi dalle cavità dei grandi alberi calabresi, sapremo che la parte più autentica della nostra natura è ancora viva.

Il tronco cavo del Patriarca

L’Approfondimento

Il castagno monumentale: tra mito classico e custode di biodiversità

Tra gli alberi monumentali della dorsale appenninica calabrese, il Castagno (Castanea sativa Mill.) occupa un posto d’onore come autentico “monumento storico vivente”. Le sue radici culturali affondano nei testi dei naturalisti dell’antichità, da Teofrasto a Plinio il Vecchio, che definivano i suoi frutti “ghiande di Giove”, ma anche nelle successive tradizioni mitologiche.

Una suggestiva leggenda eziologica racconta della ninfa Nea che, per sfuggire alle insistenti attenzioni di Giove e preservare la propria purezza, scelse la morte. Il dio, commosso, la trasformò nel primo castagno — Casta Nea — simbolo di una dolcezza custodita entro un riccio spinoso.

Nel corso dei secoli, questa dimensione sacrale si fuse con una profonda funzione sociale: il castagno divenne l’archetipo dell’albero di sussistenza, meritandosi l’appellativo di “albero del pane” per il ruolo fondamentale svolto nelle economie delle aree montane e interne.

I grandi patriarchi vegetali che ancora sopravvivono nei nostri boschi non sono soltanto testimoni silenziosi di questa lunga storia antropologica, ma anche custodi insostituibili di biodiversità. Con il passare dei secoli, i loro tronchi monumentali sviluppano ampie cavità che il mito classico considerava luoghi di protezione e rigenerazione. Oggi la moderna ecologia riconosce quegli stessi spazi come microecosistemi fondamentali per la sopravvivenza di specie rare e minacciate, come l’Osmoderma italicum.

Proteggere un castagno monumentale significa dunque custodire un archivio vivente di storia, cultura e biodiversità.

 

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