Abbiamo perfino inventato un recipiente per qualcosa che, con ogni probabilità, non vi è mai stato contenuto.
Nei musei archeologici capita ancora di incontrare piccole ampolle di vetro dal collo sottile che una nomenclatura ostinata continua a chiamare lacrimatoi. Per secoli si è immaginato che servissero a raccogliere il pianto dei dolenti e che quelle gocce, sottratte alla loro dispersione, venissero deposte accanto ai morti come prova tangibile del dolore rimasto sulla terra. Gli archeologi parlano più propriamente di unguentaria: i residui rinvenuti rimandano a profumi, oli e sostanze aromatiche usati nei riti funerari. Eppure l’errore ha resistito, forse perché raccontava meno gli antichi che noi. Qualcuno ha guardato un’ampolla accanto a un morto e vi ha immaginato lacrime, quasi che il dolore, per non dissolversi con chi lo aveva provato, avesse bisogno di essere travasato in una materia più durevole della carne.

La fragilità del pianto
La lacrima, del resto, è una sostanza brevissima. Nasce, percorre pochi centimetri di pelle e comincia subito a sparire: una mano la cancella, una stoffa l’assorbe, l’aria la disperde. Proprio a questa materia effimera abbiamo affidato significati enormi, pentimento e innocenza, lutto e conversione, vergogna, amore, artificio, fino a rendere quasi impossibile guardarla senza domandarle che cosa voglia dire.
Dentro questa antica esigenza di interpretazione compare la scatola di Han Kang. L’immagine originaria del libro precede la storia. Nella nota d’autrice, Han Kang ricorda uno spettacolo per bambini visto a Seul: del monologo quasi tutto si è cancellato, tranne un uomo che entrava in scena con una scatola nera e ne estraeva grandi lacrime trasparenti. Da quel frammento sopravvissuto al proprio contesto nasce una fiaba che interroga precisamente ciò che resta quando crediamo di avere dimenticato, il modo in cui il corpo e la memoria trattengono esperienze di cui la coscienza non possiede più la forma intera.
Lacrimona
La protagonista vive in un villaggio fra le montagne. Ha un nome, ma nessuno lo pronuncia: per tutti è Lacrimona. I suoi occhi scuri, «due ciottoli sott’acqua», si bagnano davanti alle foglie appena nate, a una libellula nella ragnatela, al suono remoto di un flauto, all’ombra della madre stanca, all’umidità del vento prima della pioggia. La famiglia si preoccupa, gli altri bambini la escludono. Il piccolo ordinamento del villaggio traduce la sua sensibilità in una difformità da correggere, come se crescere significasse anzitutto imparare una proporzione condivisa fra ciò che accade e la quantità di emozione che è consentito concedergli.
Lacrimona continua invece a vedere ciò che gli altri hanno imparato a non vedere. Per questo interessa allo straniero che raggiunge il villaggio, vestito di nero e accompagnato da un minuscolo uccello color pesca e blu. L’uomo raccoglie lacrime, le conserva e le vende a chi non riesce più a versarne. Nella sua scatola il pianto è diventato cristallo: vi sono lacrime della rabbia, del rimorso, della finzione, della vergogna, dell’assenza e della gioia. Ciò che il linguaggio comprime nella stessa parola si apre in una cartografia di colori.
L’emozione che si nega
Alla raccolta manca però l’esemplare più raro, una lacrima versata «per nessuna ragione in particolare, e per tutte le ragioni del mondo». Il collezionista pensa che Lacrimona possa

