di Walter Greco (sociologo Dispes Unical) Negli Stati Uniti, il ricorso sistematico all’Immigration and Customs Enforcement (ICE) come strumento operativo delle politiche di deportazione non segna l’irruzione sulla scena pubblica di un sistema di pratiche inedite, né ciò può essere letto come un’improvvisa deviazione nel funzionamento dello Stato contemporaneo. Al contrario, assistiamo ad una riattivazione di dispositivi di governo profondamente inscritti nella storia della modernità politica, in cui la gestione delle popolazioni considerate eccedenti o indesiderabili si intreccia stabilmente con la produzione istituzionale della paura. L'America che non è mai stata un sogno Siamo difronte ad un ritorno esplicito nello spazio pubblico di forme di normalizzazione del male le cui logiche credevamo essere state definitivamente relegate ad un passato indicibile che si era a lungo imposto con drammatica violenza. Negli Stati Uniti, che nell’immaginario collettivo e senza sforzo pensiamo come società affluente per antonomasia, capace di regalare al mondo l’idea stessa di “sogno americano” l’amministrazione Trump svolge una funzione eminentemente rivelatrice dell’opposto. Non tanto perché abbia elaborato un repertorio repressivo inedito, quanto perché ha reso esplicito ciò che in altri contesti resta spesso dissimulato o attenuato dal linguaggio tecnico e dalla retorica dell’emergenza. [caption id="attachment_36008" align="alignnone" width="800"] Le proteste contro le violenze compiute dall'Ice[/caption] Nell’ostinato tentativo di dare una base reale ai principi ideologici del “Make America Great Again” l’ordine sociale non viene più presentato come il risultato di politiche inclusive o di interventi orientati alla riduzione delle disuguaglianze strutturali, ma diventa la parte evidente di un’operazione di separazione in cui è la designazione di un nemico interno, chiaramente identificabile, socialmente vulnerabile e privo di piena cittadinanza, il terminale sul quale far convergere paure diffuse, risentimenti accumulati e frustrazioni che altrimenti troverebbero più scarse possibilità di traduzione politica. L'Europa contagiata dalla tentazione dei muri A livello globale, questa configurazione, per come attecchisce nel delicato rapporto tra ideologia, politica e senso comune, diventa sempre più paradigmatica fuoriuscendo da circoscritto contesto statunitense. L’Europa degli ultimi anni mostra una convergenza sempre più evidente di linguaggi, di dispositivi istituzionali e immaginari politici che vanno nella stessa direzione. Emerge con sempre maggiore naturalezza l’idea di una società sotto assedio in cui trova legittimità l’istituzione di Agenzie come Frontex per garantire la difesa di confini labili nella realtà ma riprodotti come perennemente assediati. [caption id="attachment_36010" align="alignnone" width="960"] L'Europa è preda del contagio americano[/caption] E nella stessa direzione vanno le forme di esternalizzazione della funzione di controllo delle frontiere verso Paesi terzi o la moltiplicazione dei centri di detenzione amministrativa. I respingimenti si giustificano sempre più come misure tecniche di sicurezza in cui la “remigrazione” passa per essere una forma addirittura di resistenza. L’idea stessa di spostamento viene progressivamente sottratta dal registro dei diritti per essere ricondotta ad un aspetto di ordine pubblico, trasformandosi in una potente risorsa simbolica per la mobilitazione politica. In questo processo, non è soltanto la durezza delle politiche a imporsi all’attenzione, ma il loro persistente potere di attrazione. Le giustificazioni del razzismo Il discorso razzista, spogliato delle sue formulazioni apertamente biologiche, continua a trovare una plausibilità anche in società che si autodefiniscono pluraliste e democratiche. Nel linguaggio giustificazionista non si invocano più gerarchie naturali o superiorità innate, ma categorie apparentemente neutre come la difesa dei confini, la tutela dell’identità culturale, la difesa della sostenibilità dei sistemi di welfare. Cambia il vocabolario, non la funzione. Il dispositivo resta quello del capro espiatorio chiamato come sempre ad assorbire e rendere intelligibili insicurezze economiche, ansie identitarie e paure sociali che affondano le loro radici in dinamiche ben più profonde. Il migrante assume una fisionomia polisemica, caricato di significati che eccedono di gran lunga la sua stessa presenza empirica. In questo slittamento semantico, problemi strutturali prodotti da decenni di politiche neoliberali vengono risemantizzati come effetti di una presenza “altra”, esterna e minacciosa. Il razzismo contemporaneo, in questa forma, non necessita di proclami violenti né di odio manifesto: è sufficiente leggere tutto alla luce di una grammatica in cui il linguaggio dei numeri, la contabilità dell’emergenza e l’argomentazione apparentemente razionale traducono l’esclusione in necessità tecnica. [caption id="attachment_36009" align="alignnone" width="800"] I migranti sono da sempre un efficace Capro espiatorio[/caption] L'efficacia del Capro espiatorio Il capro espiatorio funziona proprio perché riorienta il conflitto non verso l’alto, contro le strutture che producono disuguaglianza, ma lateralmente, contro chi occupa una posizione ancora più fragile. In questo quadro, il protagonismo dell’ICE come avamposto di trincea, diventa funzionale alla possibilità di mettere in luce la stretta continuità che si crea nella capacità di produrre ordine sociale attraverso l’intimidazione e l’esclusione. Nelle “regole d’ingaggio” oggi la violenza assume una forma legale, amministrativa e spesso invisibile. Essa non agisce ai margini dello Stato, ma nel suo centro operativo, protetta dalla neutralità apparente delle procedure. Il nodo centrale, allora, non è soltanto morale. È, più profondamente, politico e culturale. Finché il discorso razzista continuerà a presentarsi come una risposta semplice a problemi complessi, finché la frontiera manterrà il suo potere seduttivo come promessa di ordine e protezione, le democrazie liberali resteranno esposte a una deriva punitiva.