Per i viaggiatori che giungevano a Cosenza in treno via Sibari, lโaccoglienza nella cittร dei bruzi non era delle piรน rosee. Ragazzacci di strada prendevano dโassalto lโingresso principale della stazione proponendosi ai forestieri come facchini oppure offrendo accoglienza in alberghi, pensioni, locande e osterie. ยซร uno sconcioยป scriveva nel 1896 un indignato redattore della Cronaca di Calabria dopo aver assistito a quel ยซpigia-pigia indiavolato ed i poveri viaggiatori spesso sballottati tra la ressa di tanti ragazzacciยป.

Tra ยซmmuttuniยป e ยซmale paroleยป ciascun giovinastro avrebbe โpuntatoโ il proprio forestiero e conducendolo alla carrozzella libera gli avrebbe spillato qualche quattrino che si sarebbe bevuto nel giro di pochi minuti nelle fetide cantine di Santa Lucia. La carrozzella avrebbe cominciato allora la sua lenta ascesa su corso Telesio verso piazza Prefettura, dove sorgeva lโunico albergo della cittร degno di tale nome.
Don Ciccio Lupoli, lo chef che sfidรฒ i big
Cโera poco da fare: commercianti, uomini dโaffari, artisti e soubrettes avrebbero soggiornato allโAlbergo Vetere, a un tiro di schioppo dalla Villa Comunale. Ai primi del โ900 era gestito da Francesco Lupoli, per tutti โCiccioโ, chef dellโannessa trattoria โZumpoโ. Oltre a preparare un sontuoso capretto al forno, Lupoli era rinomato per la torta di mandorle servita nellโampio salone che si popolava di professionisti, gente di spettacolo e politici. Lo stesso Lupoli tentรฒ la candidatura โautonoma e di protestaโ alle elezioni amministrative del 1895 rispetto ai candidati del Partito socialista ufficiale. Si arrivรฒ a dire che i 47 voti allo chef โ โtoltiโ secondo alcuni ai due โbigโ Pasquale Rossi e Nicola Serra โ furono dovuti alle laute pietanze somministrate e recensite sulla stampa locale.

Tra i fan piรน accesi di Lupoli cโerano i redattori della Cronaca di Calabria. Nel 1911 il giornale diretto da Luigi Caputo scrisse che commercianti e professionisti si sentirono di offrire al loro chef ยซun pranzo per il modo signorile col quale erano trattati: un pranzo a chi aveva il merito di preparare ottimi pranziยป. Nonostante la mancanza di un ascensore/montacarichi e di bagno, telefono e riscaldamento nelle camere private, lโalbergo ai piedi di colle Vetere con le sue camere ยซricche di sole e aria sanaยป era il meglio che si potesse trovare a Cosenza tra โ800 e โ900. Divenne persino un ricovero per famiglie sfollate durante la Seconda guerra mondiale. Fu infine demolito nella seconda metร degli anni โ60 per far posto al nuovo Liceo โTelesioโ.

Brutti, sporchi e cattivi
ยซAlbergo buono anche se primitivoยป scriveva del Vetere la storica dellโarte statunitense Mary Berenson nel suo diario di viaggio In Calabria (1908). Avrebbe dovuto soggiornarvi pure lo scrittore inglese George Gissing che in Sulla riva dello Ionio (1897) lo giudicรฒ ยซveramente un albergo decenteยป. Tuttavia non trovรฒ posto. La guida Baedeckerย lo condusse allora allโAlbergo Leonetti su Corso Telesio (erroneamente tradotto โI due lionettiโ), un vero e proprio dramma per lo scrittore britannico: ยซUna terribile buca aperta e sporca al di lร di qualsiasi cosa io mi sia giammai imbattutoยป. Il โpuzzoโ avvertito dallโospite era forse dovuto alla trattoria gestita da don Ciccio Altalena, specializzata in fritti e arrosti.

Sognรฒ il Vetere anche il giovane aristocratico austriaco Friedrich Werner van Oestรฉren che giunse a Cosenza una sera di primavera del 1908 intenzionato a riposare, quando gli si fece incontro un cameriere: ยซMi accolse con la domanda se fossi io il signore che ha prenotato una stanzaยป. La tentazione del disfatto viandante fu enorme: ยซSe non fossi stato per principio contrario alle bugie oggi ne avrei detta una e avrei risposto affermativamente. Non appena risposi secondo veritร mi mandarono indietro per mancanza di stanzeยป.
La solita guida spinse lโavventuroso austriaco in una โlocanda di terzโordineโ, lโAlbergo Falcone (in seguito Albergo Bologna): ยซOh Dio Cane! โ esclamรฒ il viaggiatore โ la camera nella quale mi condussero aveva un aspetto orribile [โฆ] pur con un senso di raccapriccio e paura rimasi in quel buco privo dโaria, sporco, maleodorante e con unโilluminazione elettrica ridicolaยป. Nelle prime ore del mattino van Oestรฉren se ne tornรฒ al Vetere dove nel frattempo si era liberata una camera e ยซdormii alla grande fino a mezzogiornoยป.
Tavernari di Cosenza
Piรน che alberghi il Falcone, il De Felice, il Gonzales e il Giglio dโOro erano locande modeste o malfamate, con pareti nere e umide, odore di muffa, aria malsana, stanze buie e prive di suppellettili. Ce nโerano diverse anche tra piazza S. Giovanni, nei vicoli di piazza San Domenico e in via Sertorio Quattromani, frequentate da lavoratori dalle mani callose e, in generale, gente senza troppe pretese.
Piccole cantine e osterie popolavano i quartieri popolari della cittร . Massa, Garruba, Rivocati, Santa Lucia, Spirito Santo, ma anche la parte alta, ne ospitavano diverse. A differenza degli alberghi, visitati da ospiti illustri di passaggio, le cantine e le osterie hanno lasciato traccia soprattutto negli atti dei processi per i reati di cui furono teatro.

