Dalle neviere ai fichi ci fa da trait dโunion la scirubetta. Era una e una sola lโessenza per eccellenza che si mescolava alla neve raccolta al momento e trasformata in granita nel bicchiere: il miele di fichi. Questa leccornia tanto ricercata quanto complessa da ottenere, รจ solo uno dei prodotti che nella Calabria e nel Cosentino si ricavavano dalla coltivazione dei fichi. Oltre al frutto da mangiare fresco e al miele ricavato tramite la sua bollitura e spremitura, a tenere alta la bandiera calabrese negli scorsi decenni sono stati i fichi secchi, che nella seconda metร dellโOttocento raggiungevano le tavole di mezza Europa rappresentando per la Calabria una significativa fonte di guadagno.
Altro che โnon valere un fico seccoโ!
Ficu prene
La cultura popolare e contadina ha poi elaborato il prodotto in varie altre declinazioni, in base alla forma, allโintreccio, allโessiccazione, al passaggio in forno o allโabbinamento con altra frutta secca. Le crucette, che Accattatis nel suo Vocabolario del dialetto calabreseย chiama anche ficu prene e definisce ยซdue o quattro fichi spaccati, imbottiti di noci e simili ingredienti, incastonati a forma di croce e tostati al fornoยป, sono forse i prodotti piรน noti, ma non sono i soli. Ficu โmpurnate, cioรจ passate al forno, jette, trecce di fichi secchi infilzati ad unโasta di canna, ficu a pallune, i fichi secchi e infornati, uniti allโinterno di foglie a formare una palla dalla grandezza di un pugno, sono solo alcune delle specialitร tradizionali piรน ricercate. Ma a volerle elencare tutteโฆ te salutu pedโe ficu!

