Sono ormai 20 giorni che vivo nella ridente Galway (definita così da un amico calabrese espatriato a Dublino) ed ogni giorno la trovo sempre più affascinante e intensa, così simile e diversa dalla Calabria…
Beh forse è meglio tornare indietro un attimo. Sono Federica, un mese fa ho compiuto 30 anni. E dopo gli studi all’Università della Calabria sono arrivata nella verde Irlanda con una borsa di ricerca in sociologia dell’ambiente e del territorio. Curriculum a parte, cosa ci faccio a Galway?

Dopo un periodo in cui ho seguito corsi formazione, tenuto colloqui fallimentari, riflessioni esistenziali, delusioni professionali e personali, ho deciso di fare domanda per una borsa tirocinio Erasmus. Non mi importava minimamente cosa fossi venuta a fare, volevo solo vivere una nuova esperienza, lontana da logiche stantie, clientelismi vari, migliorare l’inglese (maledetto inglese!) ed abitare la città dall’interno, senza filtri. Qualche giorno prima della partenza (ho saputo un mese prima che sarei andata via, subito dopo aver rifiutato un lavoro in un bar a 2,50 euro l’ora per 48 ore settimanali), ho iniziato ad avere qualche ripensamento e un po’ di timore: non sapevo con chi fossi stata in casa, non sapevo come sarebbe stato vivere una nuova esperienza con coinquilini di altre generazioni e nazionalità in un Paese sconosciuto, per quanto a detta di molti estremamente accogliente e avanguardista.
CIELI D’IRLANDA E FOLLETTI DISPETTOSI A GALWAY
A 25 anni avevo già vissuto un’esperienza del genere con una borsa di mobilità internazionale fuori dall’Europa grazie all’Unical, ma conoscevo chi avrei avuto in casa.
La borsa di Confartigianato presentava tre opzioni: Irlanda, Germania, Belgio. Tra queste ho scelto l’Irlanda principalmente per migliorare l’inglese, ma anche perché era il viaggio che avrei voluto fare per i miei 18 anni: mi affascinavano le tradizioni, la musica, il verde, l’arpa e le leggende legate ai folletti dispettosi chiamati leprechaun. I miei tutor, analizzando il mio cv, hanno deciso di affidarmi il ruolo di social media manager che io ho da poco cambiato perché non mi permetteva di entrare nel cuore del tessuto sociale, di parlare con le persone in carne e ossa. Così ora mi trovo in un charity shop della Irish cancer society: un negozio-azienda che si regge interamente su donazioni.
RIDENTE E COLORATA
Galway è davvero ridente, colorata; una città della costa occidentale dell’Irlanda, affacciata sull’Atlantico e attraversata dal fiume Corrib, che scorre dal Lough Corrib fino all’oceano. È compatta, bella per le lunghe camminate, eppure densissima di vita: si esplora a piedi, seguendo più l’istinto e la musica che la mappa.
Ma quello che sorprende davvero, oltre ai colori delle facciate e al vento salmastro che arriva dalla baia, è il suo senso civico diffuso. Qui il rispetto non è proclamato, è praticato.
Nei locali e in molti negozi non trovi bicchieri o piatti usa-e-getta, né di plastica né di carta; le bottiglie si restituiscono e vengono rimborsate come succedeva un tempo anche da noi, un gesto semplice che racconta una cultura della responsabilità concreta, quotidiana.
Sui ponti dei canali ci sono ragazzi che si occupano della sicurezza, presenze discrete che vigilano affinché nessuno si spinga oltre il limite: non è controllo, è cura collettiva.
Se sei in fila per il bus, qualcuno ti supera per distrazione e se ne accorge, si scusa e torna indietro: è un riflesso spontaneo, quasi automatico: l’altro conta. E poi bevono (con entusiasmo contagioso) ma quando la serata finisce, niente improvvisazioni pericolose: taxi e autobus: la libertà non diventa irresponsabilità. Così Galway non è soltanto bella da attraversare: è un luogo in cui ci si sente parte di un equilibrio, una città che non incanta solo per ciò che mostra, ma per il modo in cui funziona.