Nelle cronache delle rivolte cosentine del 15 marzo 1844, ad esempio, si legge di come alcune taverne funsero da punti di raccolta per i rivoltosi in attesa di entrare allโopera. Nella Taverna di Stocchi, per esempio, posta nel territorio rendese lungo la strada maestra che da Nord portava a Cosenza, si diedero appuntamento i ribelli provenienti dai paesi arbรซreshรซ.
ยซUnโora prima dellโalba bussarono alla taverna vicino Emoli pria del signor Stocchi di Cosenza, ora di Spizzirri di Marano Marchesato e bevvero del vino; indi si avviarono per la volta di Cosenza, e sul ponte dโEmoli spararono dei razzi da fuoco […] e ciรฒ per segnale da darsi a Cosentiniยป scrive lo studioso Stanislao De Chiara.
La figura dellโoste, costantemente attorniato da avvinazzati, tipi loschi, prostitute e tagliagole, era guardata con sommo rispetto. Lo spiega con il consueto tono canzonatorio lโapriglianese Domenico Piro, alias Duonnu Pantu, che nei suoi versi dissacranti ebbe a dire che avrebbe preferito fare il macellaio o il taverniere al letterato: ยซE si campu nโautru annu, e si nun muoru, o chianchieri me fazzu, o tavernaru!ยป.
Dodici al litro: la cantina ‘i Bifarelli
Le cantine avevano le caratteristiche piรน disparate. Negli edifici erano poste in genere al livello della strada, spesso illuminate da poca luce e riscaldate da un camino. Botti, damigiane, tavoli traballanti ai quali ci si sedeva con sedie e sgabelli in attesa di gustare il vino locale nei classici bicchieri in vetro โda 12 al litroโ, accompagnato da qualche tarallo e poco altro. Piรน in lร con tempo sarebbe arrivata anche qualche gazzosa, prodotta magari da varie piccole industrie locali, ma questa รจ unโaltra storia.

A Cosenza รจ diventata proverbiale la cantina โi Bifarella (o Bifarelli secondo altri), che dalla vita reale di meno di un secolo fa รจ assurta alla mitologia cittadina divenendo un luogo tra il reale e il fantastico, posto nel quartiere dei Rivocati, ma anche alla Massa, a Santa Lucia. Insomma, ognuno ricorda che fosse un poโ ovunque. Il vino annacquato e le risse allโordine del giorno lโhanno fatta diventare lโemblema del luogo caotico e popolare, frequentato da perdigiorno e dispensatori di โvino di cartellaโ, come soleva chiamarsi il vino adulterato con polveri varie. Magari nella realtร vi si poteva assaggiare del buon vino, chissร . Del resto il vino, comunque fosse, era un prodotto di largo consumo e gli si attribuivano anche virtรน benefiche. Per restare nella cultura popolare: ยซPรฌnnuli โe cucina e scirรนppu de cantรฌna su la mรจglia medicรฌnaยป.
Vino e follia nelle cantine di Cosenza
Abitudinari delle malfamate cantine della Cosenza di fine โ800 erano โGiacchinoโ e โBallettaโ, due avvinazzati ben noti alle guardie di pubblica sicurezza. In perenne stato di ยซubriachezza ripugnante e molestaยป a tutte le ore del giorno e della notte i due, tremolanti e seminudi, si esibivano ยซnelle piรน loide espressioni, le piรน schifose invettive, le piรน triviali espressioniยป che i piรน giovani ascoltavano e commentavano per ore. Nelle cantine di via Fontana Nuova, come quella gestita dallโoste Angelo Reda, nel 1895 si giocava a primiera. Una notte di primavera fecero irruzione le guardie che bloccati i giovani biscazzieri e sequestrate le carte ยซdichiararono in contraddizione il cantiniere che permetteva quel gioco, proibito dalla leggeยป si legge sulla Cronaca di Calabria.

A sera i muratori della Massa e gli operai degli opifici di contrada Castagna si abbandonavano in una miriade di luoghi improvvisati di mescite illegali, oppure vere e proprie cantine aperte e poi chiuse nel volgere di pochi giorni per mancanza della relativa licenza. Qui si somministrava vinaccio di terza o quarta scelta, colmo di alcol, tagliato da osti e cantinieri truffaldini e prossimi alla malavita. Oltre al taglio discutibile, la vendita o la mescita a prezzo superiore a quello imposto dal calmiere era il tipo piรน diffuso di speculazione legata al vino.
Dal bicchiere alle lame
Per chi gradiva, di fianco a un bicchiere, non mancavano alici e sarde sotto sale, piรน raramente uova o frutta secca, chiamate per attagnareย il carico della bevuta. Si giocava dโazzardo, si discuteva di donne e armi, e dagli apprezzamenti alle offese e da queste alle lame il passo era breve. Si girava armati di coltello a manico fisso o a molla, da far scattare alla bisogna. Lโubriachezza nelle sue varie forme โ continua, manifesta o molesta โ era spesso associata come aggravante o al contrario attenuante nei procedimenti penali per rissa, ferimento o mancato omicidio. Le guardie di pubblica sicurezza presidiavano gli avventori delle osterie da lontano, poi seguivano come ombre i giovani avvinazzati giร segnalati e pronti a delinquere in una cittร ebbra di vino e follia.