produrla e le chiede di piangere. Accade allora la prima inversione decisiva: la bambina, incapace fino a quel momento di trattenersi, non versa una goccia. Il tramonto attraversa il cielo, arrivano le stelle e i suoi occhi restano asciutti. Han Kang sottrae così il pianto all’idea della prestazione. Una lacrima può essere raccolta, cristallizzata, perfino venduta; indisponibile rimane il momento della sua nascita. Quando l’emozione viene convocata per dimostrare qualcosa, il corpo può rifiutarsi di eseguirla.
Lacrimona parte con l’uomo verso la casa di un vecchio che vuole acquistare la collezione. Non ha pianto alla morte del padre né quando la moglie lo ha lasciato; giunto alla vecchiaia, sarebbe disposto a spendere tutto pur di conoscere ciò che gli è rimasto precluso. È qui che Han Kang introduce l’immagine più perturbante del racconto: le lacrime non versate dagli occhi potrebbero essere state piante dall’ombra. Esisterebbero ghiandole-ombra, una seconda anatomia silenziosa che si fa carico di ciò che il corpo visibile, educato al pudore, alla fermezza o alla semplice impossibilità, non ha saputo manifestare.
La precisione dell’invenzione rende quasi superfluo il lessico della rimozione. Ciò che non appare non viene necessariamente cancellato; può cambiare sede, depositarsi nell’insonnia, in una paura senza origine riconoscibile, nella memoria fisica di un gesto, in una reazione sproporzionata. Il vecchio crede di non avere mai pianto e scopre invece che una parte di sé lo ha fatto per tutta la vita, accanto a lui, senza esporsi.
Il senso della fiaba
La fiaba non oppone semplicemente chi piange troppo a chi non piange affatto. A mutare è la stessa idea di purezza. Alle lacrime di Lacrimona mancano ancora i colori che soltanto il tempo aggiunge, quelli della rabbia, della vergogna, della colpa, delle regioni meno accomodanti dell’esperienza. Han Kang ricorre a un principio ottico: se la mescolanza dei pigmenti conduce al buio, la sovrapposizione delle luci può ricondurre alla trasparenza. Crescere non significa restare intatti, ma attraversare abbastanza colori da contenerli senza esserne oscurati.
Da secoli, però, non ci basta vedere una lacrima: vogliamo interpretarla. Ogni epoca educa il corpo, decide quali emozioni possano comparire in pubblico e quale quantità di dolore sia compatibile con il sesso, l’età, il rango o la funzione. Non sono cambiate le ghiandole lacrimali; sono cambiati gli occhi sociali che osservano il loro prodotto. Una lacrima, appena uscita, non appartiene più interamente a chi l’ha versata, perché entra nel sistema di significati di chi guarda e rischia di ricevere una causa diversa da quella che l’ha generata.
Questa pretesa di leggere l’interno dal volto appartiene pienamente al presente. Proprio mentre il libro arriva in Italia, viviamo fra dispositivi che registrano, classificano e tentano di dedurre stati emotivi da espressioni, voce e dati biometrici. Il diritto europeo ha persino vietato i sistemi di intelligenza artificiale destinati a inferire le emozioni nei luoghi di lavoro e nelle scuole, salvo ragioni mediche o di sicurezza, riconoscendo quanto siano fragili, invasivi e potenzialmente discriminatori. Lacrimona conosce già la ragione profonda di quella cautela: il volto mostra che qualcosa accade, non consegna a chi lo osserva il diritto di definirlo.
L’interpretazione del pianto
Il disagio di essere sorpresi mentre piangiamo nasce anche da qui. Non ci turba soltanto l’esposizione involontaria di ciò che sentiamo, ma il rischio che venga interpretato male. Diciamo «non è niente» mentre il volto produce una prova contraria, ci scusiamo per avere pianto durante una discussione, usciamo da una stanza e vi rientriamo quando gli occhi hanno smesso di raccontare. La domanda «perché piangi?» contiene allora una pretesa più esigente di quanto sembri: chiede a chi sta vivendo un’emozione di diventarne nello stesso istante l’interprete, come se sentire e comprendere dovessero coincidere.
I bambini conoscono meglio degli adulti la distanza fra questi due momenti. Possono piangere per stanchezza credendo che la causa sia un giocattolo, riversare sopra un’inezia il peso di un’intera giornata, passare da un dolore assoluto a una gioia altrettanto assoluta senza avvertire il bisogno di sciogliere la contraddizione. Una parte dell’educazione sentimentale consiste forse nell’imparare a costruire cause presentabili, ordinando le reazioni dentro racconti abbastanza coerenti da renderle intelligibili agli altri e, infine, a noi stessi.

Quel che c’è dentro le lacrime
La lacrima che contiene «tutte le ragioni del mondo» nasce invece dove ciò che abbiamo perduto convive con ciò che abbiamo ricevuto, la persona che eravamo con quella che siamo diventati, la sofferenza con la gratitudine di averla attraversata. Nella nota al racconto Han Kang ringrazia le lacrime che talvolta arrivano inattese «a salvarci». Non ci salvano dal dolore; forse ci salvano dall’irrigidimento con cui abbiamo imparato a contenerlo e dalla necessità di assegnare subito a ogni emozione una provenienza certa.
Abbiamo trascorso secoli a immaginare il pianto dentro recipienti che custodivano profumo e una parte considerevole della nostra vita a pretendere che le lacrime vere dichiarassero subito da dove venivano. La scatola di Han Kang resta nel margine in cui l’esperienza non coincide interamente con la spiegazione che sappiamo darne. Qualche volta gli occhi arrivano semplicemente più tardi. L’ombra, intanto, aveva già cominciato a piangere.
E se le lacrime sono salate, è forse perché il corpo, quando non sa più trattenere, restituisce al mondo un poco del proprio mare. Nessuno piange soltanto acqua. Ce lo insegna una bambina.


