Freddie, l’Aids, la colpa e la generazione Interrail

28 Novembre 2025
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di Walter Greco (sociologo Dispes Unical)

 

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Tra gli anni โ€™80 e gli anni โ€™90 (e giร  sembra strano dover precisare โ€œdello scorso secoloโ€) chi, come me, ha sessantโ€™anni oggi viveva in pieno la generazione dellโ€™Interrail, del sogno europeo di partire da una cittร  e svegliarsi in unโ€™altra nazione. Ci si sentiva subito affini, riconoscibili: eravamo quelli lรฌ e non altri. Non sempre ben pettinati, quasi mai ben lavati, ma con la smania di andare a scoprire lโ€™altrove a bordo di un treno. Un poโ€™ lo speravamo e un poโ€™ accadeva per caso: si entrava in familiaritร , anche intima, con persone sconosciute. A volerla dire tutta, e col senno di poi, eravamo una sorta di Beat Generation europea trentโ€™anni dopo: ma non in ritardo.

La minaccia del virus

Quellโ€™incoscienza dentro al basso ventre venne interrotta bruscamente dallโ€™affacciarsi di un nemico subdolo: un virus che attaccava le difese immunitarie, verso cui lโ€™unica difesa vera, allโ€™inizio, sembravano essere la castitร  e i ย costumi morigerati e i pulpiti mondiali che si riempivano di predicatori che brandivano le fiamme dellโ€™inferno come punizione per i dissoluti. La paura che calava su unโ€™intera generazione imponeva allโ€™improvviso maggiore prudenza: dโ€™un tratto bisognava stare attenti a chi si baciava, con chi si entrava in quella intimitร  fugace che era stata fino ad allora la colonna portante di discussioni, miti, racconti, veri o presunti che fossero perchรฉ la malattia aveva una incubazione lunghissima, di anni, era asintomatica ma ci si poteva contagiare lo stesso.

Il punto di svolta per quella generazione arrivรฒ un giorno come tanti, il 24 novembre del 1991 quando dalle radio, dalla televisione di tutto il mondo, da Music Television, si sparse la notizia della morte di Freddie Mercury, pilastro sonoro di milioni di ragazzi e ragazze. Ricordo un pomeriggio freddo col buio scandinavo che arrivava presto, quella notizia non lasciรฒ altro da fare se non non mettere sul piatto dello stereo i 33 giri dei Queen che regalavano ancora note vive e calde di pura genialitร  artistica. Una canzone apparve in maniera immediata, fortemente simbolica.

Bohemian Rhapsody รจ probabilmente la canzone piรน potente di Mercury

La voce oltre il virtuosismo

Cโ€™รจ un momento, in questa canzone, in cui la voce di Mercury smetteva di essere virtuosismo e diventava un taglio nella carne, quando urlava: I donโ€™t wanna die. Non era piรน teatro, non era piรน gioco operistico, era un grido che sembrava arrivare da un punto piรน basso, dove lโ€™orgoglio non serviva e la maschera non proteggeva. Chi ha oggi sessantโ€™anni, chi era giovane quando lโ€™AIDS cominciรฒ a mietere le sue prime vittime, conosce bene quel suono.

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Non perchรฉ lโ€™abbia sentito per la prima volta da Mercury, ma perchรฉ lโ€™ha sentito nella vita: nel silenzio intorno a un letto dโ€™ospedale, nel vuoto lasciato da amici spariti troppo presto, nella paura muta davanti a un test, nel brusco risveglio di una generazione che si era affacciata alla libertร  e si era ritrovata davanti un muro di angoscia.
La malattia arrivรฒ come un fulmine. Allโ€™inizio era โ€œla cosa degli altriโ€: degli americani, dei
gay, dei tossicodipendenti, โ€œdi certe viteโ€. Poi, piano piano, quegli โ€œaltriโ€ si avvicinarono. Presero nomi, facce, storie. E a quel punto fu chiaro che non cโ€™era piรน un fuori: anche chi non ne era toccato direttamente viveva in un clima che cambiava il modo di pensare al corpo, al contatto, al desiderio.