Influssi astrali
Tra Cinquecento e Seicento i fichi calabresi erano rinomati soprattutto fuori regione. Ne offre una preziosa testimonianza lo storico Giovanni Fiore da Cropani in Della Calabria Illustrataย (1691): ยซNientemeno piรน prezioso, e per la copia e per la perfezzione egli รจ il raccolto delli Fichi. Principia egli nel mese di Giugno, e si allunga fin allโaltro di Decembreยป. Fiore scrive a proposito della coltivazione, della diversitร delle specie e dellโesportazione verso Napoli, Sicilia, Roma e addirittura Malta.
Ma come tutti i prodotti della terra, si credeva che anche i fichi fossero soggetti agli influssi astrali e che richiedessero particolari attenzioni nella coltivazione. Lโastronomo/astrologo cosentino Rutilio Benincasa nel suo Almanacco Perpetuo divideva i frutti in tre gruppi di dodici. Li distingueva tra quelli che ยซsi mangiano tuttiยป, quelli che ยซsi mangiano dentroยป e quelli che ยซsi mangiano quello di fuoraยป. I fichi ยซche si mangiano tuttiยป erano dominati dallโOrsa maggiore. Nel calendario annuale, invece, era da annotare la data del 31 agosto, in cui ยซAndromeda appare, e fa freddetto, ed in questi tempi si domesticano li fichi, e sโincomincia dai 14 di luglio ad innestare et insertareยป.
Secondo Benincasa persino il lattice, cioรจ la sostanza bianca che stilla dal fico non ancora maturo appena raccolto o dalle sue foglie, aveva proprietร benefiche, tanto che a chi avesse voluto far passare il gonfiore di punture di api o di vespe consigliava: ยซSopra detto morso vi metterete latte di ficoยป.
Dalla seta ai fichi
Dalla fine del Settecento la coltivazione prendeva sempre piรน piede nelle campagne calabresi, con un particolare incremento nel Cosentino. Nel 1792, nel corso di un viaggio in Calabria, attraversando il Cosentino lโeconomista e intellettuale napoletano Giuseppe Maria Galanti notรฒ che i fichi stavano lentamente prendendo il posto dei gelsi, a testimoniare unโinvoluzione dellโeconomia della seta. Quella dei fichi era infatti una delle โestrazioni della provinciaโ e ยซolio, fichi ed uve passe, qualche volta granoยป erano le uniche esportazioni che giungevano ยซfuori dal Regnoยป.
Certo, il commercio era ostacolato da numerose โvessazioniโ. Tra queste, il โlasciapassareโ che era necessario anche allโinterno della Calabria ยซper trasportarsi i generi dโolio, di cotone, formaggio, lana, lino, canapa, fichi secchi, da un lato allโaltroยป. Galanti non puรฒ fare a meno di notare e annotare che ยซla miseria sembra estrema neโ casali di Cosenza. La principale industria era la seta; si tagliavano prima li castagni per piantare gelsi: oggi si esercita a pura perdita ed in luogo di gelsi si piantano fichiยป. Anche nel Vallo, cioรจ nei paesi della Valle del Crati, ยซda pochi anni si sono fatte gran piantagioni di olivi e di fichi dove i gelsi si sono invecchiatiยป.
Cosรฌ pure nel ยซlitorale da Amantea a Belvedereยป lโindustria della seta, un tempo principale, era in declino, mentre era attivo un discreto commercio di fichi secchi. La coltivazione dei fichi era praticata abbondantemente anche nelle altre aree della regione, ma non sempre riusciva a travalicare i confini territoriali. A tal proposito lo stesso Galanti fa notare che nei dintorni di Tropea ยซi fichi secchi si reputano i migliori del paeseยป ma la loro esportazione era scarsa: ยซsi seccano i fichi e le prugne damascene, che sono ottime, ma sono per lโuso del paeseยป.
Trecentomila quintali
A fine Ottocento le qualitร piรน pregiate venivano coltivate a Cosenza, Rende, Rose, Castiglione Cosentino, Roggiano, Torano, Rovella e Zumpano. La produzione in media raggiungeva i 300 mila quintali. La gran parte di questi veniva esportata ยซal prezzo medio di L.34 per ogni quintaleยป. Il prodotto di prima scelta veniva confezionato e spedito allโestero.
La Francia ne importava ancora agli inizi del Novecento le quantitร piรน significative, ma fichi calabresi giungevano anche in Olanda, in Austria e, ovviamente, in tutte le regioni dโItalia. Se ne trova menzione anche nel carteggio di Filippo Turati, uno dei fondatori nel 1893 del Partito dei lavoratori italiani dai quali nascerร lo storico Partito socialista. In una sua lettera del 1920, infatti, Turati accenna a un Berardelli indicandolo come ยซquello dei fichi di Cosenzaยป.
Non mancavano le note dolenti. Non sempre i prodotti calabresi riuscivano a imporsi allโestero, e a difettare non era la qualitร , ma spesso la capacitร di saperli presentare in modo efficace. Durante un congresso di frutticoltura nel 1927 uno dei relatori, a proposito dellโesportazione dei fichi di Cosenza, notava che spesso ยซdifetti nella scelta delle razze, nella cernita e nella confezione del prodotto, nei sistemi di imballaggio, tengono i nostri fichi secchi in condizione di inferioritร ยป ma allo stesso tempo ricordava che ยซi migliori fichi di Cosenza, esportati in Francia e pagati a prezzi modici, vengono quivi accomodati in modo civettuolo in eleganti cestini e rimessi in commercio col nome di fichi di Smirne!ยป.
Siccaficu e leghe bianche
Ogni quintale di fichi secchi richiedeva un notevole lavoro. Trattandosi di un prodotto essiccato al sole la variabile metereologica incideva molto. La parte destinata allโessiccazione veniva raccolta dagli alberi una volta giunta a maturazione, i passulรนni, e riposta sulle cannizze, graticci di canne intrecciate, pronte a essere ritirate in fretta allโasciutto al primo accenno di pioggia. Ma anche dopo riposte sulle cannizze, il lavoro non era finito. Periodicamente era necessario girarle da un lato, dallโaltro, e anche con la punta in alto, perchรฉ si essiccassero in maniera uniforme.

Distese di cannizze colme di fichi al sole costellavano cosรฌ le campagne attorno alla cittร e quelle piรน vicine ai paesi attorno a Cosenza. Per gli abitanti di SantโIppolito, ad esempio, Vincenzo Padula riporta il soprannome di siccaficu, a conferma che lโattivitร era tanto diffusa da caratterizzare il paese. E una simile cosa doveva avvenire a Torzano, attuale Borgo Partenope, dove ancora negli anni โ20 del secolo scorso si era soliti fare anche una โraccolta delle fichiโ, oltre che di grano e mosto, per sovvenzionare le feste di Santa Maria e dellโImmacolata che si tenevano allโinizio e alla fine di settembre, il mese dei fichi per eccellenza.

