CIELI D’IRLANDA | L’Italia vista da qui? Spegne le passioni

In questi mesi qui a Galway mi sono confrontata spesso con la nuova generazione, in gran parte proveniente dal Belpaese. Ho provato ad ascoltare senza pregiudizi e osservare con attenzione
28 Marzo 2026
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In questi mesi qui a Galway mi sono confrontata spesso con la nuova generazione, in gran parte italiana. Ho provato ad ascoltare senza pregiudizi, a osservare con attenzione, a non lasciarmi guidare da confronti nostalgici, anche perché non credo che l’età definisca una persona e che esistano categorie rigide. Eppure dentro di me restano molte domande.
Avverto una diffusa inquietudine, una fatica a sentirsi davvero soddisfatti. Il confronto continuo, amplificato dai social, sembra rendere ogni traguardo fragile, mai definitivo, mai abbastanza. Opportunità che un tempo sarebbero state considerate straordinarie oggi vengono talvolta vissute come scontate, con una certa apatia, e da lì nasce facilmente il lamento.
Alcuni sociologi hanno provato a descrivere questo tempo. Zygmunt Bauman parlava di modernità liquida, una condizione in cui tutto è fluido, instabile, difficile da trattenere davvero. Byung-Chul Han descrive invece una società della prestazione, in cui siamo continuamente chiamati a dimostrare qualcosa, fino a esaurirci. Due prospettive diverse, ma che si incontrano in un punto: viviamo in un tempo in cui la libertà è ampia, ma spesso fragile, e può trasformarsi in disorientamento.

Ma ciò che mi colpisce di più è una certa superficialità che convive, paradossalmente, con paure profonde. Vedo riaffiorare slogan, ridere per video che un tempo venivano considerati offensivi, non aver cura dei dettagli e della bellezza di una città nuova, passeggiare velocemente. Vedo rigidità di pensiero, perfino nostalgie per epoche che non hanno conosciuto davvero, come se il bisogno di appartenenza e di identità trovasse rifugio in semplificazioni pericolose e in canzoni violente cantate da trapper. Allo stesso tempo percepisco una grande paura di vivere pienamente: paura dell’amore, della relazione autentica, dello stare con i propri coetanei senza filtri, del mescolarsi con gli altri, del rischiare l’incontro vero. Persino in una città sconosciuta, dove si potrebbe davvero essere chiunque, molti sembrano trattenersi. Preferiscono stare in casa a guardare serie tv, escono poco, non conoscono altri al di fuori dei propri coinquilini.

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Qualche giorno fa, parlando con una ragazza romana arrivata a Galway per studiare inglese per due mesi, mi ha raccontato un pezzo della sua vita. Aveva studiato cinematografia a Roma, aveva scelto una strada precisa, costruita nel tempo, con passione. Eppure, una volta finito il percorso, si era trovata davanti a una realtà molto semplice e molto dura: non c’era lavoro. Me lo raccontava senza rabbia, ma con una lucidità che pesa più di qualsiasi sfogo. Come se tra quello che aveva costruito e quello che le veniva restituito ci fosse uno scarto difficile da colmare. Poi, quasi a margine del discorso, ha detto una frase che mi è rimasta impressa: “L’Italia spegne le passioni.”

Non lo diceva per condannare, né per idealizzare altrove. Era più una constatazione, maturata lentamente e allora quella frase resta lì, sospesa, perché non riguarda solo lei. Riguarda due intere generazioni, una delle quali la mia, che spesso studia, si forma, si specializza, ma fatica a trovare uno spazio reale in cui esistere. Come se il percorso fosse chiaro, ma il punto di arrivo no. Come se le passioni venissero coltivate, ma poi non trovassero terreno. E in questo scarto, piano piano, qualcosa si consuma, non sempre in modo evidente, non sempre con rabbia, a volte semplicemente si spegne. Vuoto. Buio. Chiusura e apertura: molti decidono di divertirsi senza coltivare alcun’ ambizione, molti altri si chiudono a riccio, tra le mura domestiche.