Bohemian Rhapsody รจ il titolo del film diretto da Bryan Singer e interpretato da Rami Malek sulla vita di Freddie Mercury

Il terrore che riguardava tutti

Il terrore non guardava piรน lโ€™orientamento sessuale ma entrava nei salotti, nelle conversazioni, nelle aule scolastiche, nellโ€™immaginario. Era unโ€™ombra che si stendeva su tutti, senza chiedere il permesso. Per molti uomini e donne dei primi anni Ottanta, I donโ€™t wanna die divenne la frase che nessuno pronunciava ad alta voce, ma che tutti, almeno una volta, avevano pensato. Quegli anni ci videro crescere mentre il mondo si ammalava. Di colpo non eravamo piรน soltanto musica in cassetta, spalline, capelli cotonati, luci al neon e paninari. Eravamo anche il momento in cui la parola AIDS entrava nellโ€™uso quotidiano. Allโ€™inizio come un sussurro, poi come unโ€™allerta continua. Si passava dalla mera curiositร  delle prime esperienze, dalla leggerezza di incontri quasi incoscienti, al momento in cui la parola paura si intrecciava con stilettate fatte di ignoranza, moralismo, confusione.

Per un ragazzo o una ragazza di ventโ€™anni, non era solo una nuova malattia, era un confine tracciato allโ€™improvviso nel cuore stesso del vivere, lรฌ dove nascevano amore, sesso, vicinanza. Se ne parlava senza parlarne davvero. La malattia veniva usata per giudicare, dividere, tracciare linee fra i โ€œperbeneโ€ e i โ€œpericolosiโ€ e si capiva che stava succedendo qualcosa che ci riguardava piรน di quanto gli adulti non volessero ammettere. Ci si sentiva addosso una colpa che nessuno sapeva di avere.

Il film Philadelfia, con Denzell Washington e Tom Hanks, fu probabilmente la prima pellicola fad affrontare la tematica dell’Aids come malattia legata alla “colpa” dell’omosessualitร 

La malattia coniugata al concetto di ย “colpa”

In questi anni, lโ€™idea della โ€œcolpaโ€ si attaccรฒ alla malattia come una seconda pelle. Molti non
si sentivano solo minacciati da un virus, ma anche giudicati per come vivevano, per chi amavano, per i loro desideri. E questo veleno ha colpito tutti quelli che avevano ventโ€™anni e si affacciavano alla vita adulta, perchรฉ ha scosso la fiducia nel fatto che il corpo fosse un luogo innocente, si scopriva la fragilitร  improvvisa di una generazione a cui veniva chiesto di essere prudente senza sapere bene da che cosa proteggersi, di essere responsabile senza avere ancora imparato a conoscersi. Allโ€™inizio della canzone, Mercury invoca la madre: Mama, life had just begun.

Per anni quel verso, nato nel lontanoโ€™75, era sembrato solo un espediente lirico. Riascoltato attraverso la memoria dellโ€™AIDS che si andava costruendo, quellโ€™appello cambiava luce. Diventava il gesto di chi torna al porto sicuro quando il mondo crolla, di chi cerca perdono prima ancora di sapere per cosa, di chi ha qualcosa da confessare ma non trova le parole.

L’amore deprivato della sua bellezza

Lโ€™Aids tolse candore allโ€™amore, trasformรฒ il desiderio in questione di vita o di morte, rese
sospetto perfino un abbraccio o un bacio. Il corpo non era piรน solo desiderio. Per chi si affacciava alla vita adulta, aveva smesso di essere un terreno spontaneo. Ogni gesto veniva caricato di un doppio registro: da un lato il piacere, dallโ€™altro il rischio. Il contatto era desiderato e temuto allo stesso tempo, e si sgretolava persino lโ€™idea che alla fine non sarebbe potuto succedere. In questo paesaggio emotivo Bohemian Rhapsody, suo malgrado, finiva per fare da colonna sonora di un sentimento comune: la voce che urla di non voler morire parlava a chiunque, al di lร  di chi amasse chi.

E allora, quando si sente ancora Mercury cantare “Too late, my time has come/Sent shivers down my spine/Body’s aching all the time/Goodbye everybody – ย I’ve got to go/ Gotta leave you all behind and face the truth” per molti non รจ solo un capolavoro rock. รˆ un lampo di riconoscimento. รˆ come se quella voce restituisse, in pochi versi, lโ€™angoscia, la nostalgia e la rabbia di chi ha visto la propria giovinezza attraversata da una lama. Al di lร  delle interpretazioni simboliche, delle letture psicologiche, delle biografie, per tanti quella canzone รจ diventata il luogo in cui una paura indicibile ha trovato finalmente espressione.