In questi centri, cosรฌ come a Donnici e negli altri paesi del Cosentino, gli intermediari acquistavano la parte migliore per poi immetterla sul mercato. Le famiglie, invece, tenevano quelle di minore qualitร da โmpurnร re o trasformare in crucette conservandole in apposite ceste o nei casciรนni. A contrastare lโattivitร lucrosa degli intermediari provรฒ don Carlo De Cardona che, nel primo decennio del Novecento, tramite le sue โleghe biancheโ aveva incentivato la nascita di una cooperativa di produzione. La cooperativa aveva rappresentanti a Marsiglia, dove giungeva una parte significativa dei fichi calabresi.
Un frutto, tante varietร
ยซChe dir dobbiamo ai venditor di fichi?ยป si chiede Nicola Leoni in Della Magna Grecia e delle Tre Calabrie (1844). Nel suo pistolotto lirico lo scrivente ammonisce i contadini calabresi dediti a ogni sorta di magheggio pur di piazzare la propria mercanzia: ยซI buoni esporre deโ canestri in fuori [โฆ] i viziosi e i duri occultare in sottoยป. E di fichi eccellenti, o almeno di buona qualitร , in quelle ceste non dovevano essercene in grande quantitร . I pezzi migliori, cioรจ quelli piรน grassi e intonsi, erano destinati allโesportazione.

Gli almanacchi di cultura popolare calabrese e le istruzioni a uso del contadino citano molteplici varietร . Tra queste:
- il dottato (volgarmente ottato), ยซvarietร squisita che viene principalmente e specialmente adoperata per seccareยป
- i fichi melignana, che per forma e colore rassomigliavano a una melanzana
- il calastruzzo, ยซpiccolo e saporitoยป
- i fichi biferi
- i fichi fiore (fioroni), con buccia verde, frutto paonazzo ยซgrossi e di sapore graditoยป
- il messinese
- il natalino nero
- il troiano
Cosenza vs Smirne
Nella seconda metร dellโOttocento il fico dottato bruzio era rinomato e secondo soltanto a quello coltivato nella cittร turca di Smirne. Il motivo รจ presto detto: il fico cosentino ยซรจ piรน ricco in glucosio, ma piรน deficiente in sostanze proteiche dei fichi di Smirne: in confronto a quelli i prodotti calabresi sono piรน piccoliยป. Anche in termini di peso medio la differenza era macroscopica: 22 grammi contro 10.
Ciรฒ secondo gli โaddetti ai lavoriโ era dovuto a una coltura praticata in maniera non razionale, senza cure alla pianta e in maniera promiscua, cioรจ affiancata ad altre piante. Anche per quanto riguarda le fasi successive il caro vecchio almanacco si premura di sentenziare: ยซConverrebbe migliorare la tecnica dellโessiccamento che si fa al sole pei primi fichi e al forno per gli ultimi, ma sempre con mezzi deficienti, in caso di variazioni dellโandamento della stagioneยป.
Figues de Cosenza

Bertini, Garritano, Colavolpe, Aloisio sono solo alcune delle decine di aziende del Cosentino con una solida tradizione famigliare alle spalle dedite alla lavorazione e al commercio di fichi infornati, ricoperti, imbottiti. Molti anni prima delle fortune di costoro altri imprenditori, autentici pionieri nel settore, guardavano Oltralpe per piazzare la propria migliore mercanzia.
Una preziosa testimonianza sulle qualitร e le tipologie di fichi esportati รจ offerta dai marchi e modelli originali custoditi nei corposi registri dellโArchivio Centrale dello Stato. La cittร di Cosenza e il suo produttivo hinterland (Bisignano, Torano, Vaccarizzo, Montalto Uffugo) si presentavano sul mercato transalpino con un tripudio di etichette sulle quali campeggiavano ancore, pavoni, docili mucche e felini, stemmi inquartati e divinitร alate.
Alcuni sono davvero essenziali, come quello studiato da Catiello Florio, dedito alla fichicoltura dal 1883. Cโรจ poi la ditta Barone&C. di Bisignano, che negli anni โ30 del Novecento si presentava sulle piazze di Parigi, Lione e in tutta la Francia con addirittura quattro specialitร a base di fichi e una โprima sceltaโ propagandata da due falchi divisi da una stella. Infine nel 1906 Guglielmo Pellegrini Lise si rivolge senza mezzi termini ai propri affezionati clienti: ยซTra i fichi di Cosenza preferite โla marca sette colliโ, esclusiva produzione del luogoยป.




