Forse è anche da qui che nasce quella inquietudine diffusa, quella fatica a sentirsi davvero soddisfatti. Non solo per il confronto continuo o per la pressione dei social, ma per una distanza più profonda tra ciò che si è e ciò che si riesce a diventare. Mi chiedo allora se non servirebbe anche maggiore fermezza da parte nostra. Forse dovremmo avere il coraggio di essere più rigorosi, di insegnare la fatica, la disciplina, la costanza, ma pure la bellezza dell’altro. Perché crescere è anche attraversare il limite, accettare la frustrazione, imparare che non tutto è immediato né dovuto, ma che ci sono infinite possibilità di ricominciare. E forse dovremmo anche dire con chiarezza una cosa scomoda: la meritocrazia non è una legge della vita. Può esserlo, in parte, nel lavoro, nella professione, nello studio, e nemmeno sempre. Ma la vita nel suo insieme non è meritocratica: non distribuisce gioie e dolori in base all’impegno, non garantisce equità, non premia automaticamente chi si sforza di più. Imparare a convivere con questa verità, senza trasformarla in cinismo o vittimismo, è una delle maturità più difficili da raggiungere.
E tuttavia questa domanda si fa ancora più scomoda: la nostra generazione è stata davvero appagata dalla fatica e dalla disciplina? O abbiamo vissuto e viviamo tuttora anche noi un senso di rincorsa, di incompiutezza, di promessa non mantenuta? Se non abbiamo trovato un equilibrio noi per primi, cosa possiamo insegnare con autenticità? Certo, posso dire però che la maggior parte di noi ha provato a cogliere le opportunità con entusiasmo, ci siamo mescolati agli altri, ci siamo impegnati, perché avevamo un sogno o una missione, ma onestamente nessuno dei miei coetanei che conosco si ritiene soddisfatto o appagato, forse, solo uno. Forse il punto non è rimpiangere un passato più severo, ma recuperare un senso della misura che tenga insieme libertà e responsabilità, desiderio e impegno. Perché sotto certe rigidità e certe superficialità continuo a intravedere soprattutto fragilità e la fragilità non si educa con il giudizio, ma nemmeno con l’indulgenza. Forse si educa con presenza, coerenza e esempio. E poi, a pensarci bene, sono tutte ipotesi. Tentativi di dare ordine a qualcosa che sfugge, risposte che costruiamo per immaginare un futuro, per provare a dare un senso alle cose, fingendo — forse — di non improvvisare, di sapere davvero dove stiamo andando. Mentre intorno il mondo continua a muoversi in direzioni che spesso non comprendiamo fino in fondo o che comprendiamo fin troppo bene, per quanto assurde siano. Viviamo dentro quello che Mark Fisher definiva realismo capitalista, una condizione in cui sembra più facile immaginare la fine del mondo che un cambiamento reale del sistema in cui viviamo. E forse è anche questo che pesa sulle nostre vite: la sensazione che tutto sia possibile a livello individuale, ma già scritto a livello collettivo. Le guerre, anche quelle che percepiamo lontane, come quelle che coinvolgono l’Iran e altri scenari internazionali entrano comunque nelle nostre vite, nel nostro modo di guardare al futuro, alimentando un senso diffuso di instabilità e incertezza. E allora forse non si tratta davvero di avere tutte le risposte. Forse si tratta, semplicemente, di restare dentro le domande, senza smettere di cercare un senso, anche quando sembra sfuggire. E in questo, magar, aveva ragione Lucio Battisti quando cantava: “ma il mio mestiere è vivere la vita.”

Federica Sarro

Federica Sarro

Sono Federica Sarro, classe 1996, originaria di Torano Castello (Cosenza). Mi sono laureata con lode in Scienze per la cooperazione e lo sviluppo presso l’Università della Calabria e in discipline economiche e sociali, dove ho approfondito i temi dello sviluppo territoriale, della sostenibilità ambientale e della giustizia sociale. Nel mio percorso ho collaborato a progetti legati all’agricoltura sociale e ai sistemi agroalimentari locali, occupandomi anche di attività di analisi e supporto in ambito universitario e il CREA Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria . Ho partecipato a summer school, seminari, convegni internazionali e percorsi formativi in diversi contesti accademici e territoriali, costruendo uno sguardo critico sulle dinamiche che attraversano le aree interne e il Mezzogiorno. Accanto alla formazione accademica ho maturato esperienze concrete nel lavoro educativo e sociale con bambini, ragazzi e anziani, attraverso laboratori culturali e ambientali, attività di animazione e supporto alla comunità. Ho sempre coltivato anche interessi culturali e creativi (musica e canto, teatro, cinema, media digitali ) che considero parte integrante del mio percorso personale e professionale.
Oggi vivo a Galway, in Irlanda, alle prese con la mia seconda esperienza internazionale. Sono arrivata qui grazie a una borsa tirocinio Erasmus+ finanziata da Confartigianato imprese Calabria come social media manager. Successivamente ho scelto di riorientare questa esperienza per investire maggiormente nell’apprendimento linguistico e in un’attività diretta nel sociale: attualmente collaboro con un charity shop della Irish Cancer Society, utilizzando anche strategie per i social media.
Attraverso la rubrica su “I Calabresi” intendo raccontare percorsi di mobilità, crescita e ridefinizione personale che partono dalla Calabria e si confrontano con altri contesti, con uno sguardo attento alle opportunità ma anche alle complessità che queste scelte comportano

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